In continuità

Dicembre 6th, 2022 by currac

Dopo lo stucchevole e vuoto teatrino della campagna elettorale che ha visto i diversi schieramenti impegnati in un simulato scontro, si è arrivati all’insediamento del primo governo con le più profonde radici nell’estrema destra italiana, definito dai più sovranista e composto dall’unica opposizione e da due partiti che in questi anni sono sempre stati filogovernativi.

Sulle prime lo spauracchio fascista è stato agitato proprio da quei partiti, Pd in testa, che negli esecutivi “dei migliori” e di unità nazionale ha voluto, sostenuto e approvato le peggiori leggi incentrate sulla discriminazione, sulla segregazione e sull’obbedienza premiante proprio analoghe a quelle dei più noti anni del primo novecento.

Proseguendo, ciò che viene definito centro-sinistra, ossimoro nel merito ma perfetta etimologia dell’incesto perfetto, si è arroccato sulle solite posizioni autoreferenziali mostrando il trofeo delle “battaglie” sui diritti sociali e lasciando il corpo del morto fatto di lavoro, salute e libertà ben nascosto.

Analizzando quelle che possono essere considerate le differenze tra un prima e il dopo al di là del linguaggio diverso, per rispettare la forma non certo i contenuti, i due periodi appaiono in assoluta continuità.

Il disprezzo della vita umana oggi è caratterizzato dal lessico della prima nota ministeriale che parla di “carico residuale” riferito alle persone trattenute sulla nave e ieri è stato rappresentato dall’accordo siglato tra il ministro dell’interno italiano Minniti (Pd) e il Primo ministro libico Fayez al-Sarraj per la gestione dei flussi migratori e che già nel 2017 l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani lo ha giudicato “disumano”, avendo accertato che nei centri di detenzione per i migranti presenti in Libia (leggasi lager) si commettono ordinariamente atti di tortura e altre atrocità.

La continuità la possiamo udire nei venti di guerra provenienti da est, e la riscontriamo negli atteggiamenti di chi, ieri come oggi sempre tenendo in alto il vessillo della difesa della democrazia, senza alcun passaggio parlamentare approva l’invio di armi e munizionamenti ai nazionalisti ucraini.

È l’emergenza dicono, è la guerra, nulla di nuovo si dirà se non che questa pietas esplode di incoerenza e di ipocrisia nei confronti di chi le bombe in testa le prende dal 2014 senza avere alcun appoggio internazionale con la sola colpa di essere nel posto sbagliato e di chi oggi le prende meglio le riceve e che rischia nella quotidianità di essere vittima di questo fuoco “amico”.

Per questi pochi esempi, e se ne potrebbero fare molti di più, le ricette di questo governo cosiddetto di destra appaiono in perfetta continuità con i precedenti, pure per quelle misure emergenziali adottate durante il periodo pandemico, e che oggi lentamente vediamo assimilate dalla società.

Misure che oggi sono state completate con delle leggi ad-hoc per i renitenti e i resistenti, applicandole con la solita assenza di discrimine prima affibbiando reati associativi al sindacalismo di base e in ultimo, sulla base di un processo farsa, destinando al regime del 41bis l’anarchico Cospito colpevole di coerenza e dallo scorso ottobre in sciopero della fame per protestare contro quel regime volto all’annichilimento delle più alte pulsioni umane.

Il tintinnio della campanella della finta alternanza che riempie le orecchie, gli occhi, il cuore e la mente dell’homo democraticvs, soddisfatto nel voto avendo così svolto il proprio dovere di buon cittadino, non potrà mai essere sufficiente nelle vite di chi in quell’ora d’aria concessa fatica a trovare la propria boccata d’ossigeno.

La reazione lavora unita e compatta per annichilire qualsiasi forma di dissenso.

Loro in continuità con la repressione, noi come sempre per la Libertà.

41 Bis e la “Bara Bianca”

Dicembre 3rd, 2022 by currac

Nel democratico ordinamento italiano ci sono, oltre a retaggi della dittatura fascista (vedi codice Rocco), una serie di attrezzi liberticidi, inizialmente pensati come provvisori ed emergenziali, ma che sono rimasti, accumulandosi e sovrapponendosi col passare del tempo. In barba ad ogni supposto principio etico.

I più cruenti sono l’ergastolo ostativo, l’ostatività e la 41 bis.

L’ergastolo dura tecnicamente massimo 30 anni. Esiste però l’ergastolo ostativo che diventa un fine pena mai. Esci da morto, nel terribile burocratese fine pena il 99/99/9999.

L’ostatività non si applica solo all’ergastolo ma anche a altre sentenze minori. Fondamentalmente anche per un reato banale, una condanna a breve termine, l’autorità può decidere discrezionalmente di non farti più uscire in barba a ogni supposto diritto.

Nel carcere ostativo ci sono persone che per raggiungere l’Europa in barca si son trovate per sbaglio al timone (qualcuno doveva pur farlo) e sono state accusate di tratta e rinchiuse con l’ostativo e qualcuno addirittura al 41bis. Un abominio ingiustificabile.

Nell’ostatività generalmente vale il principio che bisogna dare informazioni e queste devono essere ritenute utili per uscire dal vortice. Se una persona, o perché non ne ha o perché non ne vuole dare (per non mettere qualcun altro al suo posto o in pericolo gli affetti) rischia di non uscire più.

Con l’infamia si può uscire. Sappiamo appunto che è fuori chi ha sciolto il famoso bambino nell’acido.

Il 41 bis invece è una manovra che sempre si basa sul principio ostativo: per interromperlo devi fare ammenda riconosciuta o una delazione utile. Questo inizia con 4 anni e ogni 2 viene valutato.

E’ puramente punitivo.

Si è sottoterra in una piccola stanza senza più informazioni dal mondo esterno, ne tue notizie usciranno più, tutto è al minimo e fatto per opprimere.

Se l’avvocato trasmette informazioni su di lui in pubblico è radiato dall’albo. Si vive in una stanza angusta, non si può leggere quel che vuole e non si può comunicare con nessuno. Si ha un ora d’aria in un buco profondo 7 metri, con una rete che copre il cielo.

Viene impedito il suicidio, ed essendo costantemente controllati, i rinchiusi sono privati di ogni strumento per tentarlo. La luce del sole non la vedono più e il senso del passare del tempo si perde. Si è come chiusi in una bara aspettando la morte.

Da chi l’ha conosciuto appunto si mostra chiara l’ipocrisia di questo trattamento, che è peggiore della pena di morte.

Chi ha sparato sulla folla a Macerata, tra non molto uscirà e mai gli è stato applicato il 41bis. Questo perché comunque se l’è presa coi più deboli e non ha minacciato le istituzioni.

Alfredo Cospito invece ha sparato nelle gambe a un delegato di una società che fa lobbying per tornare al nucleare.

A lui nessuna pietà, un eretico che non segue le gerarchie imposte, tramite un processo “farsa” gli hanno attribuito un’altra azione, un petardo che senza fare male a nessuno, è stato messo, contro una scuola di carabinieri.

Lui rivendica i suoi atti, e questa oltre all’assenza di prove non l’ha mai rivendicata. Ma è stato comunque condannato su pressione della D.N.A.A.*. Chi difenderà mai pubblicamente un simile eretico?

15 anni per il primo processo e poi ergastolo, forse fine pena mai. Ed ora visto che nel carcere speciale, comunque, esprimeva il suo pensiero, un pensiero comunque integro, hanno deciso di azzittirlo spedendolo alla 41bis.

A lui è rimasto solo il suo corpo per portare avanti una lotta, ed ora è in sciopero della fame contro questa barbarità. Deciso ad arrivare fino alla fine.

Che la libertà torni ad essere un faro e che giustizialismo e legalitarismo smettano di traghettare la società verso antri sempre più bui.

41 bis è TORTURA

 

*La D.N.A.A. è una specie di super polizia dal giudizio sacro. Chi ci finisce nel mirino ha poche possibilità. Bastano piccoli reati o amicizie “sbagliate” per essere accusarti di collusione con relativa ostatività. Il suo giudizio influenza i processi.

È stata pensata per contrastare la mafia, ma poi estesa a qualsiasi cosa possa essere suppostamente ritenuta una minaccia allo stato. Per capire quanto è pulita questa organizzazione basta capire chi l’ha istituita: Andreotti.

 

Un sistema che fa acqua

Luglio 16th, 2022 by currac

San Nicolò Po (MN), il fiume Po in secca per la grave  siccità 2022-03-28

Sta destando preoccupazione la situazione idrica nel nord Italia, da settimane si rincorrono notizie sempre più catastrofiche legate alla siccità, ai record di temperature e alle conseguenze sull’agricoltura.

Dalla Marmolada, alle immagini del Po in secca e dei campi della pianura padana resi desertici fino al lago d’Idro considerato bacino artificiale da chi l’arsura di acqua l’ha nel dna una riflessione è indispensabile per uscire dalla retorica vittimistica imposta dal mainstream.

E la facciamo partendo da uno studio internazionale volto al calcolo di quella che è definita impronta idrica, ossia il consumo di acqua dolce da parte di una popolazione per produrre beni specifici, che attesta tra gli 11 e 15mila i litri di acqua necessari per produrre 1 Kg di carne contro i circa 360 Lt per produrre l’equivalente peso di verdure.

Un’enormità che ci deve far riflettere e prendere coscienza dell’assoluta insostenibilità del sistema, non solo perché a parità di consumi garantirebbe una produzione vegetale in grado di soddisfare il fabbisogno di una popolazione prossima a 8 miliardi (togliendo così la famigerata fame nel mondo), ma anche perché i costi non in etichetta li paghiamo comunque da un lato con i finanziamenti pubblici che sostengono e drogano il sistema e dall’altro dai costi che oggi sta pagando l’ambiente dove viviamo.

A fronte di una richiesta di acqua folle e non più supportata dalle precipitazioni la ricetta del mondo agricolo, per bocca del presidente nazionale Coldiretti, è fatta di nuove opere, di tanti invasi artificiali che garantirebbero riserve per i mesi più critici, sommando così al problema idrico quello della devastazione delle opere fatte su spinta emergenziale che andranno così ad aggravare piccole porzioni di un territorio già allo stremo delle forze.

Una visione, quella del mondo agricolo, miope sicuramente inficiata dalla ricerca del profitto e della massimizzazione della produzione, whatever it takes (ad ogni costo), in primis sulla pelle di animali costretti a vite violente, ma conformi alle norme europee sul benessere animale e in seconda battuta sulle nostre vite.

Piccolo inciso, si deve pensare che le norme sul “malessere animale” prevedono per gli allevamenti di polli da carne un massimo di 33 kg di animali per metro quadro (pochi cm quadri a capo) e per i suini di 160 Kg, prossimi alla macellazione, di condurre le loro esistenze in un metro quadro di spazio, mangiando e defecando praticamente uno contro l’altro; e la cosa che fa più arrabbiare è che gli allevatori nostrani le vorrebbero ancora meno stringenti.

Non una parola dal mondo agricolo riguardante lo spreco delle acque e della rete idrica che letteralmente fa acqua; l’Italia è tra le prime in Europa per lo spreco della risorsa, e si badi non si auspica la totale revisione di un sistema distributivo ormai privatizzato ma la blanda richiesta di ottimizzazione della risorsa acqua.

La quasi totalità delle coltivazioni cerealicole lombarde e in genere della totalità della pianura padana, è utilizzata per l’alimentazione animale, vacche da latte, bovini da ingrasso, suini e avicoli. In aggiunta ai diserbi, ai concimi chimici, alla meccanizzazione e alla quasi totale dipendenza da produzioni cerealicole e di soia estere che di fatto hanno mostrato quanta ipocrisia e falsità ci sia dietro al fantomatico “made in Italy”, abbiamo sempre più la convinzione che se venisse considerato l’impronta idrica e in generale l’impatto ecologico di questo sistema nella sua interezza dovrebbe essere fermato domani mattina, per la nostra salute e la salute dei nostri paesi.

Il sistema non fa acqua, ne richiede con sempre maggiore quantità per abbeverarsi con una voracità seconda solo a quella della guerra, i cui collegamenti magari li approfondiremo in un prossimo scritto.

È chiaro ed evidente, e pure auspicabile, che l’allevamento intensivo come lo conosciamo oggi debba finire e finirà, al pari di quelle professioni come il carbonaio o il lustrascarpe o marginali come il calzolaio o l’arrotino, e che oggi troviamo raccontate nei musei etnografici, grande lascito dei saperi e degli errori da non ripetere del passato.

Pernice Nera

Si può mettere la natura in lockdown? Aggiornamento.

Giugno 29th, 2022 by currac

Riprendiamo con questo scritto l’approfondimento e le riflessioni legate alla presenza di casi di peste suina africana che sono state trattate in questo articolo lo scorso 10 febbraio https://lavallerefrattaria.noblogs.org/post/2022/02/10/lockdown-alla-natura/ .

Dai primi casi riscontrati in gennaio tra Liguria e Piemonte, che hanno immediatamente fatto scattare misure emergenziali e quindi restrittive (il legame anche alla luce della situazione pandemica è ormai assodato), si è giunti lo scorso 5 maggio al ritrovamento di un giovane cinghiale morto e infetto nella zona nord della città di Roma, in provincia di Rieti.

La presenza di questi suidi a Roma e nel Lazio è balzata alle cronache nazionali già negli scorsi mesi con alcuni video che li ritraevano scorrazzanti in aree urbane e liberi di grufolare tra i rifiuti più o meno abbandonati, che se da un lato può far piacere vedere la natura che si riprende i suoi spazi dall’altro è fonte di preoccupazione perché è noto che il virus della psa è presente negli scarti o nei residui di carne anche cotta.

Per i casi laziali, che nel frattempo paiono essere fermi, sono state adottate le stesse misure dei casi liguri, fatte di restrizioni, zone interdette (allargate anche all’Abruzzo) e divieti e la soppressione indiscriminata di suini, chiaramente non quelli degli allevamenti intensivi ma di quelli famigliari che nelle zone periferiche e montane spesso rappresentano una fonte di integrazione al reddito e di riciclo degli scarti alimentari.

L’istituzione di zone infette con accesso all’uomo limitato pare essere la soluzione delle autorità che in sfregio a qualsiasi buonsenso, ma sappiamo quanto queste scelte siano funzionali ad un lento processo di soggiogazione, agiscono col tipico atteggiamento di coloro che, incapaci di trovare una soluzione alla causa preferiscono folli idee per tamponare le conseguenze.

La spada di Damocle rappresentata dalla peste suina africana pende sopra le nostre teste e sopra le nostre libertà, l’inazione oggi pare assurda e non è assurdo pensare allo scoppio del bubbone proprio al termine della stagione estiva, salvando così le vacanze degli italiani, e a ridosso dell’inizio della stagione venatoria, con la massima felicità degli anticaccia che oltre a soluzioni strampalate come la sterilizzazione dei cinghiali tacciono sul tema.

La normativa comunitaria, nel caso di presenza di focolai prevede la sospensione della caccia nelle aree infette, sia per il paventato maggior rischio di diffusione della malattia attraverso le movimentazioni degli animali selvatici spaventati dall’attività venatoria che per mezzo del trasporto del virus mediante mezzi di trasporto, attrezzi, indumenti, scarpe.

L’inazione può essere rischiosa, tacere e non far nulla è pericolosissimo, questa pandemia per sua natura non può essere eradicata, dove c’è è endemica, e il silenzio avvalora il processo di normalizzazione della situazione di emergenza che è già in corso.

È importante opporsi a queste restrizioni assurde e volute ed è altrettanto importante opporsi alla difesa di un comparto produttivo, quello dell’allevamento e della trasformazione della carne suina, che oltre a rappresentare un sistema dannoso per l’ambiente (un esempio, le deiezioni liquide dei suini sono causa di inquinamento delle falde nelle aree ad alta concentrazione degli allevamenti) è innaturale per gli animali stessi, costretti a trascorrere tutta la vita in spazi angusti, sporchi e sovraffollati.

Opporsi per non ritrovarci costretti come maiali rinchiusi negli spazi sempre più stretti previsti dal benessere dell’animale, in questo caso umano, soggiogato al profitto di quegli allevamenti e legiferato da chi ci vorrebbe sempre più ingabbiati e obbedienti tra casa e lavoro.

Pernice Nera

25 Aprile 2022: il tempo delle scelte

Aprile 24th, 2022 by currac

Sono passati 80 anni dalla disfatta militare conseguente all’invasione della Russia, rimasta nella memoria collettiva come “ritirata di Russia” e “battaglia di Nikolajewka”. In Italia e in particolare nella nostra valle, ciò ha rappresentato la presa di coscienza collettiva di un fallimento e nel cuore di molti ha dato la forza per mettere in discussione il ventennale regime fascista.

Oggi da quelle terre ci giungono notizie di una nuova guerra, non meno brutale ma quale non lo è, e a tamburo battente la stampa sta martellando sulla necessità di un intervento e sulla necessità di schierarsi tout court, dividendo il fronte tra buoni e cattivi.

Una semplificazione eccessiva che non tiene minimamente conto della storia di quei luoghi e neanche del percorso politico di chi oggi viene definito come nuovo partigiano, seppur indossi i simboli dei reparti nazisti o condivida con loro l’idea ipernazionalista, squadrista con chi non si allinea e che si è macchiata di terribili crimini dal 2014 ad oggi.

La valanga di polemiche che sono state sollevate nei confronti di chi si è espresso diversamente dal pensiero dominante, ha travolto anche la principale associazione reducistica dei partigiani italiani, la quale, per una volta dopo molto tempo, ha messo in discussione questa linea difendendo valori di internazionalità e pace. Questi episodi dovrebbero davvero farci riflettere sul livello di libertà della nostra società.

Poco ci si può aspettare da chi col pacifismo ha fatto anni di campagne elettorali ed oggi è completamente asservito a logiche economiche e, prono agli interessi atlantisti, sta sostenendo misure e posizioni guerrafondaie e militariste quali l’invio di armi o lo stanziamento di nuovi fondi per le spese militari.

In questo giorno dove si ricorda, si celebra e si festeggia chi della lotta armata ne ha fatto una scelta di vita (e troppo spesso di morte) una riflessione deve essere fatta sul significato di Resistenza e sulla necessità di attualizzare quei valori.

Riflessioni centrali per non confondere parole importanti quali Resistenza, Libertà e Liberazione, strette da un innegabile legame di causa ed effetto, il quale, se frainteso, ci porta erroneamente ad assumere che godere della libertà sia scontato e slegato dalla lotta e dagli sforzi per conquistarla o mantenerla.
L’esistenza di questo legame indissolubile tra questi termini e i concetti che essi richiamano deve essere ben chiaro altrimenti si rischia di svuotare di senso la parola di cui amiamo riempirci la bocca: non ci sarebbe Libertà senza Liberazione, non ci sarà mai Libertà senza Resistenza.

Organizzare eventi mossi da nobili intenti, come pulire i nostri paesi coinvolgendo i più giovani o celebrare le libertà di espressione artistico culturali, che per altro ci vedrebbero attivi partecipanti in altre date, ovviamente sempre muniti di regolare certificazione verde, snatura l’essenza del 25 aprile e porta a recidere il legame storico e umano con gli ideali e l’esempio della Resistenza.

Il 25 Aprile di quest’anno definisce il tempo delle scelte.

Un tempo per una narrazione complessa contro la narrazione guerrafondaia che vuole il male da una parte e il bene dall’altra senza una qualsiasi analisi più approfondita, un tempo necessario per non doversi trovare più costretti a prendere le decisioni di quelle donne e uomini che hanno animato la lotta per la liberazione dal regime fascista.

Ieri come oggi essere contro il pensiero unico rappresenta la sola via di uscita dal vortice e il dissenso può essere manifestato con piccoli ma grandi gesti anche nei nostri paesi.

A Baitoni e Bondone troviamo delle vie che nel 1939 il Podestà di Storo, che allora amministrava anche questi paesi, intitolò a dei conclamati fascisti della prima ora e che nonostante gli 83 anni trascorsi non vediamo essere mai state cambiate. Stiamo parlando di via Tullio Baroni e via Tito Minniti a Bondone e via Aldo Sette a Baitoni.

Tullio Baroni volontario fascista deceduto in combattimento nella guerra civile di Spagna ottenne la medaglia d’oro al valor militare alla memoria come “tempra eccezionale di fascista e di soldato”;
Tito Minniti aviatore e volontario nella guerra di invasione in Etiopia dove il regime fascista utilizzò a tappeto armi letali quali il gas, stupri e violenze di qualsiasi genere per piegare la resistenza;
Aldo Sette uno dei primi squadristi caduto negli scontri delle squadre d’azione che operarono prima della marcia su Roma.

Sarebbe davvero bello che quelle intitolazioni lasciassero spazio al cambiamento.
In contrapposizione a tale scempio e alle biografie di questi figuri vorremmo le vie così rinominate:
ex via Baroni oggi via Volontari Internazionalisti di Spagna;
ex via Minniti oggi Vittime del colonialismo italiano;
ex via Aldo Sette oggi via Barricate di Parma in memoria della Resistenza popolare della città ai fascisti della marcia su Roma.

Una nuova toponomastica, un piccolo gesto, che ci auguriamo possa portare ad una vera presa di coscienza delle responsabilità di quel regime perché è davvero assurdo che a più di 80 anni di distanza ci sia ancora il ricordo di figure che hanno contribuito a rendere il mondo un posto peggiore.

Il 25 Aprile di quest’anno definisce il tempo delle scelte, l’orologio verso un nuovo regime totalitario corre più forte che mai e noi sappiamo da che parte stare, la stessa di sempre.

Ora e sempre Resistenza!                                               Antifasciste e Antifascisti

Il nemico alle porte

Aprile 7th, 2022 by currac

Ad un mese e mezzo dell’inizio delle operazioni militari russe in Ucraina sono tante le sensazioni che ci pervadono e ci attraversano e tanta è la rabbia per questa guerra.

Sono stati e sono giorni concitati dove oltre al frastuono delle esplosioni prosegue incessante il bombardamento mediatico di notizie, dove diventa quasi impossibile scindere la realtà dalla finzione e dove la vita e la morte non sono altro che una fiction, una prima tv che ci deve aspetta di fronte al divano.

Ciò che emerso palese è la posizione dell’occidente che al primo squillar di trombe si è attruppato e indossato l’elmetto della propaganda, al grido di armatevi e partite, ha immediatamente appoggiato una linea belligerante e interventista a sostegno tout court di un paese, l’Ucraina, certamente invaso e che ben rappresenta la frontiera delle nuove “land of freedom”: ipernazionaliste e per certi versi reazionarie.

Un po’ di stupore, ma neanche troppo, abbiamo imparato bene a conoscere i nostrani democratici che proni alle indicazioni atlantiste non hanno nemmeno mostrato la solita faccia ipocrita che li contraddistingue e che li ha visti alla meglio girare il viso di fronte ai peggiori massacri in giro per il mondo quando al peggio pure sostenere; la ragion di stato è chiara fin da subito: la pace “non s’ha da fare”.

L’abbiamo conosciuta, affrontata e contrastata in questi anni la loro doppia morale, dove la ratio economica ha sempre avuto il sopravvento rispetto a tutto ed oggi, in prima linea anzi in trincea vediamo gli esponenti di quel partito che porta proprio nel nome la parola democrazia.

In trincea forse no, in fureria come citava Sordi parlando dei romani nello straordinario film di Monicelli “La Grande Guerra” e che sarebbe da rivedere, ma sicuramente all’avanguardia della svolta azionista.

Non è un caso che esponenti di spicco di questo partito oggi ricoprano posizioni chiave in quegli asset definiti strategici del comparto difesa, utilizzando l’ennesimo neologismo che vuole mascherare ciò che in realtà è: l’industria bellica.

Alcuni nomi: Marco Minniti, una vita da democratico, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri (governo D’Alema I e II) e ministro dell’interno del Governo Gentiloni ieri firmatario della legge che istituiva dei lager per migranti in Liba e oggi presidente della Fondazione Med-Or, fondazione che tratta con i principali regimi dal golfo persico al Marocco.

Nicola Latorre prima nei democratici di sinistra poi Ulivo e infine partito democratico, oggi direttore generale di Agenzia industria difesa, Fausto Recchia amministratore delegato di Difesa Servizi ed infine Alessandro Profumo Amministratore delegato di Leonardo Finmeccanica azienda con un fatturato da 13 miliardi attiva nella produzione di cacciabombardieri ed elicotteri pesanti, corvette, navi d’assalto e sottomarini, missili aria-terra e anti-nave, cannoni e mitragliatori e sistemi radar giusto per citarne alcuni.

Sono solo alcuni esempi, forse i più eclatanti, tanto da farci però sorgere il sospetto che questi sinceri democratici stiano appoggiando questa narrazione bellicosa non tanto, o meglio non solo, per supposti principi di internazionalismo e/o solidarietà dei popoli ma per i peggiori fini economici.

Va sottolineato poi come il 18 marzo scorso la camera con 367 voti a favore, 25 contro abbia votato per l’invio di armi in Ucraina e come il governo dei migliori stia cercando di imporre l’aumento della spesa militare al 2% del Pil, ossia da 25 a 38 miliardi; una mostruosità che in tempi di emergenza sanitaria rappresenta uno schiaffo in faccia alle bare di Bergamo e ai morti e alle politiche discriminatorie e illiberali promosse.

E se il pesce puzza dalla testa ci chiediamo come sia messo il resto del corpo, la base di questi partiti, che di fronte a questo scempio, a questo pacifismo di facciata, a questo interventismo acritico e interessato, allo stigma dato al nemico di turno, non alzi una voce forte e chiara contro la guerra, qualsiasi essa sia, e contro l’industria bellica che sta, lentamente come un cancro, uccidendo le nostre libertà.

Negli anni abbiamo potuto constatare come tutti quei valori, per loro democratici, siano pian piano stati sostituiti dall’unica cosa importante per questi politici, la gestione del potere a scapito proprio di quei principi dove il whatever it takes, a qualsiasi costo, non è orientato alla tutela dei propri ideali e della propria integrità ma alla difesa dei propri privilegi.

Il nemico è rappresentato oggi da chi finanzia l’industria bellica, da chi la dirige, da chi falsamente propugna ideali di pace seminando guerra e da chi difronte a tutto questo scempio tace.

Il nemico è alle porte, non dimentichiamolo.

Valsabbin* Refrattar*

 

Vaccino e moschetto, democratico perfetto!

Marzo 24th, 2022 by currac

Dell’attitudine terribilmente reazionaria dei cosiddetti democratici ne abbiamo parlato in numerosi scritti pubblicati su questo blog che spaziavano dalla questione memorialistica dalla prima guerra mondiale, passando per la Resistenza arrivando poi alla questione confine orientale ma anche a quella della gestione “pandemica” e che li ha sempre visti come avanguardie della repressione e della falsificazione storica.

In questi giorni i novelli istituti “Lvce”, i mezzi di informazione del regime democratico, solo per un soffio sono riusciti ad allinearsi alla nuova narrazione belligerante che spezzando le reni al racconto pandemico ha in brevissimo recuperato il terreno che pareva perso e a reti unificate ha dichiarato la nuova guerra che questa disgraziata terra si sta trovando a combattere.

E dopo la battaglia al covid, col petto gonfio, il perfetto democratico dopo avere sostenuto leggi emergenziali, isolamento, segregazione sociale e un lasciapassare che di sanitario ha ben poco tant’è che tuttora è lontano dall’essere tolto, in nome della sicurezza e di una presunta libertà, ha tolto il cerotto dal braccio punturato ha indossato l’elmetto e imbracciato il fucile.

Il parlamento contro oltre ogni sua legge, contro pure la costituzione più bella del mondo, la stessa che viene utilizzata o evocata come un magico talismano o una taumaturgica reliquia ad uso e consumo del caso, di fronte alle operazioni russe (esecrabili come ogni guerra d’invasione) ha votato a spron battuto l’invio di armi in Ucraina e senza un minimo dibattito o discussione ha aumentato la spese militare che sarà pari al 2% del Pil, pari a circa 36 miliardi l’anno.

E senza porsi nemmeno una domanda completamente refrattari ad una analisi che considerasse non diciamo l’ultimo secolo ma almeno gli ultimi otto anni questi ipocriti democratici hanno così mostrato il loro essere pacifisti a corrente alternata.

E così da noti democratici abbiamo sentito stigmatizzare chi non si sia allineato a questa narrazione e a questa svolta guerrafondaia tacciandoli come pericolosi disertori, con l’accezione tipica di chi la diserzione non l’ha mai accettata e la guerra, l’idea militarista della società, in fin dei conti l’ha sempre sostenuta.

Il grande varietà bellico si è completato pochi giorni fa con la diretta alla camera del presidente ucraino accolto, ascoltato e omaggiato con 92 minuti di applausi. Peggio è andata a quei mostri, immediatamente sbattuti in prima pagina, che hanno avuto la sola colpa di declinare l’invito di applaudire a reti unificate e non hanno partecipato all’imperdibile show.

Oggi ci troviamo ad affrontare un’economia di guerra fatta di razionamenti, dell’ennesimo stato di emergenza militare che così può giustificare qualsiasi abominio e di un invio di armi forse prologo all’invio di truppe e manna per le aziende armiere principali contribuenti al Pil nazionale, in parte grazie all’assenza di un movimento per la pace che nel ‘900 ci ha contraddistinto e che dobbiamo con forza ricostruire e grazie all’ipocrisia dell’intero arco parlamentare che della pace poco importa e che sa quanto la guerra, all’economia occidentale malata terminale, faccia bene.

Ma il democratico queste cose non le vuole sapere.

Putin oggi è il nemico su cui concentrare i quotidiani 2 minuti di odio, indossando l’elmetto della propaganda resistente a qualsiasi dubbio e imbracciando le armi spuntate del vaccino e del moschetto che per questo democratico perfetto, sempre in prima linea a combattere il nemico di turno, rappresentano l’immunizzazione dalla più terribile delle malattie che lo può affliggere: la Libertà.

Lunga vita ai disertori, ai sabotatori e a chi della guerra non ne vuole sentire parlare e che della pace ne fa una ragione di vita.

Si può mettere la natura in lockdown?

Febbraio 10th, 2022 by currac

Ha creato grande allarme il ritrovamento lo scorso 7 gennaio 2022 delle prime carcasse di cinghiali morti per la famigerata peste suina africana, malattia virale che colpisce cinghiali e suini. I primi capi trovati nel Comune di Ovada, in provincia di Alessandria, hanno destato estrema preoccupazione per la contagiosità della malattia, che però non è trasmissibile all’uomo, e hanno fatto immediatamente attivare gli enti preposti alla vigilanza.

Già dopo pochi giorni il mistero della salute ha rilasciato due circolari contenenti specifiche misure di emergenza, a distanza di pochi giorni il 13 e 18 gennaio, queste circolari hanno istituito una zona infetta, che oggi comprende 78 comuni del basso Piemonte, tutti in provincia di Alessandria, e 36 in Liguria (Genova e Savona) entro cui vengono prescritti dei divieti per impedire una lunga serie di attività all’aria aperta, quali esercizio venatorio, raccolta funghi, trekking e che in sintesi introducono un lockdown (l’ennesimo inglesismo pensato per rendere più dolci le restrizioni  confinamenti) finalizzato al contenimento entro quei luoghi della peste suina africana riscontrata nei capi di cinghiali ritrovati morti.

Divieti e repressione dello stato centrale e delle sue ramificazioni che non si limitano a creare aree interdette, novelle “servitù sanitarie”, ma che vanno come sempre a colpire la microeconomia imponendo tra l’altro la macellazione immediata dei suini degli allevamenti famigliari.

Il cinghiale praticamente assente nell’arco alpino e presente in piccoli gruppi negli Appennini, sopravvissuto oggi nella specie autoctona solo in Sardegna, è stato dal primo dopoguerra oggetto di incroci con razze provenienti dall’est Europa o di ibridazione con maiali allevati allo stato brado.

Questi ibridi, grossi fino al doppio della specie autoctona maremmana, più voraci essendo meno selettivi e decisamente più prolifici, una scrofa può arrivare a partorire 2 volte l’anno fino a 12 piccoli a volta, hanno rappresentato inizialmente una fonte di sostentamento alimentare e col passare degli anni, in assenza di un adeguato contenimento, di predatori in grado di limitarne la crescita (i lupi nostrani faticano a competere con questi animali di grossa taglia) e del graduale abbandono dell’uomo dei boschi stanno diventando una vera piaga per chi vive le zone collinare e montane, distruggendo in modo sistematico coltivazioni, prati e pascoli.

Ma non solo perché da Genova a Roma sono oramai quotidiane le scorribande di questi capi filmati a rovistare tra i cumuli di immondizia nelle periferie cittadine.

L’urgenza di contenere la diffusione di questa malattia non è dettata da uno spirito ambientalista o di tutela della salute della fauna selvatica, ma dalla necessità di impedire che questa raggiunga gli allevamenti intensivi della pianura padana.

Immediata e come spesso capita fuori luogo è stata la presa di posizione di molte associazioni pseudo ambientaliste che anziché vedere la luna (la criticità intrinseca degli allevamenti intensivi) guardano il dito attaccando la caccia; Legambiente nazionale, ha lanciato un appello al ministro della Salute Roberto Speranza per l’emanazione di «un’ordinanza che vieti per i prossimi 36 mesi la caccia nelle forme collettive al cinghiale (braccata, battuta e girata) senza rendersi conto che l’assenza di un contenimento del cinghiale può causare solo criticità.

Problemi dati dall’assenza di predatori e dalla prolificità di quegli animali che già nel brevissimo termine può portare a condizioni di sovrappopolamento che possono essere causa di malattie e dello spostamento degli animali.

L’area dove sono stati riscontrati i primi casi di influenza suina africana è strategica perché è quella che mette in collegamento le Alpi con gli Appennini e quindi, potenzialmente, i grossi allevamenti suinicoli della pianura che va da Parma al Friuli, ma anche gli allevamenti della bassa pianura bresciana, cremonese e mantovana. Un corridoio ecologico che negli anni è stato utilizzato da molti altri animali, lupi e sciacallo dorato per citarne due, per allargare il loro habitat.

Pensare che queste misure possano limitare la diffusione della malattia è pura fantasia, ben altre sono forse le intenzioni dietro queste leggi emergenziali.

Se da un lato malattie infettive e allevamenti intensivi sono collegati, l’abbiamo visto con il Covid19 anche se difficilmente sapremo se davvero è davvero di origine animale, dall’altro sappiamo quanto negli ultimi decenni la continua sottrazione di habitat ai selvatici a favore degli allevamenti intensivi, inquietanti sono immagini delle porcilaie in Cina alte 13 piani costruite in mezzo ai boschi, sia possibile causa di trasmissione di malattie col famigerato spillover o salto di specie.

Inoltre, non ci si può esimere dal fare un parallelo tra l’esperimento sociale che vuole sempre più ambiti della vita umana interdetti per la questione sanitaria.

L’esperimento che vuole collegato in una morsa letale la libertà alla salute l’abbiamo visto applicato scientificamente negli ultimi due anni ed ora col pretesto della peste suina africana lo vediamo esteso ad ambiti prima esclusi.

Questa accelerazione, questo passo successivo rispetto al Covid19, non riguarda la salute umana o animale ma quella di un sistema produttivo, quello degli allevamenti intensivi che per loro stessa esistenza sono insalubri. Sistemi insostenibili sia per gli animali costretti a vite artificiali e innaturali, in spazi confinati dove il malessere animale è pianificato e regolamentato da leggi europee e sia per l’ambiente soffocato dalla meccanizzazione, dalla perdita di biodiversità, dalla chimica e delle deiezioni derivanti da questi incubatoi di patologie.

Non è un caso che nelle stalle, in particolar modo di avicoli e suini, le terapie antibiotiche siano prassi e routine pianificate a seconda dell’età degli animali e non estrema ratio in caso di infezioni.

La salute di questo sistema produttivo deve essere garantita e protetta per tutelare il comparto e sua economica e sull’altare di quei profitti viene sacrificata la nostra libertà di movimento, azione e sostentamento. Oggi i comuni interdetti sono nelle regioni ad ovest ma presto, molto presto, potrebbero estendere questa idea di zona infetta in altre regioni, da noi.

Accettare il lockdown anche per la natura può essere il passo definitivo per la normalizzazione del confinamento che dopo socialità, cultura e lavoro toglierebbe definitivamente l’ultimo spazio di libertà che abbiamo goduto nel periodo di confinamento e che nei secoli ha rappresentato rifugio e alcova delle più belle idee di vita, rivolta e libertà.

Contro queste follie per la nostra libertà.

Pernice Nera

Riflessione sul certificato verde 2

Gennaio 24th, 2022 by currac

Che il certificato verde sia un provvedimento che poco ha avuto e ha a che fare con la sicurezza sanitaria è un fatto che fin dalla sua introduzione abbiamo fortemente affermato.

Pensato e approvato lo scorso giugno dall’unione europea per “regolamentare” gli spostamenti delle persone tra i suoi stati aderenti e presentato in pompa magna dal suo presidente Sassoli che l’ha sponsorizzato come misura di tutela sanitaria, è stato fin da subito recepito, applicato dal governo a guida Draghi e fin dai primi mesi sempre più esteso.

Già in agosto lo abbiamo visto reso obbligatorio per l’accesso a ristoranti al chiuso, palestre, piscine, centri termali e altri luoghi dove poteva sussistere il rischio di assembramento, come cinema, teatri, sale da concerto, stadi o palazzetti sportivi, convegni e congresso.

Il 15 ottobre poi l’obbligo è stato ampliato pure per recarsi al lavoro. Il decreto del 21 settembre, decreto prassi di governo ormai divenuta abituale che bypassa completamente qualsiasi confronto con le parti sociali e qualsiasi dibattito parlamentare, in sintesi decide il presidente del consiglio e i suoi ministri, introduce l’obbligo di possesso ed esibizione del certificato verde per l’accesso ai luoghi di lavoro, inizialmente fino al 31 dicembre, pena la sospensione.

La svolta di questo lasciapassare è introdotta col decreto dello scorso 26 novembre scorso vigente dal 6 dicembre che amplia il concetto di certificato verde introducendo il super greenpass o g.p. rafforzato affermazione della volontà di rendere subdolamente obbligatoria l’inoculazione e che e ha reso necessaria un’ulteriore divisione sociale con regole diverse per vaccinati o guariti e i non vaccinati e che rispetto al primo è rilasciato solo alle persone sottoposte all’inoculazione o guarite.

Il Decreto del 23 dicembre, passato come decreto Natale 2 ha infine prorogato lo stato di emergenza al 31 marzo 2022, in barba pure alle norme costituzionali, il possesso del g.p. per accedere al luogo di lavoro e ha introdotto ulteriori strette per il periodo natalizio.

Sempre col metodo del decreto-legge dal 20 gennaio e nei prossimi giorni il lasciapassare sarà obbligatorio fino al 31 marzo anche per l’accesso ai locali di servizi alla persona, quali parrucchieri e estetisti, agli istituiti di credito e alle poste e ai pubblici uffici e sarà obbligatorio per accedere alle tabaccherie, alle poste, e alle agenzie di collocamento e ai caf.

Ormai è evidente che la misura del certificato sia contraria a qualsiasi necessità medica o sanitaria e poco ha che fare con il contenimento di questa malattia, le evidenze sono numerosissime, pure i medici “amici” di governo ne stanno denunciando l’inutilità e perfino Amnesty si è espressa a riguardo; in merito citiamo solo dall’obbligo di affiancare un tampone negativo al certificato per potere accedere a certi luoghi.

Le menzogne di stato, colpose e sempre più dolose, dalla tachipirina e vigile attesa alla frase: “Non ti vaccini, ti ammali e muori e fai morire” fino a quelle che riguardano questa misura stanno mostrando come si stia profilando all’orizzonte un sistema di controllo sociale che se inizialmente era verticistico e centralizzato col susseguirsi delle norme contenute in questi decreti sta scivolando via via nel peggior sistema di verifica e delazione dei più noti regimi che la storia ricorda.

Il certificato verde è l’ennesimo strumento di ricatto ed è una pratica estorsiva, se non l’hai non lavori, non accedi ai luoghi di cultura e di socialità, che troppo spesso vediamo utilizzata anche dal padronato italiano, sono decine le segnalazioni che in questi mesi sono state raccontate.

Si cominciano a leggere di gruppi di studenti volontari, novelle guardie rosse della rivoluzione, pronti al controllo del certificato e al deferimento all’autorità dei rei possessori o non di un certificato non valido.

La pandemia passerà ma il desiderio di controllo no, si prospettano tempi bui tempi in cui solo la nostra ferma opposizione a queste leggi liberticide e antiscientifiche potrà scongiurare.

Valsabbin* Refrattar*

Cronologia pandemica vol.III

Gennaio 20th, 2022 by currac

INVERNO 2021-2022

23 dicembre: stretta per le festività natalizie, stop di eventi anche all’aperto per capodanno e modifica della durata dei certificati verdi e dell’obbligo di somministrazione della quarta dose

Natale: il decreto del 23 dicembre provoca il caos e lunghissime code e assembramenti si creano fuori dalle farmacie.

29 dicembre: nuovo decreto che estende il super green pass anche ai mezzi di trasporto e ad altre attività per cui prime era sufficiente il solo green pass base

5 gennaio: il decreto Covid prevede un cronoprogramma di estensione dell’obbligo di certificato verde super per l’accesso ai locali di servizi alla persona, quali parrucchieri e estetisti, agli istituiti di credito e alle poste e ai pubblici uffici e sarà obbligatorio per accedere alle tabaccherie, alle poste, e alle agenzie di collocamento e ai caf. Il decreto introduce l’obbligo vaccinale per gli over 50 pena la comminazione di una sanzione amministrativa di 100€.

15 gennaio: Il Tar del Lazio si è pronunciato su un ricorso promosso da alcuni medici, che contestavano la validità della circolare del Ministero della Salute sulla Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-COV-2, nella parte in cui, nei primi giorni della malattia, prevede una mal intesa “vigilante attesa” e somministrazione di FANS e paracetamolo (principio attivo della Tachipirina) e in particolare nella parte in cui pone delle indicazioni “in negativo”, ossia sconsigliava ai medici di utilizzare determinati farmaci come l’idrossiclorochina.

20 gennaio: Il Consiglio di Stato ha sospeso con un decreto la sentenza del Tar del Lazio che annullava il protocollo ministeriale riguardo le cure domiciliari. Se ne riparlerà in Camera di consiglio il prossimo 3 febbraio. Dolosi dilettanti allo sbaraglio.

 

 

Cronologia pandemica vol.II

Dicembre 23rd, 2021 by currac

AUTUNNO 2021

Normalizzazione dei trattamenti sanitari obbligatori

22 settembre: l’Ue firma un contratto di acquisto per 5 nuovi anticorpi monoclonali, che dovrebbero essere utilizzati a partire da ottobre

23 settembre: Draghi firma il dpcm che rende obbligatoria la certificazione verde per accedere ai luoghi di lavoro, sia nel pubblico che nel privato. Chi non lo mostrerà sarà sospeso dal lavoro

25 settembre: prime cariche contro i manifestanti che protestano contro il lasciapassare sanitario e l’obbligo vaccinale

2 ottobre: dopo 2 mesi proseguono incessanti le proteste. Sale la tensione.

6 ottobre: parte in ordine sparso la somministrazione della terza dose con il vaccino antinfluenzale

7 ottobre: viene aperta un’inchiesta dalla corte dei conti per danno erariale sul mancato utilizzo delle terapie a base di anticorpi monoclonali a partire dall’autunno 2020

9 ottobre: durante la manifestazione romana contro il green pass parte un corteo, con in testa esponenti dell’estrema destra italiana, vandalizza la sede della Cgil di Roma

15 ottobre: scatta l’obbligo di possedere ed esibire su richiesta il green pass per tutti i lavoratori del settore privato, a prescindere dalla natura subordinata o autonoma del rapporto di lavoro. L’obbligo è al momento previsto fino al 31 dicembre 2021, data in cui, salvo proroghe, terminerà lo stato di emergenza sanitaria. Numerose proteste che hanno il loro focus nella città di Trieste.

18 ottobre: i manifestanti al varco 4 del porto di Trieste vengono sgomberati con l’uso di idranti e cariche a freddo.

26 novembre: viene introdotto il super green pass o green pass rafforzato che cambia le regole per accedere ai luoghi di lavoro (obbligo di super green pass per gli over 50 al lavoro e obbligo vaccinale per chi ha compiuto i cinquant’anni se è senza lavoro) trasporti e mezzi pubblici, ristoranti e bar, università, matrimoni.

5 diembre: Mario Monti ex presidente del consiglio in studio da Fazio ci ricorda quanto la nostra libertà stia loro a cuore:  “abbiamo iniziato ad usare il termine guerra ma non abbiamo usato una politica di comunicazione adatta alla guerra. Bisognerà trovare un sistema che concili la libertà di espressione che dosi dall’alto l’informazione… parlando continuamente di covid si fanno solo disastri, comunicazione di guerra significa che ci deve essere un dosaggio dell’informazione. Bisogna trovare delle modalità meno democratiche”.

 

Sulla disumanizzazione del dissenso

Novembre 22nd, 2021 by currac

Da oramai quasi due anni assistiamo alla sospensione di numerosi diritti costituzionali e dell’individuo in nome di una emergenzialità della quale non si vede la fine. Chi deciderà se e quando quei diritti saranno restituiti in forma inalienabile? I dati di occupazione delle terapie intensive dei pazienti COVID?

Beh forse nel 1980 ce la saremmo giocata meglio grazie agli allora 922 posti letto disponibili ogni 100.000 abitanti contro i 275 attuali. Il tasso di positività ad un virus,asintomatico nel 95% dei casi, rilevato peraltro tramite un test ritenuto inadatto a fini diagnostici dal suo stesso ideatore?

Pare si vada verso l’endemizzazione del virus e di pari passo all’endemizzazione dello stato di emergenza ormai prossimo allo stato di eccezione.

Si dà oramai per scontato che a breve, per eludere il termine massimo di anni due previsto per la proroga dello stato di emergenza, il governo pescherà dal cilindro un escamotage per rinnovare la medesima condizione semplicemente chiamandola in altro modo.

Per dirla con le parole di un filosofo non certo sovversivo come Massimo Cacciari “Chi non capisce la gravità della questione non ha alcuna sensibilità costituzionale e democratica.”

Un governo “tecnico”, con una super maggioranza appiattita a sostegno di un premier/banchiere non eletto, rappresentativo solo degli interessi della grande finanza, avanza a colpi di fiducia e decreti  ministeriali.

Ogni forma di dissenso viene totalmente annichilita. Mediaticamente ignorata fino a quando possibile, poi demonizzata. Chiunque, a cominciare da medici e scienziati, esprima dubbi riguardo la narrazione pandemica ufficiale viene radiato o ostracizzato, in nome di una supposta scienza, che in realtà cessa di esser tale proprio perché rifiuta il dibattito.

Molti fra i “sinceri democratici” che per decenni si sono stracciati le vesti, denunciando il conflitto di interesse del vecchio caimano, non battono ciglio mentre si impongono discriminazioni, restrizioni, coprifuochi e lasciapassare, seguendo le indicazioni di virostar e politici in palese conflitto di interesse, che sguazzano in un sistema di porte girevoli fra gli incarichi della politica, delle istituzioni sanitarie e delle grandi multinazionali del farmaco. Per non parlare dei finanziamenti alla ricerca e agli enti sanitari stessi. Emblematico il caso dell ‘OMS che riceve oltre l’ 80% dei suoi finanziamenti proprio dalle grandi case farmaceutiche.

La strutturazione del pensiero unico e la disumanizzazione del dissenso sono giorno dopo giorno perseguiti da campagne mediatiche a reti unificate che ripetono dei mantra che si possono sintetizzare con le recenti lapidarie dichiarazioni del primo ministro : “non ti vaccini, ti ammali, contagi, muori e fai morire”.

E poco importa se sia ormai acclarato che queste terapie geniche non immunizzino affatto dal contagio e dalla possibilità di contagiare, ma prevengano nel migliore dei casi l’insorgenza della forma grave della malattia per qualche mese. Evidenza che dovrebbe spingere qualsiasi persona capace di raziocinio a chiedersi dove starebbe il beneficio nel sottoporre a tale trattamento sperimentale, con effetti avversi a breve termine non certo trascurabili, e a medio-lungo termine totalmente sconosciuti, persone che nulla hanno da temere da un virus opportunista, le cui vittime hanno una media di età di 82 anni e convivevano con almeno 2 patologie gravi pregresse (fonte Istituto Superiore di Sanità).

Già è iniziata la martellante indegna campagna mediatica da Istituto Luce per incentivare l’inoculazione di bambini sani nella fascia di età 5-11 dove il rischio di mortalità per Covid è lo zero assoluto.

Questo mentre ogni terapia di trattamento precoce della malattia viene screditata ed inibita, mantenendo le indicazioni del ministero della salute ferme alla tachipirina e vigile attesa.

Chi rifiuta di ricevere la nuova eucarestia viene marginalizzato, paragonato ad un evasore fiscale, obbligato a pagare per dimostrare di esser sano anche per godere di quel diritto al lavoro sancito dal PRIMO articolo della costituzione.

Grande è la polemica in questi giorni riguardo ai manifestanti di Novara che hanno sfilato nei panni di deportati nei lager nazisti. L’enormità della tragedia rievocata dalla loro provocazione ha urtato  la sensibilità di molti, lasciando poco spazio all’evidente invito alla riflessione, che avrebbe dovuto riportarci alle parole di Primo Levi :

Non iniziò con le camere a gas. Non iniziò con i forni crematori. Non iniziò con i campi di concentramento e di sterminio….

Iniziò con i politici che dividevano le persone tra “noi” e “loro”. Iniziò con i discorsi di odio e di intolleranza, nelle piazze e attraverso i mezzi di comunicazione. Iniziò con promesse e propaganda, volte solo all’aumento del consenso. Iniziò con le leggi che distinguevano le persone in base alla “razza” e al colore della pelle. Iniziò con i bambini espulsi da scuola, perché figli di persone di un’altra religione………

Ricordando l’olocausto e le sue vittime ci si interroga  spesso di come il popolo tedesco sia potuto arrivare ad accetare più o meno passivamente gli orrori e l’inumana violenza riservata a non ariani e  dissidenti.

Evidentemente il regime nazista ha prima avuto bisogno per diversi anni di mostrificare con la propaganda  tali categorie privandole agli occhi dei più della dignità umana .

Di seguito riporto un breviario, certamente non esaustivo, di alcune dichiarazioni passate dai media nostrani lasciando a chi legge il giudizio se possano o meno essere ritenute frasi di incitamento all’odio e  possibile preambolo al materializzarsi di vie di fatto concretamente violente nei confronti del loro target :

Propongo una colletta per pagare ai no-vax gli abbonamenti a Netflix per quando, dal 5 agosto, saranno agli arresti domiciliari chiusi in casa come dei sorci”. Roberto Burioni, immunologo.

Vorrei vederli cadere come mosche”, Andrea Scanzi, giornalista.

“Chi non si vaccina va preso per il collo” , Lucia Annunziata, giornalista.

Tutti i vaccinabili siano immunizzati con le buone o con le cattive”, Matteo Bassetti, infettivologo.

Io sono molto democratico: campi di sterminio per chi non si vaccina”. Giuseppe Gigantino, medico.

Carrozze dei treni dove segregare i no vax”, Mauro Felicori, assessore alla cultura Emilia Romagna

“La ministra Lamorgese richiami in servizio il ‘feroce monarchico Bava che con il piombo gli affamati sfamò’“,Giuliano Cazzola, giornalista.

Mentre i sistemi di governo delle pur sempre imperfette democrazie liberali occidentali  stanno assumendo i tratti di società totalitarie e del controllo, con l’Italia a fare da capofila, in troppi guardano  passivamente al nuovo corso.

La subdola ragione che spinge molti ad accertare l’inaudita compressione dello stato di diritto è la sempre sbandierata necessità scientifica di tutelare la salute della comunità. Resta inspiegabile come possa avere credibilità e presa tale argomentazione portata avanti dallo stesso sistema di potere che ha quasi  ompletamente smantellato la sanità pubblica, favorendo sistematicamente da decenni il profitto privato sulla pelle dei suoi cittadini.

E’ importante ricordare che l’accettazione delle leggi razziali del 38 in Italia fu sdoganata da un manifesto firmato da parecchi fra i più eminenti scienziati dell’epoca.

E che in egual misura la ghettizzazione iniziale degli ebrei fu supportata da una forte propaganda che li dipingeva come contaminatori della purezza genetica ariana, ma anche come diffusori di malattie infettive quali tifo e colera.

Anche allora in pochi trovarono il coraggio e la dignità per opporsi attivamente all’incedere della  barbarie nazifascista.

In Italia solo 12 professori universitari su 1.200 rifiutarono la tessera del partito fascista, vedendosi così privati di agibilità politica e sociale, oltre che del lavoro.

In pochi anche oggi hanno trovato la forza e l’umanità di rifiutare il nuovo lasciapassare governativo.

Banditi e criminali venivano chiamati anche i primi fieri oppositori dei regime, sistematicamente bastonati,  imprigionati, confinati, fisicamente eliminati. E restarono, fino alle disfatte belliche del regime che portarono sul carro della resistenza buona parte degli italiani, una esigua e sparuta minoranza.

Compito di chi vuol tener vivo il loro  esempio di sacrificio e resistenza è quello di saper riconoscere le nuove meschine forme con cui si ripresenta  il totalitarismo. Per combatterlo aspramente sin da subito senza attendere che i frutti degeneri della sua violenta propaganda ci riportino alla riproposizione di nuove tragedie per l’umanità.

Affinché nessuno un giorno ancora debba chiedersi come una società possa arrivare ad assuefarsi alla banalità del male.

Winston