Archive for Gennaio, 2020

Italiani brava gente

sabato, Gennaio 18th, 2020

Con questo quarto articolo prosegue l’analisi dello stretto rapporto tra storia, memoria e le loro mistificazioni che oggi molti partiti politici stanno operando in questo periodo di crisi di coscienze.

Dopo avere analizzato il motto legato alla difesa dei patrii confini, il “giorno del ricordo” e le foibe ci concentriamo ora su un altro slogan che spesso si sente nelle analisi sulla presenza militare italiana nella seconda guerra che si riduce nella frase “Italiani brava gente”.

L’idea è quella di smontare la retorica fondamento del nazionalismo e sua base ideologica e nello specifico vogliamo fare un’analisi su questa frase, ripresa anche dall’omonimo film molto popolare del 1965, che si sente spesso riportata in contesti diversi tra loro e che negli ultimi periodi la pone al centro del discorso sulla presenza militare italiana nello scenario della seconda guerra mondiale, tralasciando molti aspetti per giungere alla conclusione che i nostri soldati erano tutto sommato migliori dei tedeschi o dei russi. Un esercito di contadini, braccianti o alpini con la perenne nostalgia della mamma o della fidanzata a casa e più legati al proprio mulo che all’arte della guerra.

Al di là di questa vox populi la realtà storica ci dice ben altro, dacché esiste lo stato nazione dell’Italia sono state compiute numerose guerre di aggressione, tutte a carattere di invasione e conquista territoriale o coloniale, il cui elenco, parziale, è stato trattato nel primo articolo.

Queste guerre di aggressione, tipiche di quegli anni e delle politiche del tempo, hanno visto i militari italiani impiegati in diversi teatri di guerra, dai Balcani alla Russia, dal nord Africa alla Francia ed anche in molti altri Paesi.

I crimini italiani sono stati numerosissimi e molto poco giudicati e condannati dai molti tribunali internazionali ma fortunatamente studiati e raccontati da molti storici.

Senza approfondire, ma comunque citando le leggi razziali del 1938 e le leggi repressive nei confronti del dissenso interno al paese, che devono essere considerati con la stessa gravità, l’Italia ha quasi ovunque violato convenzioni sui prigionieri di guerra, ha costruito lager e campi di sterminio nei paesi occupati o nelle colonie conquistate (significativa la storia raccontata nel film “Il Leone del deserto”), e spesso si è distinta per la brutalità contro la popolazione civile con l’utilizzo di gas mortali come l’iprite considerati illegali dalle principali convenzioni internazionali o nella conduzione della lotta ai partigiani con qualsiasi mezzo e metodo, tra cui la rappresaglia e le peggiori ritorsioni sui civili.

Emblematico è il caso dei crimini di guerra compiuti dall’esercito italiano comandato da Pietro Badoglio in Africa orientale durante la Guerra d’Etiopia, crimini compiuti sull’inerme popolazione civile col fine di annientarla e rimpiazzarla con i coloni, che ci fanno immediatamente pensare ai deliranti discorsi odierni sulla sostituzione etnica.

Al termine della seconda guerra, Badoglio venne inserito nella lista dei criminali di guerra dell’ONU su richiesta dell’Etiopia ma non venne mai processato. Badoglio tra l’altro fu nominato capo del Governo del Regno alla destituzione di Mussolini dopo il 25 luglio 1943, a significare la continuità ideale di quei governi su certi temi.

Altrettanto significativi sono i racconti che abbiamo potuto ascoltare in questi anni dai reduci dei nostri paesi, che in un paio di casi ci hanno raccontato di come si fossero trovati a fare da guardia ai campi di sterminio in Jugoslavia e di come anche gli italiani si siano distinti per la brutalità.

Una delle conseguenze della perdita di memoria di questi fatti, la ritroviamo tra l’altro, nell’intitolazione, lo scorso primo settembre, della sede dei fanti di Prevalle a Mario Cigolini.

La storia del Cigolini, raccontata in un libro biografico che lo dipinge addirittura come eroe, l’ha visto prima volontario nella divisione Littorio nella guerra civile spagnola, dove le truppe fasciste furono inviate in via più o meno in via ufficiale a supporto delle truppe franchiste nella lotta contro le truppe repubblicane e internazionaliste spagnole e poi militare nel teatro di guerra del fronte greco dove nel corso di un assalto ha trovato la morte. A seguito di questo episodio gli è stata conferita una medaglia d’oro al valore militare.

Questa decorazione data per un singolo episodio, senza una lettura critica dei fatti, lo eleva ad uno status di importanza ed eroismo cancellando in un secondo la sua storia, sempre al fianco di due delle peggiori dittature europee e al seguito dell’esercito di occupazione in Grecia.

Un singolo fatto è preso e utilizzato per costruire un senso di eroismo, dimenticandosi o meglio intenzionalmente omettendo che l’Italia in Grecia è stata accusata di numerosi crimini di guerra e anche il Cigolini era parte di quel contingente.

Pensiamo che queste associazioni d’armi per poter rinnovare le idee belligeranti e nazionaliste presupposto della loro esistenza abbiano la necessità di martiri ed eroi, senza però dovere rendere conto dei gesti compiuti e del contesto storico di quei fatti dando così una visione parziale, falsata e autoreferenziale di quegli accadimenti.

E proviamo a fare un parallelo, un po’ azzardato, ma assolutamente coerente con la Germania, dove pensiamo che, nonostante anche là il vento nazionalista soffi in poppa ai partiti della destra, sia molto ma molto difficile che oggi possano essere intitolate sedi delle organizzazioni d’armi a soldati della wermacht nazista e tantomeno a soldati delle SS.

Forse questo perché la memoria o il ricordo hanno lasciato spazio ad una verità storica che ha penetrato le coscienze della popolazione e che difficilmente può essere travisata così banalmente.

Con questo stillicidio di vergogne, che potrebbe essere molto più lungo ma che per questioni di spazio abbiamo dovuto sintetizzare, non vogliamo dire che gli italiani si siano comportati peggio degli altri eserciti belligeranti, la storia dei crimini tedeschi, giapponesi o russi o le bombe atomiche americane sono esempi di come alleati e nemici si siano comportati con la stessa brutalità seppur mossi da ideali, mezzi e utilizzando una pianificazione diversa.

Vogliamo però dire che la de-contestualizzazione, la banalizzazione di questi fatti che porta ad una progressiva perdita di memoria anche oggi, a più di 70 anni di distanza, ha come effetto episodi e frasi che ci lasciano davvero sbigottiti.

A così tanti anni di distanza possiamo tranquillamente dire che gli italiani “brava gente” in guerra non lo sono stati, perché la guerra e la sua ferocia, l’idea di disciplina intrinseca nell’esistenza degli eserciti costituiscono le basi per non creare brava gente, ma gente brava in manzoniana accezione.

Crudeli, cattivi, servili, privi di una coscienza ma soprattutto obbedienti, il contrario di ciò che immaginiamo quando pensiamo all’idea di uomini e donne liberi e libere.

Al prossimo articolo.

Valsabbin* Refrattar*

Le foibe

giovedì, Gennaio 16th, 2020

Con questo terzo articolo proseguiamo con l’analisi dello stretto rapporto tra storia memoria e loro mistificazioni per fini politici e ci colleghiamo alla giornata del ricordo analizzando ciò che è stata la presenza italiana in Jugoslavia e come la propaganda nazionalista ha rivisitato le uccisioni delle foibe senza minimamente valutarne le cause.

Le terre jugoslave furono spesso oggetto di contesa e anche durante la prima guerra mondiali vennero contese da vari eserciti belligeranti. La presenza italiana e le sue politiche “coloniali” le troviamo già prima dell’avvento del fascismo, ossia dal 1920 con il trattato di Rapallo che portò all’occupazione italiana di quei territori e all’approvazione di numerosi decreti col dichiarato obbiettivo di italianizzare l’area.

Fu poi la veemente propaganda nazionalista, che tra l’altro portò all’occupazione di Fiume, che anticipò chiaramente quali fossero le intenzioni riguardanti il destino delle popolazioni slave; ipotesi che trovano conferma nelle parole pronunciate da Mussolini, il 22 settembre 1920 a Pola: «di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone […] credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».

Questi sentimenti, che si tramutarono presto in politiche, si acuirono con l’avvento della dittatura fascista che dal 1922 approvò una serie di regi decreti finalizzati ad una ghettizzazione della popolazione non italiana e alla sua successiva sostituzione.

Prima agendo sull’italianizzazione della toponomastica decreto n. 800 del 29 marzo 1923 e poi sui cognomi dei cittadini sloveni regio decreto-legge n. 494 del 7 aprile 1927 ma anche con l’abolizione dell’insegnamento della lingua slovena nelle scuole legge n. 2185 del 1/10/1923 (Riforma scolastica Gentile).

In 5 anni tutti gli insegnanti provenivano dalle varie regioni dell’Italia e i non italiani vennero estromessi da tutti gli impieghi pubblici.

SI stima che queste misure colpirono dai 250 ai 320 mila individui sloveni.

Con l’invasione tedesca della Jugoslavia del 1941, supportata dall’Italia fascista, che utilizzò i territori occupati come basi di partenza, la situazione in quelle terre si fece più grave. La repressione ormai estesa portò ad una sequela di crimini verso la popolazione civile, spesso supportati da indicazioni ben precise date dai comandi militari. Un esempio per tutti è la circolare 3C emanata dal generale Roatta che equiparava la popolazione civile inerme ai militari rendendola soggetta a rappresaglie, depredazioni e incendi di case e villaggi, esecuzioni sommarie e internamenti nei vari campi di eliminazione.

Possiamo immaginare il sentimento di quelle popolazioni nei confronti degli italiani.

E fu proprio in questo contesto che i primi che utilizzarono le foibe furono proprio gli italiani e i tedeschi e numerosi sono gli studi che dall’immediato dopoguerra ad oggi hanno cercato di fare luce sul fenomeno e di quantificare il numero di persone decedute in quegli anni.

 

Insomma, numeri diversi che restituiscono un quadro storico complesso dove orientarsi diventa esercizio difficile.

Un paio di anni fa nella nostra provincia comparvero degli striscioni fatti da un qualche gruppo neofascista riguardanti il tema delle foibe che riportava la frase: “Foibe: chiedetelo ai vostri professori”.

Premettendo che troviamo davvero singolare che siano proprio i figli e figliastri dell’ideologia fascista e del becero nazionalismo a chiedere conto delle conseguenze delle azioni dei loro padri, padrini e padroni che per più di un ventennio hanno gettato il seme dell’odio in quelle terre, vogliamo davvero rilanciare questa richiesta. Chiedetelo!

Vi diranno che questa storia non è cominciata l’8 settembre 1943 e nemmeno il 25 aprile del 1945 ma vi diranno che è il frutto di un processo lungo e difficile.

Chiedetelo ai professori, non ai politicanti, chiedetelo a chi la storia l’ha studiata, la approfondisce e la può vedere e non chi la utilizza, la mistifica per meri interessi politici.

E non si parla solo dei partiti o gruppi della galassia dell’estrema destra ma anche di chi rappresenta le istituzioni, come l’ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano, che in un suo intervento, in occasione della giornata del ricordo, aveva, usato termini come “furia sanguinaria”, “barbarie”, “pulizia etnica” e aveva parlato genericamente di “slavi”.

Senza entrare nel merito del discorso pronunciato, appare evidente che ci troviamo davanti ad una serie di preconcetti ed all’uso di una retorica scontata sui Balcani.

Una retorica che a parti invertite ha portato grandi polemiche da parte del governo croato e parallelamente alla celebrazione da parte del governo sloveno il 15 settembre del “ricongiungimento del Litorale alla madrepatria” rammentando le persecuzioni subite dagli sloveni nel Regno d’Italia.

Se da un lato condanniamo i ripetuti crimini italiani, la repressione titina tipica dei totalitarismi novecenteschi e dall’altro possiamo comprendere certi episodi di ritorsione, non possiamo non renderci conto di quanto sia comune la radice di questi mali che possiamo identificare con l’idea di nazione e delle politiche nazionaliste.

Queste istituzioni per mantenere le loro posizioni di potere devono professare l’odio e seminare le divisioni tra i popoli, diversamente le genti saprebbero veicolare la rabbia verso chi opprime davvero.

Le mistificazioni legate alla giornata del ricordo e alle vittime infoibate portano ad una sedimentazione dell’idea di identità nazionale porta a odiare il diverso, anche popoli che per lunghi periodi hanno saputo convivere pacificamente.

Il nazionalismo è come abbiamo già scritto un cancro, che cresce e si sviluppa ben protetto dalle istituzioni, a cui però possiamo mettere un argine. Lo possiamo fare non credendo a questa propaganda, coltivando il dubbio auspicando una vera pacificazione tra i popoli.

Ci chiediamo che senso possa avere commemorare la popolazione italiana vittima della vendetta degli jugoslavi o la popolazione jugoslava vittima dei massacri commessi dai militari italiani senza valutarne le cause e la radice comune.

Queste sono state immani tragedie ed alcuni, con evidente ipocrisia, ne ricordano solo l’ultimo atto, spesso falso!!!

Al prossimo articolo.

Valsabbin* Refrattar*

Di cosa parlano i politici in tv?

lunedì, Gennaio 13th, 2020

Tendenzialmente, di risolvere i problemi. Ci siamo. Ma di quali problemi stanno parlando? Fame nel mondo, guerre ugualmente sparse in tutti i tempi, le foreste di un intero continente che bruciano, Trump bel signorone americano che decide di fare il cattivone, oppure i problemi quelli belli nostrani e classiconi, l’immigrazione, le tasse. Non so che altro. Belli profumati, belli carichi da battaglia, seduti su divanetti imbellettati al centro dei teleschermi. Guardiamoli bene! Non è importante quello che dicono, ma come! Come in ogni spazio di agonismo che sia la dialettica o il confronto estetico quel che conta è sfoggiare di più: fare la voce grossa, accaparrarsi lo stupore del pubblico. Salvini, al di sopra della sua impalcatura politica, è un personaggio; come lo sono tutti. Caricature tali e quali ai vecchi personaggi Disney del “topolino”. Paperone il riccone self-made con quel grado di modestia derivato dal sacrificio, Topolino il cittadino democratico carico d’impegno civile, Paperino, (sigh!) è lo sfortunato lettore. Chi scrive ricorda di quando Salvini appariva le prime volte nei teleschermi con quella felpona verde e il tono di voce di chi vuol far sul serio. Ah, perfetto! Con tutto questo odio per la politica, per i vitalizi, per questi politici “che si mangiano tutto” (odio indirezionato che riduce le cause del mondo a conflitti tra stati), l’uomo che sa interpretare quello che diciamo noi, che si esprime come noi davanti a questi uomini in cravatta che parlano di numeri e in modo complicato, è proprio quello che serve…

Ahi noi! Tra gli applausi sonanti del pubblico in aula, strisciano sussulti di approvazione nell’inconscio delle menti dei telespettatori incalliti dai discorsoni. La rabbia prende le forme di una signora in gran pugno, batte risposta senza esitare alle domande incerte del conduttore: la sua voce è dura, l’atteggiamento rabbioso. Sì, nel telespettatore italico medio la G. Meloni incarna il provocante ideale di donna dominante (sessualmente?)!

Abbiamo fatto un po’ di chiarezza. E diciamocele le cose?!

Parlano, e parlano, e si battagliano si sfidano urlano s’adirano fremono dibattono. Eppure, siamo sempre qui. Andiamo a lavorare e tiriamo baracca e pensiamo alle nostre vite. Che nel frattempo sono sempre più alienate, omologate (produci, consuma, ricicla! crepa!), standardizzate, atomizzate!

Chiusi nella nostra individualità ci rifugiamo negli alter-ego che costruiamo nel mondo virtuale dei social, sempre più interconnessi alla nostra identità. In essi ritroviamo il mondo che vogliamo vedere, con la nostra cerchia di relazioni inconsistenti.

Togliamo gli occhi dallo schermo, guardiamoci finalmente in faccia: ci siamo accorti di aver perso ogni autonomia?

Di cosa parlano i politici in tv? Di un bel niente, recitano.

Il giorno del ricordo

mercoledì, Gennaio 8th, 2020

Prosegue in questo secondo articolo l’analisi dello stretto rapporto tra storia e memoria e le loro mistificazioni parlando in questo articolo della ricorrenza del giorno del ricordo.

Il Giorno del ricordo è una solennità civile nazionale italiana, celebrata il 10 febbraio di ogni anno. Inizialmente imbastita da Fini e Violante, tra mille polemiche legate alle critiche di numerosi storici nel 1998, è stata istituita ufficialmente il 30 marzo 2004 con legge n. 92 su pressione delle destre alleate all’allora governo Berlusconi II. Le prime firme al testo sono quelle dei principali esponenti di destra e si pone l’obbiettivo di: «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

La data del 10 febbraio non è casuale: il dieci febbraio del 1947 è il giorno in cui venne stipulato il trattato di pace di Parigi fra l’Italia e le potenze alleate che stabilirono l’assegnazione alla Jugoslavia dei territori dell’Istria, della regione di Zara e di buona parte della Venezia Giulia. Le potenze alleate non dimenticarono l’aggressione militare Italia fascista al fianco di nazisti e giapponesi e nemmeno le atrocità da questa commessa (anche se solo in sede di redazione del trattato la considerarono, nonostante l’intervento di De Gasperi, ritennero l’Italia responsabile nonostante il voltagabbana finale.

Premettendo che, in questa riflessione vogliamo dire che non c’è intenzione di non volere ricordare le persone morte nelle foibe o che hanno patito le sofferenze legate all’esodo dalle proprie abitazioni, vogliamo contestualizzare quei fatti, cercando di raccontare cosa sono stati i 20 anni di presenza fascista in quelle terre e le politiche di italianizzazione forzata e smascherando le reali intenzioni dietro a questa giornata.

Altra premessa necessaria riguarda il ricordo (gioco di parole) di un altro giorno, quello della Memoria, giorno internazionale che riguarda la memoria delle vittime del nazi fascismo, ricordati il 27 gennaio, data simbolica della liberazione del lager di Auschwitz da parte dei soldati dell’armata rossa.

La contrapposizione ideologica delle 2 giornate è evidente e strumentale alle politiche di chi ha promosso e voluto il giorno del ricordo, ma anche di chi negli anni l’ha propagandato, partendo da tutti i presidenti della repubblica italiana che dal 2004 si sono succeduti.

L’idea di contrapporre il giorno della Memoria, ricorrenza di carattere internazionale, che ricorda tutte le vittime delle ideologie naziste e fasciste e che hanno colpito chiunque non fosse omologato a quel tipo di società come tutti gli oppositori politici, gli “asociali”, gli omosessuali e le lesbiche, i malati di mente o i disabili, o chi è stato stigmatizzato come gli ebrei, gli zingari o i rom, o chi è stato liquidato perché considerato subumano come i prigionieri di guerra russi, con una giornata che ricorda una parte di morti, è davvero vergognosa.

Il tentativo è chiaro, mettere sullo stesso piano vittime e carnefici paragonando l’imparagonabile ossia un numero non certo di corpi rinvenuti nelle foibe (tra l’altro alcuni chiaramente fucilati dai nazifascisti e molti frutto di vendette personali) con i milioni di morti a seguito del metodico sistema di pulizia etnica e sociale, omicidi e indicibili esperimenti su cavie umane. Questo per riabilitare in maniera velata il fascismo,mostrando gli aguzzini come martiri di una guerra che “capitò”.

E questo ci fa dire che le uccisioni nelle foibe , che tratteremo nel dettaglio nel prossimo articolo, e l’esodo delle genti friulane e dalmate sono state una delle conseguenze delle politiche di italianizzazione forzata e di sfruttamento di quelle aree cominciate non con l’avvento del fascismo ma subito dopo l’annessione di quei territori dopo la prima guerra mondiale, e sono state la conseguenza delle politiche identitarie e nazionalistiche dei comunisti titini che hanno ripreso le modalità tipiche degli eserciti nazi fascisti.

La demonizzazione da parte dei promotori di questo giorno (ossia da parte dei figli e figliastri dei partiti fascisti), dei partigiani comunisti titini per avere fatto quello che hanno fatto, è davvero ipocrita e qualifica molto sulla vera finalità riguardante questa giornata; anzi sembra proprio che buona parte delle vendette private nei concitati e caotici momenti successivi alla fine della guerra, siano state fermate nel momento in cui presero il controllo del territorio..

La critica e la condanna che noi facciamo guardando a questi fatti e a questa ricorrenza istituzionale è il fatto di ridare dignità pubblica a ideologie basate sull’esaltazione della nazione, dei confini e delle frontiere, di popoli intesi come razza, del culto del più forte. Insomma di ideologie che già hanno dimostrato di cosa sono capaci. E questo sì, questo va ricordato!

Questo ci fa presupporre che una certa parte politica, dopo avere messo sullo stesso piano il giorno della memoria  ed il giorno del ricordo, voglia dare il via ad una equiparazione che porti poi ad una minimizzazione delle colpe e che ha come fine una ricostruzione storica falsata e decontestualizzata, che voglia portare una sorta di assoluzione perché loro stessi vittime delle politiche e della repressione comunista come se la loro morte violenta potesse cancellare ogni responsabilità nazi-fascista pregressa.

” se dici una menzogna enorme e continui a ripeterla, prima o poi il popolo ci crederà. La menzogna si può mantenere per il tempo in cui lo Stato riesce a schermare la gente dalle conseguenze politiche, economiche e militari della menzogna stessa. Diventa così di vitale importanza per lo Stato usare tutto il suo potere per reprimere il dissenso, perché la verità è il nemico mortale della menzogna e, di conseguenza, la verità è il più grande nemico dello Stato.” Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich

Senza una continua ricerca, senza lo studio, l’approfondimento e una capacità critica si rischia di fare passare i colpevoli per innocenti, si rischia di travisare chi davvero fu carnefice e causa di quei processi per cui oggi vengono ricordate le vittime.

Si rischia che vengano create le basi perché dei “nostri” morti siano più importanti di altri morti, primo passo e seme velenoso del nazionalismo, padre infetto delle peggiori malattie della nostra epoca.

Al prossimo articolo.

Valsabbin* Refrattar*

 

Nella foto: villaggio croato dato alle fiamme dai militari italiani durante la seconda guerra mondiale.

La difesa dei patrii confini

martedì, Gennaio 7th, 2020

È grazie alla grande abbuffata di retorica degli ultimi anni, in cui si è commemorato il centenario dell’inizio e fine della prima guerra mondiale che abbiamo cominciato a sviluppare alcune riflessioni sul rapporto stretto tra storia, memoria e loro mistificazioni.

Queste riflessioni e tanti fatti odierni di cronaca ci hanno portato, in occasione della ricorrenza lo scorso 1° settembre degli ottanta anni dall’inizio della seconda guerra mondiale, a mettere nero su bianco tutti questi pensieri.

E l’abbiamo fatto attraverso alcuni articoli che hanno l’intento di ristabilire una narrazione di quei fatti non dal punto di vista memonico o evocativo ma da quello storico, e perché no politico, cercando collegamenti con attualità con la presunzione o l’obbiettivo di mettere il semino del dubbio all’interno dei vostri pensieri.

Questi articoli tratteranno in serie la retorica legata ad alcuni slogan o frasi tipiche di una certa oratoria quali la difesa dei patrii confini, il concetto di patria e patrioti o italiani brava gente, ma tratteranno anche la giornata del ricordo e le foibe.

Partiamo quindi con il concetto di difesa dei patrii confini, frase tipica dei discorsi pubblici detti durante le commemorazioni dei caduti delle varie guerre fatti dalle varie forze d’arme e nostalgici vari ma anche della propaganda di tutti i partiti di destra che basano sul fondamento identitario la loro propaganda e le loro speculazioni politiche.

Ma vediamo quali confini l’Italia ha davvero difeso dal 17 marzo 1861 giorno in cui, con atto formale, il Regno di Sardegna e il suo re Vittorio Emanuele II sancì la nascita del Regno d’Italia.

Le prime guerre che l’allora regno italiano intraprese, oltre all’epopea garibaldina del 1866 che a fronte di tanti volontari idealisti vide l’invasione delle terre trentine o tirolesi che storicamente non possono essere considerate italiane, vanno inserite nel fenomeno tipicamente ottocentesco del colonialismo.

Nel 1869 ebbe inizio una lunga serie di guerre volte all’espansione coloniale italiana, con l’occupazione della baia di Assab in Eritrea, proseguendo nel 1889 con la Somalia definita poi colonia nel 1905, e con la ricerca del posto al sole in Libia all’epoca colonia ottomana, con la guerra italo-turca del 1911 e proseguita nel 1912 con la guerra per l’occupazione delle isole del mare Egeo.

La grande mistificazione è stata poi attuata con la prima guerra mondiale, quando a fronte di accordi ormai noti che avrebbero concesso Trento a Trieste in caso di dichiarazione di neutralità ha visto l’Italia entrare in guerra contro il suo finora alleato, l’impero austro ungherese.

Questo che in caso contrario sarebbe stato definito come tradimento, oggi sappiamo essere stato fortemente voluta dai poteri economici che vedevano nella guerra una grande occasione di aumentare i propri profitti e di direzionare le energie delle rivendicazioni sociali.

E i grandi discorsi retorici particolarmente presenti negli anni del centenario  ci hanno veramente nauseati perché abbiamo la presunzione di sapere bene quello che fosse il sentimento patriottico che animava le genti dei nostri paesi, ovvero inesistente; forse qualche borghese o commerciante che poteva vedere aumentati i guadagni non certo i contadini, che al tempo erano la maggior parte della popolazione paesi e che erano privi di un qualsiasi sentimento o di nozione concettuale di patria e che, erano ben consci del guadagno che avrebbero ottenuto dalla guerra.

Dopo il macello della prima guerra mondiale, l’instaurazione del fascismo ha dato il via ad una serie di politiche nazionaliste che meriterebbero tante riflessioni e alcuni articoli ad hoc, e che portarono ad una sequela di invasioni territoriali che descriviamo di seguito.

Verso la fine degli anni 20 venne completata la conquista della Libia e nel 1928 vennero fatte incursioni per la conquista dell’entroterra etiope. Nel 1936, venne poi inviato un contingente a sostegno delle truppe di Franco nella guerra civile spagnola e tra il 1939-40 le truppe italiane, seguirono le sorti della seconda guerra mondiale, occupando militarmente stati liberi come l’Albania nel 1939, o l’infamia della rappresentata dall’invasione delle Francia nel 1940, della Jugoslavia o della Grecia.

Altro aspetto molto importante per il coinvolgimento di valligiani e che un grande immaginario ci ha riconsegnato è rappresentato dall’invio del contingente italiano in Russia a fianco degli alleati germanici e rumeni, invio conseguente all’operazione Barbarossa, che tratteremo in modo più specifico negli altri articoli. Difficile pensare alla Russia come italico suolo.

Se da un lato possiamo inquadrare storicamente il fenomeno del colonialismo e dare il giusto giudizio politico al ventennio fascista, oggi non possiamo che dare un giudizio di condanna di quel fenomeno e dei presupposti su cui si fonda e pertanto non possiamo considerare “patrio” un territorio occupato per lo sfruttamento delle genti e delle risorse naturali e quindi possiamo certamente dire che nessuna di queste guerre sia stata condotta in difesa ma tutte in offesa.

Pertanto, quando l’Italia ha difeso i propri confini?

Possiamo certamente dire che siano stati difesi dai Partigiani sia prima che dopo l’8 settembre del 1943 durante l’occupazione nazista supportata dagli alleati fascisti dello stato fantoccio chiamato repubblica sociale italiana.

Possiamo dire che sia stata difesi dai disertori renitenti, sabotatori che forse nemmeno avevano il concetto di patria nelle proprie teste e che, con grande sacrificio, si opposero nei mezzi e nei modi alle guerre sopracitate.

E vogliamo aggiungere che ci furono altri che oggi sono italiani che una volta difesero i propri confini da truppe invasori. Furono le genti trentine triestine e tirolesi, che a seguito del tradimento italiano e della conseguente dichiarazione di guerra all’impero austro ungarico nel 1915, e già chiamati alle armi sui fronti galiziani e russi nel 1914, per effetto del Landlibell stipulato nel 1511 da Massimiliano I d’Asburgo furono richiamate a difendere i propri paesi, o forse meglio il proprio Heimat, fino alla fine della guerra. Popoli assoggettati poi al regno italiano con tutti i soprusi e le contraddizioni conseguenti. Ma questa forse è un’altra storia.

E come conclusione possiamo dire che la difesa dei patrii confini o forse meglio la difesa della propria libertà, storicamente è stata attuata verso quel cancro che divora e divide genti uguali fomentato l’odio basato su supposte diversità chiamato nazionalismo e le sue conseguenze e verso i poteri economici che da sempre hanno visto nella guerra e nella propaganda nazionalista un’occasione per aumentare i propri profitti.

E consci di ciò non possiamo che augurarci un mondo senza confini, patrie e frontiere dove nessuno è straniero.

Al prossimo articolo. Valsabbin* Refrattar*