Archive for Aprile, 2021

Dacci oggi il nostro tampone quotidiano “dal basso”

giovedì, Aprile 29th, 2021

Con la prorompente irruzione di quella che sin dagli albori della narrazione pandemica il potere ha iniziato a chiamare “Nuova normalità” stiamo assistendo, da oltre un anno, all’accelerazione di processi che erano in essere da decenni ma che, grazie all’emergenza sanitaria stanno avendo pieno compimento.

Parliamo della spersonalizzazione e atomizzazione dell’individuo, sempre più slegato dalle maglie del tessuto sociale, già sfilacciate da decenni di neoliberismo, ed ora definitivamente strappate dalle logiche del distanziamento sociale per decreto e della digitalizzazione dell’esistenza.

Dell’ ulteriore gerarchizzazione dei rapporti sociali, con la comparsa di una nuova casta sacerdotale che in camice bianco pontifica a reti unificate sull’evoluzione della pandemia, dicendo tutto ed il suo contrario, avendo come unici capisaldi la proiezione di scenari apocalittici, lo scarico costante di responsabilità verso i cittadini/sudditi, che con i loro irresponsabili comportamenti minano la lotta all’epidemia, e la fede messianica nel nuovo dogma: solo il vaccino potrà tirarci fuori da questo pantano.

Della definitiva militarizzazione della società, attraverso l’utilizzo di un vocabolario da stato di guerra e l’introduzione di misure proporzionali come il coprifuoco, i lasciapassare, la censura. Non è un caso se attualmente il commissario all’emergenza sia un generale che fu a capo delle forze Nato in Kosovo e del contingente nazionale in Afghanistan.

Dell’incedere inarrestabile di un nuovo pensiero unico che non accetta dubbi (ne basta uno e si diviene d’ufficio negazionisti), e meno ancora resistenze, tanto da spingersi ad imporre, momentaneamente “solo” alla categoria dei sanitari, l’obbligo di sottoporsi ad un trattamento sanitario sperimentale, che viene impropriamente definito vaccino, ma che in termini appropriati altro non è che terapia genica.

A breve i nostri spostamenti, e la possibilità di svolgere determinate attività (non ci vuole un indovino per sapere che sarà un climax) saranno definitivamente subordinati all’adesione ad un passaporto sanitario, e si intravede già sullo sfondo la destinazione prossima ventura: un comodissimo microchip sotto pelle in grado di rassicurare noi stessi e chi ci circonda riguardo il nostro stato di salute.

Questo scenario, che dovrebbe far rabbrividire anche il più benpensante dei democratici, pare non allarmare i “compagni” di Radio Onda d’Urto che, dal canto loro, per tutta risposta a questo clima d’assedio contro le più elementari libertà individuali, hanno organizzato una giornata di screening anti-Covid con tamponi rapidi gratuiti o “sospesi”, “dal basso”.

Tralasciando la controversa affidabilità dello strumento, squalificato da una grossa fetta della comunità scientifica (quella che non vedrete mai sui teleschermi), ci chiediamo a che risultati possa portare tale iniziativa.

Aderire attivamente al nuovissimo paradigma che ci vuole “non sani” fino a prova contraria, può portare esclusivamente all’amplificazione numerica di quei dati che da mesi, sbattuti in pasto all’opinione pubblica, servono ad alimentare quel clima di paura e diffidenza verso il prossimo, necessario al potere per avanzare senza resistenze sul cammino di totale dominio intrapreso.

La caccia al portatore asintomatico di un virus , senza precedenti nella storia della medicina, conduce alla determinazione di numeri che nulla significano (oltre che al forzato isolamento domiciliare di persone sane). Mediamente il 95% dei nuovi positivi giornalieri sono asintomatici e la carica virale che veicolano è talmente bassa da non poter determinare un contagio, ma solo ulteriore diffusione asintomatica, esattamente quanto di più auspicabile per poter arrivare a coesistere con questo nuovo virus, come del resto la specie umana ha fatto con migliaia di suoi simili . Un concetto quello della non contagiosità degli asintomatici esposto qualche mese orsono in una conferenza stampa persino dal responsabile tecnico dell’OMS Maria Van Kerkhove (dichiarazioni poi nebulosamente ritrattate il giorno seguente).

Senza il principio cardine centrato sulla pericolosità dell’asintomatico, tutta la narrazione pandemica crollerebbe dalle fondamenta . Quindi si continua dogmaticamente ad insistere sull’effettuazione di oramai quasi 400 mila test giornalieri, utilizzando poi in laboratorio per i molecolari cicli di amplificazione esasperati (quanti esattamente non ci è dato sapere ma pare si aggirino fra i 35 ed i 40, nonostante lo stesso brevettatore abbia indicato che oltre i 25 cicli perdano qualsiasi valore diagnostico) per arrivare a determinare decine di migliaia di “positivi” giornalieri. E’ evidente che modulando i cicli di amplificazione , su cui non esiste alcuna trasparenza ed informazione, si può arrivare facilmente a determinare l’andamento dei dati a proprio piacimento.

A tal proposito dovrebbe farci riflettere il passaggio repentino della Sardegna da zona bianca a zona rossa poche settimane fa dopo l’arrivo degli ispettori del ministero.

L’Italia ha al momento investito quasi 4 miliardi di euro in quest’opera di screening di massa, cifra che avrebbe potuto garantire la costruzione di 7 ospedali di grandi dimensioni (a tal proposito ricordiamo che il sistema sanitario italiano è in affanno da ben prima del COVID, grazie a tagli di oltre 20 miliardi in dieci anni, operati dalla stessa classe dirigente che ora ci vuole salvare la pelle ad ogni costo).

Invece di ingrossare questa filiera, meglio farebbero i “compagni” della Radio a mobilitarsi per la battaglia sulle cure a domicilio, ed appoggiare attivamente quei medici di base che da mesi si battono per poter curare in scienza e coscienza con protocolli certificati dai successi avuti sui loro pazienti, senza doversi attenere alle deleterie indicazioni del Ministero della Sanità, ferme da mesi a tachipirina e vigile attesa.

Gli anticorpi contro la narrazione mainstream, dovrebbero essere garantiti nell’ambiente Radio ed affini da una semplice analisi marxista dei fenomeni. Nel processo totalitario in corso , che noi riteniamo un evoluzione della lotta di classe dall’alto non è difficile constatare chi si stia esasperatamente arricchendo e guadagnando posizioni di potere. Basterebbe dare un occhio ai fatturati delle 10 più grandi multinazionali al mondo durante il periodo pandemico (fra loro vi sono anche le entità che erogano oltre l’ 80% dei finanziamenti di organi ritenuti indipendenti come OMS e AIFA).

Senza questi anticorpi si rischia di accettare acriticamente qualsiasi consegna, lanciandosi in attività che non sono in assoluto di interesse popolare (inteso come classe) .

Arrivando ad emulare quei socialisti che chiedevano a gran voce l’intervento italiano durante la prima guerra mondiale, in nome di un bene comune e superiore chiamato Patria ( è noto a tutti come andò a finire per i proletari italiani, e quale figura di spicco del novecento emerse fuoriuscendo poi da quella corrente).

Perché arrivati poi a questi livelli, “dal basso” diviene solo indice della profondità dell’abisso conformista in cui si è precipitati.

Winston, Aprile 2021.

 

Foto 1: 2 soldati e un equino con maschera antigas durante la prima guerra mondiale.

Foto 2: tratta dall’articolo BRESCIA108 TAMPONI DI CUI 4 RISULTATI POSITIVI. IL BILANCIO DELLA GIORNATA DI SCREENING DAL BASSO del 17.04.2021 sito radiondadurto.org

25 Aprile 2021

domenica, Aprile 25th, 2021

 

Sul senso del dovere

In questo anniversario della festa della Liberazione la riflessione che ci sentiamo fare non può prescindere dalla situazione della nuova normalità pandemica che stiamo attraversando.

Già lo scorso anno, dopo 75 anni dal primo 25 aprile, le nostre vite ordinarie sono state sconvolte e da allora abbiamo assistito ad un bombardamento continuo di notizie, divieti, decreti e soprattutto abbiamo constatato come anche le libertà che pensavamo fossero inviolabili, conquistate in parte con la Resistenza, con la scusa dell’emergenza pandemica siano state serenamente archiviate dando spazio e attuazione a questa nuova normalità.

I parallelismi con quei mesi lontani oggi sono fin troppo evidenti, seppur mossi in parte da motivazioni diverse, anche se collegati da un fil rouge profondo che esiste nel’idea stessa di potere che si sostiene sulla cieca obbedienza della gran parte della popolazione.

Similitudini che riscontriamo nel dibattito intorno al coprifuoco, che questo periodo pare quasi averlo reso strutturale o peggio indispensabile, nelle proroghe continue dello stato di emergenza, nei divieti legati al vivere una socialità spontanea e non ultimo nella presenza dei militari nel governo. Militari per essenza obbedienti e pronti a reprimere qualsiasi dissenso, oggi perfetto alibi per delegare le responsabilità e le scelte individuali e che grazie a questo stato di crisi stanno prendendo sempre più spazio con degli effetti che sono già sotto gli occhi di tutte e tutti. Solo pochi giorni fa un uomo nel placido trentino è stato freddato da un fedele servitore, in casa propria e sotto gli occhi della madre a cui è stato pure impedito di prestare soccorso.

Situazioni che trovano come soluzione la cieca obbedienza e il rispetto del proprio dovere anziché l’orientamento delle proprie scelte e responsabilità individuali in ottica collettiva.

Una situazione per molti versi simile a quella di quegli anni, allora fu chiesto il proprio dovere per la patria, oggi ci viene richiesto di fare la nostra parte, di compiere il nostro dovere per passare questo momento difficile, come se davvero tutto potrà finire così in un attimo come è arrivato.

Il senso del dovere per potere tornare alla libertà di un prima che pare così lontano e bello ma che in realtà è orientato solo a mantenere le attuali dinamiche di potere, perché sia chiaro, più che della nostra salute interessa la nostra capacità lavorativa.

Se c’è un insegnamento che la Resistenza ci ha lasciato è proprio quello che fare il proprio dovere, seguire il dovere richiesto dall’autorità, è la morte delle libertà, seguire i loro richiami in nome di un presunto bene comune è lo stesso che ha portato i nostri compaesani ad invadere paesi, odiare il diverso e accettare passivamente le leggi razziali e tutte le ingiustizie che quel ventennio ha causato, fin dal suo concepimento.

Seguire il proprio sentire consci delle proprie responsabilità individuali e collettive e amare follemente l’idea e i percorsi di Liberazione rispedendo al mittente il richiamo al dovere, plotone d’esecuzione di ogni libertà.

25 Aprile 2021

Valsabbin* Refrattar*

Se Erdogan è un dittatore l’Italia è collaborazionista

sabato, Aprile 10th, 2021

Con le mani grondanti di sangue.

Hanno fatto molto clamore le parole pronunciate dal presidente del consiglio italiano pochi giorni fa a margine di una delle sue periodiche conferenze stampa.

Questo breve discorso, il cui estratto viene riportato fedelmente di seguito, ha scatenato subito le ire dell’amministrazione turca che ha convocato l’ambasciatore italiano e ha immediatamente attivato i principali media italiani, che subito si sono lanciati nel fomentare quel teatrino tipico della politica e dei giochi di palazzo che ha tutto l’interesse a non far emergere il reale significato dietro questo discorso.

“Non condivido assolutamente le posizione del presidente Erdogan, credo sia stato un comportamento inappropriato ,mi è dispiaciuto moltissimo per l’umiliazione che la presidente delle commissione europea Von der Leyen ha dovuto subire. (l’assenza di un posto dove sedere durante il loro ultimo incontro ndr)

La considerazione da fare, e forse l’ho già fatta in un’altra conferenza stampa, con questi diciamo, chiamiamoli per quello che sono dittatori, di cui però si ha bisogno per collaborare perché poi, uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute, di opinioni, di comportamenti,di visioni della società e deve essere anche pronto a collaborare a cooperare, più che collaborare cooperare per assicurare gli interessi del proprio paese. Questo è importante, bisogna trovare l’equilibrio giusto”

Analizzate queste parole capiamo immediatamente che non ci si trova innanzi al bambino che puntando il dito fa scoprire che il re è nudo, ma ci troviamo nella situazione in cui i registi di questo paese stanno gettando la maschera, veicolando il concetto che unisce in binomio, in un abbraccio mortale, le parole libertà e interessi economici. Siamo liberi e siamo utili fino a che siamo funzionali a questo sistema. Non si spiega come questo cinismo possa essere così sbandierato ed è per questo che di tutto il discorso venga dato eco solo alla parole dittatura e non alla vergogna di questa spregiudicatezza. E i media appecorati in questo intorbidire le acque sono maestri.

E inoltre, può esistere un equilibrio giusto tra l’accettazione di un regime dittatoriale e gli interessi economici? No, ovvio.

Quindi se Erdogan è il ditattore di uno stato dittatorato l’Italia per bocca del suo presidente del consiglio è chiaramente collaborazionista, certo rispettando le proprie diversità di vedute, di opinioni, di comportamenti,di visioni della società.

Collaborazionista è chi, pur conoscendo bene la caratura dei propri interlocutori e le assenze di libertà nei loro stati, tratta per le forniture di armi (non dimentichiamo le recenti forniture all’Egitto o all’Arabia Saudita), tratta per la tutela delle aziende italiane espatriate per sfruttare meglio la manodopera a basso costo o per pagare meno tasse, tratta perché la Turchia tenga bloccati nei propri lager i migranti siriani o afgani, ceceni o iracheni.

Tratta e tratterà sempre sulla pelle delle e dei giornalisti in carcere, delle torture inflitte ai prigionieri e di chi cerca di attraversare quel paese per cercare un futuro migliore in Europa. Tratta sugli anni di carcere degli oppositori politici o delle minoranze come i curdi o gli armeni sempre oggetto di feroce repressione.

E il governo “dei migliori” collaborazionista lo fa e lo dice per bocca del suo presidente, santificando così il concetto che vede gli interessi economici prima delle libertà e della salute, soldi unico e reale interesse nazionale che viene difeso.

Alla faccia di tutto il resto.

Valsabbin* Refrattar*

Video intervento: https://www.ansa.it/sito/videogallery/italia/2021/04/09/draghi-da-del-dittatore-a-erdogan-ecco-il-passaggio-che-ha-fatto-infuriare-ankara_7d0ad003-603e-410e-b9e6-a249694990fe.html

L’invasione italiana della Jugoslavia

giovedì, Aprile 8th, 2021

Dei fanti e alpini devoti alla mamma e delle vie di Bondone e Baitoni.

Una ricorrenza in questi giorni è passata in sordina, l’indigestione di notizie legate al periodo pandemico ha tolto lo spazio a tutto il resto. Stiamo parlando dell’invasione della Jugoslavia che lo scorso 6 aprile ha festeggiato, se così si può dire, l’ottantesimo anniversario.

Il 6 aprile 1941 le truppe fasciste italiane e naziste tedesche con altri alleati diedero il via all’Operazione 25, nome in codice dell’invasione del Regno di jugoslavia.

Una invasione senza neppure una formale dichiarazione di guerra che, come usanza dell’epoca, veniva presentata dall’ambasciatore nelle mani del governo nemico, ennesima riprova della miopia dei governi nazionalisti alla faccia di chi ancora oggi parla di onore di quei regimi (dichiarazione che anche qualora fosse stata presentata nulla avrebbe tolto alle nefandezze e viltà di quei regimi).

Una invasione che ha avuto come prima conseguenza la capitolazione dell’esercito jugoslavo e successivamente la spartizione dei territori. All’Italia fascista toccarono parte della Slovenia, della zona costiera croata e di parte del Montenegro e Albania.

Da quel momento presa il via l’opera di pulizia etnica e di soprusi , confermati dalla viva voce del duce che nel 1943, ai soldati della Seconda Armata in Dalmazia, due anni dopo dell’invasione, disse: “So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori”.

Questa data ha un significato molto particolare per chi quei crimini li ha subiti e questo giorno in quei paesi è ampiamente ricordato . Per rendersi conto di quello che è stata l’occupazione italiana di quelle aree è sufficiente passeggiare per i paesi croati o sloveni; uno stillicidio di targhe in ricordo dei caduti, delle centinaia di crimini e violenze, esodi forzati, stupri e privazioni perpetuati dai malefici italiani, dagli alpini e fanti devoti alla mamma e alla patria.

Violenze documentate che andrebbero ricordate annualmente anche soprattutto a chi vuole la giornata del ricordo del 10 febbraio eretta a monumento nazionale, il ricordo che pone al centro dell’attenzione le conseguenze (sempre terribili anche se funzionalmente sovrastimate) e non le cause date dalle proprie responsabilità.

Insomma un giorno dove il ricordo lasci spazio alla memoria storica, condivisa. Ovvio non per i fascisti o i nazionalisti di sorta.

Oggi anche nei nostri paesi troviamo i segni di quel periodo.

Li troviamo nella memoria ma anche nell’intitolazione di alcune vie e sembra assurdo che dopo più di 80 anni ci siano ancora. Stiamo parlando delle intitolazioni approvate nel 1939 dal Podestà di Storo che a Baitoni e Bondoni (al tempo i 2 paesi furono aggregati al comune di Storo con Darzo e Lodrone) procedette con l’intitolazione di alcune via a fascisti della prima ora, come Tullio Baroni e Tito Minniti a Bondone e Aldo Sette a Baitoni.

Sarebbe davvero bello che quelle intitolazioni lasciassero spazio ada una nuova consapevolezza conseguente ad una vera presa di coscienza delle responsabilità perché è davvero assurdo che a più di 80 anni di distanza ci sia ancora il ricordo di queste figure che hanno contribuito a rendere il mondo un posto peggiore.

La biografia legata alle nostre responsabilità è enorme, sta solo alla nostra volontà farlo.

Nel rispetto di quelle sofferenze e di tutte le nostre responsabilità.

Valsabbin* Refrattar*

Nella foto: Donna Jugoslava poco prima di essere fucilata da soldati italiani.