Archive for Ottobre, 2021

Quale riconciliazione

domenica, Ottobre 31st, 2021

Abbiamo appreso nei giorni scorsi del convegno promosso dall’associazione amici della storia di Vestone dal titolo “Paolo Giacomini: una giovane vita spezzata per amor di patria” che si svolgerà sabato 30 ottobre a cavallo degli abitati di Belprato e Vestone. La celebrazione propone la deposizione di una corona al monumento ai caduti a Belprato, dove è presente anche il nome del Giacomini, e continuerà all’auditorium di Vestone con i vari interventi del convegno.

Già in passato abbiamo scritto del rapporto che intercorre tra storia e memoria, alcuni degli articoli sono stati raccolti nell’omonima sezione di questo blog e anche in questa occasione vogliamo evidenziare, pur non descrivendo cosa sia stata stata la X-mas, la repubblica sociale, il battaglione Fulmine o la figura di Paolo Giacomini povero figlio del suo tempo, quale sia il subdolo tentativo di imporre una nuova narrazione dietro a quel periodo storico.

Sotto la magica parola di riconciliazione, utilizzata da uno dei relatori per la presentazione del convegno, c’è il chiaro intento di far passare dinamiche di pacificazione rispetto a quel periodo e a quei fatti che non possono esistere (ad esclusione della morte,livella sociale, che ha coinvolto anche il Giacomini), soprattutto se l’analisi e il racconto storico derivano da una propaganda tanto subdola quanto gretta.

Oggi tutta questa grettezza la troviamo in manifestazioni come quella di Vestone ove la retorica militarista vuole celebrare quel periodo e i suoi eroi quali “eroi a prescindere”, quindi rimuovendo ogni necessario giudizio storico; italiani che dopo l’armistizio del ‘43 si schierarono con la dittatura e i nazisti contro altri italiani quali erano i partigiani o i civili da loro ammazzati.

La vediamo in molte parole e celebrazioni per il centenario del “Milite Ignoto” (introdotto proprio da un sovrano per imbonire il proprio popolo mandato al massacro senza scrupoli) ove non si celebra la vittima per eccellenza di ogni guerra, ovvero l’umanità massacrata ed abbruttita, ma la figura del “servitore”, di cui si sottolinea l’indubbia italianità, mandato a morire per un astratto “interesse nazionale”, per una “gloria” che è solo quella di chi manda a rotoli il mondo in quanto incapace di guardare ad esso se non con sguardo predatorio.

Come è possibile assistere ancora a questa retorica, prettamente militarista e nazionalista (il feticismo per le armi è solo la punta di questo iceberg), che solleva la guerra e le sue “gesta”, definite sempre eroiche, da ogni giudizio di merito, di contesto, di valutazione etica e per chi si professa credente, da imperativi morali?

Come non stigmatizzare chi vuole assolvere le “gèsta militari” anche quando era dalla parte sbagliata o veniva imposta alle proprie genti abituate al lavoro e desiderose di vivere in pace?

Come non sottolineare la schizofrenia dalle associazioni d’arma quando avallano parole come “servire la Patria” o “morire per amor di Patria” che intenzionalmente vengono pronunciate da questi “relatori” in modo strumentale?

Quale idea di patria hanno queste associazioni d’arma presenti col loro simbolo sulla locandina e con la loro presenza al convegno. Quella della Xmas e della Repubblica Sociale per cui Giacomini è morto o un’altra?

Sarebbe interessante saperlo in considerazione della loro presenza alle numerose commemorazioni partigiane o al “culto” di Mario Rigoni Stern che dopo la Russia fu deportato nei campi di sterminio in Germania dove vi stette due anni.

Siamo di fronte, ancora, ad una intollerabile propaganda che si appoggia ad un becero militarismo che per sua natura è nazionalista, che per esistere necessita di porre popoli contro popoli e che trova origini nella manipolazione dei cittadini, in primis intorbidendo con falsità la memoria storica collettiva.

Difendiamoci da queste retorica, da questa narrazione tossica e falsa, che rimuove ogni responsabilità etica e storica della guerra stessa, le responsabilità collettive e dei singoli e con queste mistificazione confonde vittime e colpevoli, attaccando queste falsità con l’unica verità storica: l’opera del fascismo e dei fascisti prima, durante e pure dopo la seconda guerra mondiale è un crimine e che non può in alcun modo essere oggetto di alcuna riconciliazione.

Valsabbin* Refrattar*

I 10 giorni di Trieste

martedì, Ottobre 26th, 2021

Con questo scritto si vuole fornire una cronaca dei 10 giorni che hanno fatto balzare la città e il porto di Trieste alle cronache nazionali. Giorno per giorno verranno elencati i principali fatti accaduti, le dichiarazioni dei principali protagonisti e al termine verranno fornite proposte e analisi per il prossimo futuro di lotte.

L’effettiva entrata in vigore del dpcm del 23 settembre, che ha reso obbligatoria la certificazione verde per accedere ai luoghi di lavoro, ha scatenato proteste in tutta Italia che hanno, fin dai primissimi giorni, trovato il loro focus nella città di Trieste. La ferma posizione dei camalli triestini (circa un migliaio di cui 200 persone, il 40% delle quali non è vaccinato fonte il sole 24 ore 13.10.2021) di rifiutare il certificato verde, sia con tampone che con vaccino, ha portato nei primi giorni di ottobre l’agenzia per il lavoro portuale (Alpt) a proporre di pagare il costo dei tamponi obbligatori. La proposta, supportata anche da una nota della prefettura, ha trovato un secco no sia da parte dei lavoratori che quindi hanno indetto lo sciopero per il successivo 15 ottobre che dal presidente del consiglio Mario Draghi che ha dichiarato pubblicamente la ferma contrarietà.

L’importanza strategica del porto di Trieste è ben rappresentata dall’immagine sotto riportata e travalica le dinamiche di potere e commerciali nazionali. Le ramificazioni ferroviarie collegano il porto con l’area mitteleuropea ed è facile immaginare come i blocchi dichiarati abbiano potuto causare ripercussioni negative e forti danni economici in quegli stati.

Fin dalle prime ore dell’alba di venerdì 15 ottobre, primo giorno di applicazione del dpcm, 9000 persone (fonte Fanpage.it) si sono trovate in città e al varco 4 per manifestare contro l’obbligo di esibizione del certificato verde. Una composizione molto eterogenea, in prima linea i portuali, contrari di sorta e persone legate ai movimenti politici sia anarchici che di estrema destra, quest’ultimi indubbiamente presenti nella città alabardata. Viene comunque garantita la minima movimentazione delle merci

La giornata scorre bene, emerge la figura di Stefano Puzzer quale portavoce del Comitato lavoratori portuali Trieste (di seguito nell’articolo Clpt). La protesta crea clamore e la notizia passa anche sui principali media convenzionali.

In una nota congiunta le segreterie territoriali di Trieste di Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uil Trasporti e Ugl Mare si esprimono così a proposito della giornata di sciopero di oggi nello scalo di Trieste: “Crediamo che debba riprendere quanto prima la piena operatività del porto”.

Sabato 16 ottobre, Trieste si anima e al presidio si aggiungono numerosi manifestanti che da buona parte dello stivale portano sostegno e solidarietà

Verso le sera, ore 19.00, il secondo comunicato del Clpt tra le righe paventa la possibilità di sospendere la protesta, che sarebbe dovuta durare almeno fino al 20 ottobre e lascia sgomenti e basiti i numerosi sodali anti certificato: “Questa prima battaglia l’abbiamo vinta, dimostrando la forza e la determinazione dei lavoratori portuali e di tutti coloro che li hanno affiancati e sostenuti nella difesa della democrazia e della libertà individuale”, ma occorre “fare un passo in avanti assieme alle migliaia di persone e gruppi con cui siamo entrati in contatto in questi giorni”, dunque “da domani torniamo al lavoro chi può ma non ci fermiamo”.

Puzzer dopo l’uscita del secondo comunicato rilascia un’intervista: “il presidio non durerà ad oltranza e la gente che fino ad oggi vi ha preso parte deve andare a casa sua e continuare a manifestare in altro modo; soprattutto chi è venuto da fuori Trieste il quale dovrà raccontare ai suoi concittadini l’esperienza delle proteste di Trieste diffondendo così in tutta Italia consapevolezza e conoscenza, denunciando la criticità totale del Green Pass”

Il comunicato crea sgomento e rabbia che porta i portuali a rivedere la posizione presa: “Vi chiedo scusa, riscriveremo il comunicato. Il presidio va avanti”. Lo ha detto Stefano Puzzer, il portavoce del CLPT, parlando ai no green pass rimasti davanti al molo 4 del porto di Trieste.

Cgil, Cisl e Uil di Trieste in tutta risposta  emettono un comunicato in cui si richiedono che: “si liberi il porto” da chi sta svolgendo il presidio no green pass in questi giorni. “Le legittime manifestazioni di dissenso devono essere garantite ma non possono impedire a un porto e a una città di continuare a generare reddito e prospettive per il futuro. Quelle persone che hanno dimostrato solidarietà a quei lavoratori portuali in presidio facciano un passo in avanti e liberino il porto e quei lavoratori da un peso e una responsabilità che non hanno”.

Domenica 17 ottobre, giornata di ballottaggio delle elezioni comunali (che vedrà la vittoria del candidato del centro destra Roberto Dipiazza), si apre con le dimissioni di Puzzer da portavoce dei portuali; sul suo profilo face book si legge: ““Ho rassegnato le dimissioni dal Clpt Trieste perché è giusto che mi assuma le mie responsabilità. La decisione è soltanto mia e non è stata forzata da alcuno, anzi: il gruppo non voleva accettarle ma io l’ho preteso”.

Terzo giorno di proteste al porto, un grande via vai di persone che aumenta di ora in ora pronte a portare solidarietà ai portuali. Si intravedono le prime divisioni tra le anime che compongono quel blocco, da un lato i portuali e dall’altro i sodali no green pass Trieste. Diverse le anime e diverse le prospettive ma accomunate per ora dalla necessaria abolizione del certificato verde.

Lunedì 18 ottobre i portuali e i no green pass sono sgomberati dal varco 4 del porto con cariche e l’uso degli idranti. Non mi dilungherò sulla descrizione dei fatti, le immagini sono fin troppo evidenti; la polizia in palese violazione della zona franca portuale ha assaltato il presidio con acqua e gas lacrimogeni senza lesinare manganellate ai presenti, pure a chi se ne stava con le mani alzate. Ha fatto il giro del mondo la foto di una donna incinta sanguinante.

I manifestanti sono stati spinti nel parcheggio antistante così da potere essere caricati e successivamente il corteo si è diretto verso il centro di Trieste dove è stato oggetto di cariche anche nel pomeriggio, con tafferugli segnalati fino a sera.

Martedì 19 ottobre il giorno dopo le violenze sbirresche numerosi manifestanti hanno trascorso la notte al porto vecchio o in piazza unità d’Italia. Puzzer consiglia di spostarsi nella piazza, dove tra l’altro ha sede la prefettura, e di abbandonare il porto continuando così le proteste in attesa dell’incontro di sabato 23 ottobre col ministro Patuanelli preventivamente accordato. La piazza durante il giorno è animata da gruppi di persone che la presidiano scandendo slogan.

Il Comitato dei lavoratori portuali di Trieste abbandona le mobilitazioni contro il Green pass. “Visti gli ultimi sviluppi delle mobilitazioni contro il Green pass il Clpt non intende partecipare alla gestione complessiva delle stesse e/o a qualsiasi coordinamento/associazione relativa. Ringraziamo l’amico e collega Stefano Puzzer per tutto il lavoro svolto e gli auguriamo tutto il meglio per il futuro”. Il comitato ha inoltre annunciato che continuerà “il suo impegno sindacale contro l’obbligo di pagare per poter lavorare”.

Balza alla scena nazionale un coordinamento costituito da 5 persone, tra cui Stefano Puzzer e Dario Giacomini, noto medico no vax di Vicenza e primario radiologo sospeso, presidente dell’associazione Contiamoci, che sospinto dalla stampa nazionale pretende di prendere le redini della protesta.

Sempre Puzzer alle ore 17.00 in conferenza stampa, a reti unificate, annuncia la nascita del coordinamento 15 ottobre aggiungendo “La nostra priorità in questo momento è proteggere l’incolumità delle persone e non vogliamo che si ripetano situazioni come quella di ieri. Mantenete ordinata e pulita la piazza”. La strategia della tensione prenquesde forma.

Mercoledì 20 ottobre la nascita del coordinamento 15 ottobre, spinto dalla stampa di regime, divide la piazza sia per il sospettoso protagonismo del suo portavoce che per la prospettiva di lotta incentrata sull’incontro col ministro, che ai più pare una distrazione dalla forma più attiva dei giorni precedenti. La linea collaborazionista del C.15 ottobre è duramente criticata sia dal “Coordinamento no Green pass”, che dal movimento 3V che per voce di Ugo Rossi, suo esponente, in una nota sostiene che “le proposte di incontri ufficiali sono l’arma che lo Stato sta usando per prendere tempo in modo da togliere ossigeno a questo fuoco in crescita” e annuncia che “la nostra battaglia, iniziata a settembre e continuata nelle giornate al porto, prosegue determinata, giorno e notte, fino all’abolizione del green pass”.

La dichiarazione del C15 ottobre conferma i dubbi riguardanti la sua funzionalità a dividere la piazza e stemperare qualsiasi proteste e la sua collaborazione con la prefettura: “Chi ha dormito in piazza Unità”, violando così l’accordo preso ieri sera con il prefetto Valerio Valenti, “lo ha fatto spontaneamente . Noi abbiamo specificato di venire in Porto vecchio”.

La piazza resta animata da poche centinaia di persone che con chiassosi tamburi scandiscono slogan. La repressione muove le proprie pedine con la partenza di una campagna intimidatoria a tappeto amplificata dai social. Fermi e richieste di documenti e messaggi che sconsigliano di andare a Trieste fanno il giro d’Italia. Il prefetto Valerio Valenti dichiara:”S’ipotizza una presenza di 20mila persone alla manifestazione no Green pass a Trieste”.

Giovedì 21 ottobre la piazza è sempre meno popolata da quel movimento colorato e chiassoso dei giorni precedenti. Significativa nella giornata è la protesta organizzata alle ore 13.00 dal Coordinamento No Green Pass di Trieste nell’area del varco 1 del porto di Trieste (l’altro ingresso dello scalo che nei giorni scorsi non era stato coinvolto nella protesta) che però non ha avuto un grande seguito.

In un vicolo periferico e non dalla piazza Puzzer in un video messaggio annulla la manifestazione in programma per venerdì 22 con queste parole:“Stanno venendo centinaia e centinaia di persone qui a Trieste, vogliono venire qui e rovinare l’obiettivo a tutti. Voi, invece, restate a casa, non muovetevi. Questa è una trappola….Non voglio mettere a repentaglio la vostra incolumità, c’è qualcuno che non vede l’ora di approfittare di questo per darci la colpa e bloccare poi le prossime manifestazioni. Fidatevi di me, non vi racconto balle”.

Per disincentivare ulteriormente la presenza in piazza interviene anche il vicepresidente del Friuli Venezia Giulia con delega alla Salute, Riccardo Riccardi che afferma rispondendo ad un’interrogazione consigliare: ”A Trieste si registra una più bassa percentuale di vaccinati rispetto alla media regionale”.

La strategia della repressione preventiva del dissenso, prende effettivamente forma.

Venerdì 22 ottobre la città si sveglia in un clima surreale. Posti di blocco alle vie di accesso, forze dell’ordine in stato d’allerta e musei e biblioteche chiuse dal comune. Vengono emessi fogli di via e effettuati controlli a tappeto (1500 persone controllate fonte e 12 fogli di via fonte questura di Trieste da triesteallnews.it), si respira un’aria viziata e la piazza così depotenziata trascorre la giornata in un clima di attesa, aspettando un Godot che mai arriverà.

Sabato 23 ottobre, il tentativo di porre come unico interlocutore il neonato coordinamento 15 ottobre, spacca definitivamente  il movimento contrario al pass e mentre in tutta Italia le manifestazione che da luglio animano le piazze prendono forza, a Trieste regna il vuoto pneumatico dell’incontro col ministro e centinaia o forse migliaia di triestini (in totale saranno 3500 persone fonte open.online) sfilano per le strade di Udine.

In mattinata il tanto atteso incontro col ministro, accompagnato dal Prefetto di Trieste Valerio Valenti, si conclude con un nulla di fatto; non serviva essere dei veggenti per capire come il governo abbia mandato un ministro di secondo piano che nel migliore dei casi dopo l’incontro avrà preso l’occasione per passare a trovare i parenti essendo lui triestino d’origine. Da Segnalare la presenza di una delegazione di camalli genovesi.

La vittoria programmatica si concretizza in un incontro sterile ed infruttuoso con il ministro che ascoltate le richieste si è impegnato a riferire le istanze al cdm (consiglio dei ministri) e a dare una risposta entro la settimana successiva. Per voce dello stesso Puzzer in piazza annuncia che:”il ministro Patuanelli ci ha detto che sottoporrà le nostre richieste al governo, che ci risponderà martedì”.

La giornata si conclude con la partenza del tour elettorale del coordinamento 15 ottobre, Puzzer parla alla piazza di Belluno.

Riflessione finale

Questi dieci giorni hanno lasciato in noi la sensazione che sia stata persa un’enorme occasione e che il solco che separa chi è sempre più funzionale alla narrazione e alle politiche governative e chi sta pagando cara la propria opposizione si stia sempre più ingrossando.

Ed è innegabile che oltre alle nostre responsabilità date dalla nostra inerzia debbano essere considerate anche quelle del coordinamento 15 ottobre e del suo portavoce fin da subito sotto i riflettori della stampa di regime che li ha innalzati ad unico riferimento delle proteste e che hanno, agitando lo spauracchio della violenza, fatto il gioco dello stato depotenziando quella che poteva essere una delle prime polarizzazioni di protesta contro il governo attuale e le sue politiche liberticide.

Sulla persona Puzzer e sul C15 ottobre in questo scritto sono stati espressi dei giudizi, forse affrettati, ma che a caldo e per come sono andate le cose non potevano non essere detti.

L’errore strategico del non essere stati presenti in quella piazza, in particolar modo nelle giornate di venerdì e sabato, deriva dalla certezza che avere avuto un ruolo nel rallentamento delle operazioni portuali attraverso quelle modalità di protesta attiva avrebbero creato in primis danni economici ai patronati italiani e europei e in secundis ampliare il divario che separa tutti gli apparati funzionali a questo governo e che colpevolmente sta portando avanti questo esperimento sociale.

Non è un caso che perfino il Washington post in un articolo del 16 ottobre abbia evidenziato questa situazione: “L’Italia si è spinta in un nuovo territorio, inesplorato per una democrazia occidentale … L’Italia è stata la prima democrazia occidentale a imporre il lockdown totale. È stata la prima nazione a rendere obbligatoria la vaccinazione Covid per gli operatori sanitari. Quest’estate il governo ha seguito la Francia nell’introdurre il pass per l’accesso a numerose attività. Il primo ministro Mario Draghi ha persino suggerito la possibilità di essere il primo paese al mondo a introdurre un obbligo vaccinale generalizzato per tutti”.

Per quanto riguarda il solco sempre più marcato che c’è tra chi sta avallando la narrazione di regime e chi sta pagando in proprio il caro prezzo delle proprie idee c’è da sottolineare come i sindacati concertativi attraverso il loro operato siano sempre meno a fianco dei lavoratori e sempre più funzionali strumenti a difesa del capitale.

Negli anni ‘20 del novecento l’intellettuale Luigi Fabbri nel libro “La controrivoluzione preventiva” descrisse come il regime di allora  utilizzò la stampa e i numerosi falsi nemici per affermarsi. Oggi quella finta opposizione, che non è ancora chiaro se sia in buona fede o peggio cosciente, sta facendo il gioco di chi da sempre agendo preventivamente vuole depotenziare qualsiasi protesta.

Se ne esce con una grande riflessione o forse lezione, banale, quella di sempre: La lotta paga, sempre.

Pagava quando i portuali con la loro ferma posizione hanno obbligato lo stato e le aziende a scendere al compromesso del pagamento dei tamponi e che di fronte ad un nuovo no hanno dovuto applicare la violenza insita nella loro stessa esistenza e pagherà se ci rendiamo conto di quanto sia necessario uscire con i nostri contenuti dal recinto dove ci vogliono rinchiusi.

Le manifestazioni di queste settimane si stanno stabilizzando, il numero di persone è in aumento e il confinamento fisico, derivato dal dialogo con le autorità, relega in un pericoloso e rischioso circuito di autoreferenzialità sia fisico che mentale.

Abbattere questi limiti, lottare, osare con coraggio per un futuro di libertà e autodeterminazione.

 

La forza ondulatoria della democrazia

mercoledì, Ottobre 20th, 2021

Dallo scorso luglio, ossia dall’adozione del certificato verde o green pass, le piazze centinaia di piazze in Italia sono state animate da numerosissime proteste che hanno trovato spazio in centinaia di città dello stivale.

Due le piazze balzate alle cronache nazionali, Roma dove sabato 9 ottobre un corteo riunitosi per protestare contro la misura del certificato verde, guidato da esponenti dell’estrema destra, ha fatto irruzione dentro una delle sedi della Cgil cittadina e Trieste dove per una decina di giorni il porto e le piazze sono state oggetto di un presidio spazzato via degli idranti e dalle cariche delle forze dell’ordine.

Questi due eventi hanno reso evidente come le infiltrazioni sia per gli ennesimi episodi di cariche a freddo che per le infiltrazioni all’interno dei gruppi manifestanti. L’evidenza, ce ne fosse bisogno, è il filmato che ritrae un fedele servitore mentre scuotere un mezzo della polizia e poi con la stessa disinvoltura prende a pugni e ragazzo inerme fermato.

La ministro degli interni Lamorgese ha riferito al parlamento e durante l’informativa alla camera sui fatti di Roma ha letteralmente detto: ‘In realtà quell’operatore stava verificando anche la forza ondulatoria scaricata sul mezzo e che non riuscisse ad essere effettivamente concluso’.

Se questo aggiungiamo le parole del prefetto di Trieste che riguardo alle proteste della città alabardata si auspica che “Dobbiamo comprimere libertà di manifestare” e per renderla esecutiva “Firmerò ora un provvedimento in cui aggiungeremo piazza Unità d’Italia ai luoghi interdetti alle manifestazioni, almeno fino al 31 dicembre» “Nel bilanciamento degli interessi per me prevale il diritto alla salute sul diritto a manifestare” capiamo come non si possa davvero andare avanti così.

La rabbia monta sempre di più per questi professionisti della repressione e per il loro megafoni, novelli istituiti Lvce di queste menzogne di stato che vengono propagandate incessantemente.

La forza ondulatoria di questa democrazia malata terminale che oscilla tra la più feroce repressione e queste menzogne vergognose che in un paese normale sarebbero rispedite al mittente con altrettanta forza.

Pernice Nera

Fine emergenza mai

martedì, Ottobre 19th, 2021

Un anno e mezzo di contro-narrazione pandemica

Dalla zona rossa al certificato verde la narrazione a colori della discesa verso il baratro liberticida

Una raccolta degli scritti pubblicati su questo blog da marzo 2020 a settembre 2021.

FINE EMERGENZA MAI.pdf

Nome di battaglia Aquilone

martedì, Ottobre 19th, 2021

Ambrosi Paolo Giovanni, un bagolinese nell’epopea della guerra civile spagnola

Introduzione

La storia che vado a raccontare non che è un minuscolo frammento del mosaico di avvenimenti che hanno segnato la prima metà dello scorso secolo.

Ho incontrato Ambrosi Paolo Giovanni quasi per caso, stavo conducendo una ricerca sul periodo resistenziale nella Val Caffaro e stavo consultando gli archivi on-line dell’Istituto storico Ferruccio Parri in parte digitalizzati e resi pubblici. Durante la consultazione di questi schedari mi sono imbattuto nel progetto dell’Aicvas (Associazione italiana combattenti volontari antifascisti di Spagna) che dagli anni ’90 in collaborazione con l’allora Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia di Milano ha raccolto e reso disponibile la banca dati contente le schede personali dei volontari italiani nella guerra civile spagnola e facendo una breve ricerca per comune mi sono imbattuto nel nome di Ambrosi Giovanni Paolo nato proprio a Bagolino.

La storia della famiglia Ambrosi (scötòm Bàcàc o Bàcàciù), almeno della cronaca anagrafica, è riportata nel foglio di famiglia del registro della popolazione depositato presso l’archivio del comune di Bagolino, presumibilmente aggiornato per il censimento della popolazione del 1931. In questo documento troviamo la famiglia Ambrosi residente nella casa n.6 di via Madonna di San Luca e le schede del padre Ambrosi Bortolo Fu Giorgio e Carè Domenica nato a Bagolino nel 1873, della madre Girardini Caterina nata nel 1888 a Cimego e dei loro 6 figli: Luigi 1908 e Severina 1912 nati a Cimego e Paolo Giovanni 1915, Irene Teresa 1919, Domenica Ermenegilda 1922 e Marina 1922 e morta l’anno successivo, nati a Bagolino.

Le scarne informazioni danno inizialmente la famiglia residente a Cimego, tra il 1912 e il 1915 il trasferimento a Bagolino e nel corso degli anni ’30 il successivo trasferimento a Grenoble in Francia.

Il fascicolo famigliare è stato poi archiviato ed eliminato il 21.4.1936 causa il trasferimento e la nuova residenza in Francia.

La famiglia Ambrosi resterà a Grenoble fino agli anni ’60 al civico 26 di rue Revol e poi la madre si trasferirà a Ugine in Savoia fino alla sua morte.

 

Contesto storico

La politicizzazione con la classica contrapposizione a blocchi, sinistra e destra tipica del novecento, non è lo schema degno di rappresentare la situazione degli abitanti dei nostri paesi. Questa divisione è un fenomeno relativamente recente anche se presente in modo molto leggero.

Questi nostri paesani notoriamente conservatori e troppo spesso impegnati a guadagnarsi da vivere più che a pensare a questioni politiche hanno però prodotto molte eccezioni, soprattutto durante nei giorni del periodo Resistenziale. È infatti molto interessante analizzare come anche nella Val Caffaro ci furono numerosi gruppi partigiani, ben collegati tra loro ma di estrazioni sociali e con pulsioni politiche molto diverse; da gruppi autonomi come la Banda Dante e Banda Giacomino composte soprattutto da elementi autoctoni scollegati dal sentire politico, a gruppi aggregati attorno ad un clero progressista poi in buona parte confluiti nel partito comunista italiano come le Fiamme Verdi Brigata Perlasca ad infine un unicum rappresentato dalla Brigata Giustizia e Libertà Monte Suello con forti contatti nelle elitè culturali cittadine e di ispirazione socialista.

A contribuire alla formazione di queste coscienze occorsero più di venti anni di regime dittatoriale fascista e molti episodi forse credo non ultimo quello che vede come protagonista il nostro Ambrosi.

Le origini sociali dello scoppio della Guerra Civile spagnola, combattuta tra il 1936 e il 1939 vanno ricercate lontano, ben prima della guerra mondiale. Fin dalla metà del 1800 sorsero in Spagna quei blocchi di potere di difesa degli interessi agrari e industriali (un po’ meno per via dell’ancora scarsa industrializzazione) con cui siamo abituati rappresentare gli scontri tra padroni e operai, grandi latifondisti e braccianti agricoli e a poi dalla monarchia e della sua elite militare. In una Spagna dall’economia agricola il conflitto tra questi due blocchi fu guidato dall’esercito e dalla monarchia spagnola che appoggiata dai militari governò con bastone della repressione

Il triennio successivo alla fine della prima guerra mondiale vide un rafforzamento della componente sindacalista anarchica e socialista e fu ricco di scontri tra i blocchi opposti di potere, tensioni che durarono fino alla metà degli anni ’30.

La nascita della seconda repubblica spagnola nel  del  fu il tentativo per smorzare le proteste scoppiate, in grandi regioni ma il re si rivolse ad un generale

Dopo quello che è passato alla storia come biennio nero (1931-1932) che comportò un inasprimento del conflitto di classe e vide le destre monarchiche e militariste cercare di restaurare il sistema precedente alle piccole conquiste sociali prese delle classi subalterne negli precedenti anni. Il turbolento periodo successivo culminò con le elezioni del 1936 che videro l’affermarsi del fronte socialista (fruente popular) che seppur di misura conquistò la maggioranza.

La destra analizzata la situazione decise che una svolta reazionaria fosse l’unica via per restaurare il potere e poco dopo le elezioni diede il via ad un colpo di stato che trovò in parte impreparate le istituzioni repubblicane ma che non si affermò immediatamente. Grande fu la reazione popolare che però non riuscì ad evitare che molte regione caddero sotto il controllo nazionalista; buona parte dell’esercito si schierò con i golpisti ma parte della marina no e fu un passaggio chiave perché col loro impegno impedirono che dal Marocco l’armata d’Africa comandata dall’allora colonnello Franco, forte dei suoi 34000 uomini, sbarcasse sulla terraferma e ciò evitò l’affermazione del golpe ma non evitò lo scatenarsi della guerra civile spagnola.

[1]

La guerra e la partecipazione dell’Ambrosi

Per potere far sbarcare le sue truppe Franco si dovette rivolgere ai 2 regimi di estrema destra europei che nonostante l’iniziale scetticismo garantirono il supporto seppur in misura diversa. Il sostegno dell’Italia fascista guidata da Mussolini fu molto più sostanzioso di quello tedesco.

La parte repubblicana vide una forte mobilitazione internazione delle sue componenti comuniste, socialiste e anarchiche che però dovette sottostare alla linea ufficiale delle principali potenze (Francia, Inghilterra, Russia e Stati Uniti) del non intervento. Fu così fattuale che i più sinceri idealisti si mobilitarono e ancor prima che il Comintern organizzasse le brigate internazionali individualmente partirono per la Spagna aggregandosi alle truppe repubblicane. Enorme fu l’adesione di intellettuali e artisti, idealisti ma anche di persone comune, come il nostro Ambrosi.

E così che Paolo Giovanni nel 1937 decise di partire per la Spagna. Le motivazioni della sua partenza le conosciamo grazie ad una lettera scritta nel 1965 dalla sorella Maddalena Severina detta Rosetta a Vanelli allora segretario delle Fratellanza Garibaldini di Spagna – Comitato Promotore – Anpi Padiglione della Montagnola.

“… mio fratello è partito per la Spagna con l’idea che gli ha dato mio marito (Jean Maddalon) che in quel momento si occupava del reclutamento dei volontari“.

Convinto così dal cognato, reclutatore di volontari per l’area di Grenoble, Ambrosi partì per la Spagna e già verso la fine del 1936 lo troviamo alle dipendenze del Battaglione Garibaldi poi promosso il 30 aprile 1937 a Brigata. Alcune fonti lo vogliono come appartenente al 2° battaglione mitragliatori altre al 1° con il ruolo di fuciliere.

“il suo nome appare, per la prima volta, in un elenco nominativo dei combattenti italiani appartenenti al I° battaglione mitraglieri, redatto dall’ufficio amministrativo dello stesso battaglione in data 14 settembre 1937 a Castelnau (Catalogna) dove la brigata era di riposo dopo le operazioni militari sul fronte di Saragozza. “[2]

Del periodo che va dal suo arruolamento alla morte non abbiamo notizie, abbiamo però la nota nel certificato bibliografico del fondo Insmli che riporta “ricercato dall’Ovra”[3] l’opera Volontaria di Repressione Antifascista ossia la polizia segreta dell’Italia fascista con compiti di ricerca degli oppositori politici.

La Brigata Garibaldi durante il 1937 e 1938 partecipò a tutte le principali battaglie, dalla difesa di Madrid fino alla sua ultima, la difesa del fiume Ebro. Furono mesi in cui si assistette ad una lenta ma costante affermazione delle truppe nazionaliste grazie anche al fondamentale supporto aereo garantito dai due alleati italiani e tedeschi che probabilmente furono davvero la svolta della guerra. vennero pianificate e testate i bombardamenti indiscriminati sulle città, uno di questo episodi, il bombardamento di Guernica, passò alla storia grazie all’immortale quadro di Picasso che prese il nome proprio da quell’episodio.

L’ultima linea di difesa

Dalla scheda trasmessa dal alla Presidenza del consiglio dei ministri, commissione interministeriale per la formazione e la redazione di atti di morte e di nascita non redatti risulta che al momento della sua morte, egli apparteneva alla Compagnia mitraglieri del 2° battaglione.

“Caduto in combattimento sul fronte dell’Ebro il 12 settembre 1938 sulla Sierra Cabals, fronte dell’Ebro. Si ignora il luogo di sepoltura delle salma. Pertanto, dato gli aspri combattimenti che si susseguivano giorno e notte, si ritiene che la Salma abbia avuto sepoltura sul luogo stesso del combattimento”.

La conferma della morte viene riportata dal commilitone Albini Giulio (Valente) nato il 25.10.1899 a Premia (Novara) anch’esso ferito in quei giorni sul fronte dell’Ebro.

Un’informazione aggiuntiva riguardante la morte dell’Ambrosi ci viene dalla comunicazione della commissione per il riconoscimento della pensione di guerra che precisa: “che decedette unitamente all’antifranchista Amistadi Luigi”. Amistadi Luigi fu Luigi e Tamburini Domenica residente nato ad Arco (Tn) il 28 marzo 1903 e residente a Liegi in Belgio. Dal fondo Ismli apprendiamo che l’Amistadi è caduto a Sierra Cabals nella battaglia dell’Ebro

Buona parte delle informazioni riguardanti

L’esperienza degli internazionalisti terminò il 21 settembre 1938 quando il primo ministro Negrin, su pressione delle potenze occidentali impegnate nella politica del non intervento, ordinò che tutti i combattenti non spagnoli che da tutto il mondo intervennero in soccorso della Spagna si ritirassero dal fronte. Questa esperienza di libertà terminò per volontà politica e a Barcellonca i 29 ottobre si tenne una parata di commiato in cui tutto il popolo catalano e spagnolo si strinse attorno a queste e questi volontari. mostrando la vicinanza ideale e sentimentale ringraziandoli per il loro sforzo e sacrificio.

Nel suo discorso, commosso e commovente, Dolores Ibarruri, disse: “Compagni delle Brigate internazionali! Ragioni politiche, ragioni di stato, il bene di quella stessa causa per cui avete offerto il vostro sangue con illimitata generosità, costringono alcuni di voi a tornare in patria, altri a prendere la via dell’esilio. Potete partire con orgoglio. Voi siete la storia. Voi siete la leggenda […] Non vi dimenticheremo; e quando l’ulivo della pace metterà le foglie […] tornate! Tornate da noi e qui troverete una patria”.

L’allontanamento dal fronte di queste truppe ebbe come naturale conseguenza l’accelerazione della sconfitta delle truppe repubblicane che capitolarono nel marzo del 1939 perdendo le loro roccaforti della Catalogna lasciando spazio al regime franchista che con vicende altalenanti perdurò fino al 1975 anno di morte del generale Franco.

Solo 4 mesi dopo la fine della guerra civile spagnola l’Europa fu colpita da un’altra catastrofe: la seconda guerra mondiale.

Negli anni successivi

Le notizie riguardanti la vicenda dell’Ambrosi le ho potute recuperare grazie al fondo Insmli, fondo Aicvas, b. 9 fasc. 64. Questo contiene il ricco epistolario e le schede raccolte per il rilascio della pensione di guerra alla madre del caduto.

Da questo ho potuto ricostruire buona parte della storia e anche del dramma che questa famiglia ha vissuto. La lettera della sorella Rosetta sopra riportata termina con una considerazione molto intima e personale riguardante la morte del fratello: “Mia mamma non ha mai perdonato a mio marito del fatto che ha perso il figlio unico”. Un fatto talmente grave la triste e dura condizione

Una attitudine antifascista della famiglia che possiamo riscontrare anche nel riconoscimento della qualifica di patriota (Protocollo D.M. Torino del 31.10.58 pr.7?05 el.1) alla sorella Severina Ambrosi allora residente a Condovè (Torino) e dal 20.06.44 al 07.06.45 appartenente alla 16ma Brigata S.a.p. Belletti. Nell’atto di attribuzione della qualifica troviamo la specifica riguardante l’attività saltuaria della patriota.

La pensione di guerra verrà rilasciata nel 1975 agli eredi perché la madre, Girardini Caterina morì 7 anni prima. Apprendiamo dalla missiva scambiata tra all’Aicvas che la sorella Rosetta in quell’occasione si rifiutò di ritirare quanto era stato concesso.

La frustrazione data da 10 anni di attesa aggiunta al dolore per la perdita del fratello presumo possano essere la causa di questo rifiuto.

Riflessione finale

Questa piccola storia rappresenta in pieno la riflessione che vuole la grande storia composta da una miriade di piccole, piccolissime storie.

L’esperienza della guerra civile spagnola è stata “Una esperienza irripetibile” [4] che ha contribuito a segnare le generazioni e le coscienze di quelli che poi furono i e le combattenti della Resistenza italiana e non solo. Dal proclama di Rosselli “Oggi in Spagna domani in Italia” l’onda lunga di questa esperienza ha valicato i decenni ed è arrivata fino a noi. Il mondo che quei volontari cercarono di costruire un mondo libero, collettivo, comunitario e egualitario è tutt’oggi un esempio e un’idea che anima le conoscenze e riempie di sogni i più sinceri idealisti. Gli stessi che oggi si trovano nel Kurdistan o nelle lotte sociali e che nella quotidianità combattono contro la repressione sempre più pervasiva nelle nostre vite.

In questo periodo sempre più nero raccontare questa storia, seppur scarna di notizie, è fondamentale perché quell’esperienza possa rappresentare un esempio da seguire anche oggi.

Quindi non posso che augurarmi che possano tornare gli aquiloni a volare alti nel cielo e per godere delle loro bellezza e per farci alzare la testa.

Aprile 2021

[1] La Spagna all’indomani del golpe nazionalista. Fonte Wikipedia.

[2] Estratto dal Carteggio contenuto nel fasciolo personale Insmli, fondo Aicvas, b. 9 fasc. 64.

[3] Insmli, Fondo AICVAS, Busta 9, Fasc. 64

[4] Alvaro Lòpez , “Battaglione Garibaldi” ASSOCIAZIONE ITALIANA COMBATTENTI VOLONTARI ANTIFASCISTI DI SPAGNA maggio1990 p.

La strategia della tensione

lunedì, Ottobre 11th, 2021

Una premessa doverosa e probabilmente superflua per chi in questi anni si è approcciato a questo blog: con i fascisti di qualsiasi sorta non abbiamo nulla da condividere e il disprezzo nei loro confronti è grande quanto quello di chi li sta veicolando.

Detto ciò sui fatti di Roma, quando sabato 9 ottobre in occasione della manifestazione nazionale no green pass un gruppo di fascisti si è messo alla testa del corteo e sotto la sede della cgil di Roma ha contribuito a sfondarne il portone, abbiamo una riflessione da fare.

A Roma quell’accozzaglia neo fascista ha fin dai primi presidi spontanei chiamati dopo il decreto del 23 luglio contenente l’obbligatorietà del green pass e la proroga dello stato di emergenza al 31 dicembre 2021, presenziato a questi con l’esplicito intendo di mettere il cappello sulle auto indette manifestazioni. E fin da subito è stato lasciata agire indisturbato se non incentivata e sostenuta anche in considerazione della concessione di piazza del popolo a Roma.

Già assurdo è pensare come queste persone, colpite da una serie lunga di misure restrittive, deprecabili che non intendiamo avallare nemmeno nei confronti dei fascisti, come daspo, fogli di via e libertà vigilata abbiano potuto, lo scorso sabato, mettersi in prima linea in una delle manifestazioni più grosse indette contro il certificato verde e non siano state in alcun modo limitate nel loro agire da parte delle autorità deputate al controllo.

Autorità che, sicuramente informate, hanno attraverso chirurgici lanci di lacrimogeni e infiltrati (già è divenuto virale il video di uno di questi fedeli servitori che prima picchia un manifestante già fermato e poi è colto nello scuotere un furgone della polizia) esacerbato la situazione contribuendo ad orientare la piazza.

E l’utile idiota fascista proprio a questo è servito, delegittimare qualsiasi critica al lasciapassare sanitario agli occhi dei moderati e centristi di sorta e sollevare i sindacati concertativi, di cui la cgil è tra i principali, dalle responsabilità che sui tema narrazione e restrizioni pandemiche hanno.

Sarebbe sufficiente anche un’analisi superficiale per capire che questi provvedimenti (stato d’emergenza e lasciapassare sanitario in primis) non sono un tentativo di mettere un limite alla pandemia, che almeno nei numeri oggi non c’è, ma un regalo ai padroni e al loro potere di ricatto.

Ma questo sindacato che della lotta e della difesa dei lavoratori non ha che l’ ereditá di un tempo che non vuole ritorni (non è una caso che più della metà dei tesserati siano pensionati) e che sul tema specifico Covid ha perso bussola e forse confuso la difesa del posto di lavoro con la difesa dei lavoratori.

Un sindacato collaborazionista con il governo e i suoi provvedimenti (ad esclusione di buona parte della sua componente fiom), che in questi anni di mediazioni ha contribuito a devastare e saccheggiare il futuro di tanti lavoratori che oggi si trovano ulteriormente ricattati in considerazione anche del lasciapassare sanitario.

Chi ha vissuto in questi mesi di mobilitazioni spontanee ha potuto constatare la variegata composizione dei partecipanti e delle idee e delle motivazioni che li hanno spinti a protestare. Tante diversità accomunate dalla contrarietà all’obbligo di esibizione della certificazione verde e alle dinamiche decisionali parlamentari.

La retorica dei media di regime, strepitosi trombettieri del re Draghi, oggi strilla alla criminalizzazione di decine di migliaia di persone che in centinaia di piazze italiane sono scese pacificamente per protestare paragonandoli ai fascisti di forza nuova; ora che hanno trovato l’utile idiota e la pistola fumante, rappresentata dall’ ”assalto” alla sede della cgil potranno così dare il giro di vite che tanto serve per allineare anche gli altri pericolosi eversivi al nuovo pensiero unico del credere, obbedire, vaccinare.

Qualche anno fa questa situazione l’avrebbero chiamata con un nome specifico: la strategia della tensione che se da un lato serve per delegittimare qualsiasi forma di dissenso dall’altro sdogana una gestione della cosa pubblica illiberale, autoreferenziale e contro qualsiasi dinamica democratica.

In una parola: fascista.

Valsabbin* Refrattar*

Cronologia pandemica vol. I

sabato, Ottobre 9th, 2021

Ad un anno e mezzo dall’inizio della pandemia la cronologia divisa in stagioni dei fatti più importanti che hanno caratterizzato la discesa verso il baratro liberticida che oggi vede l’obbligo di esibire un lasciapassare sanitario per accedere ai luoghi di cultura, socialità, bar e ristoranti e dal 15 ottobre per recarsi sul luogo di lavoro.

INVERNO 2019-2020

Primi bollettini di una guerra pianificata

31 dicembre: le autorità cinesi comunicano all’Oms (organizzazione mondiale sanità) l’emergenza, nell’area urbana di Wuhan, di alcuni casi di una polmonite fino ad allora sconosciuta

8 gennaio: il ministero della salute italiano attiva dei controlli sui voli provenienti inizialmente da Wuhan e successivamente dall’intera Cina

30 gennaio: primi 2 casi di Covid-19 accertati in Italia; una coppia di turisti cinesi in ferie a Roma risultano positivi

31 gennaio: il presidente del consiglio Conte dichiara l’emergenza sanitaria e con delibera del consiglio dei ministri viene dichiarato lo stato d’emergenza per la durata di 6 mesi

19 febbraio si gioca a Milano la partita di calcio Atalanta-Valencia

21-22 febbraio: i primi focolai di Covid-19 sono rilevati a Codogno e il giorno dopo a Vò e Casalpusterlengo

23 febbraio: primo dpcm: quarantena obbligatoria per gli abitanti di 11 comuni del nord Italia, oltre 50000 le persone coinvolte

1 marzo: altro dpcm che prevede l’estensione della zona rossa ad alcune regioni, provincie e comuni

5 marzo: viene sospesa su tutto il territorio nazionale la didattica in presenza

7 marzo: l’Italia si è suddivisa in colori, la regione Lombardia diviene zona rossa

8-9 marzo: vengono messe in quarantena 26 province del nord Italia, fra cui tutte quelle lombarde

9 marzo: lockdown! Con un nuovo dpcm viene esteso a tutta Italia il divieto di spostamento per motivi non necessari, la sospensione delle attività e centri sportivi, manifestazioni ed eventi culturali. Il paese precipita nel confinamento obbligato e fa conoscenza con il coprifuoco.

11 marzo: nuovo dpcm, l’amara caramella del #iorestoacasa che prevede la sospensione di alcune attività commerciali al dettaglio, dei servizi di ristorazione, delle celebrazioni religiose e vieta gli assembramenti di persone in luoghi pubblici e privati

17 marzo: il governo Conte II istituisce, con decreto legge n.18, la figura del Commissario straordinario per l’attuazione e il coordinamento delle misure sanitarie di contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica COVID-19

18 marzo: fa il giro del mondo la foto dei camion militari che trasportano le bare a Bergamo

20 marzo: la fiera dell’ipocrisia. Per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale alle ore 11.00 tutte le radio trasmettono brani legati all’immaginario collettivo nazionale

 

PRIMAVERA 2020

La strategia della confusione

22 marzo: dpcm che prevede la sospensione di buona parte delle attività produttive e vieta ai cittadini di spostarsi in un comune diverso da quello in cui si trovano

10 aprile: le misure del lockdown vengono allungate estese al 3 maggio

26 aprile: viene annunciata la fase 2. Un nuovo dpcm dal 4 maggio 2020, in seguito alla discesa della curva dei contagi, allenta le misure di contenimento, consentendo gli spostamenti per le visite ai congiunti (all’interno del territorio regionale), l’apertura dei parchi pubblici e la ripresa di diverse attività produttive

29 aprile: l’Enac con una nota autorizza le forze dell’ordine all’utilizzo di droni per monitorare gli spostamenti dei cittadini nei diversi territori comunali

2 maggio: una circolare del ministero della salute da indicazioni di difficile comprensione (leggasi fortemente sconsigliato) riguardanti il divieto o la possibilità di effettuare le autopsie ai morti covid

4 maggio: al via la possibilità di incontrare i congiunti. L’assenza di una definizione della parola congiunti crea ulteriore confusione, ovviamente voluta

18 maggio: in tutta Italia riaprono gli esercizi commerciali al dettaglio, musei, attività quali bar, ristoranti, parrucchieri e centri estetici, e vengono consentite le celebrazioni religiose, si può circolare senza autocertificazione

25 maggio: riaprono i centri sportivi e dal 3 giugno è permessa la libera circolazione tra regioni.

11 giugno: si susseguono i dpcm volti ad allentare le misure restrittive; viene comunicata la fase 3 aprono teatri, cinema, sale giochi e centri culturali e sociali

15 giugno: decade l’obbligo di indossare all’aperto la mascherina, ma non ovunque

15 giugno: viene lanciata l’app Immuni destinata ad un sicuro fallimento

 

ESTATE-AUTUNNO 2020

La seconda ondata… repressiva.

10 luglio: in Lombardia vengono tolti alcuni divieti riguardanti le chiusure di discoteche e la possibilità di fare sport di squadra e di contatto

14 luglio: dpcm che proroga le misure introdotte con dpcm dell’11 giugno, inizialmente fino alla fine del mese, poi fino al 7 settembre e infine fino al 7 ottobre

29 luglio: il giorno in cui viene toccata la quota minore di ricoverati in terapia intensiva, 38 persone, viene prorogato lo stato di emergenza al 15 ottobre

16 agosto: la curva dei contagi torna a salire, gli italiani sono in vacanza. Il Billionare di Porto Cervo balza alle cronache per i 52 lavoratori positivi al coronavirus, un dpcm chiude le discoteche

Agosto: si attestano a decine di migliaia i tamponi giornalieri effettuati

14-24 settembre: in modo scalare riaprono le scuole in presenza, grazie ai bachi a rotelle!

7 ottobre: delibera del consiglio dei ministri proroga lo stato di emergenza al 31 gennaio 2021

13 ottobre: tornano le mascherine obbligatorie sia all’aperto che al chiuso

19 ottobre: nuovo dpcm che prevede una nuova stretta per la socialità con misure stringenti per bar, ristoranti, sport di contatto, scuole, didattica a distanza e smart working; viene introdotta la possibilità di chiudere strade e piazze in caso di assembramenti dopo le ore 21.00

24 ottobre: nuovo dpcm, vengono chiuse le palestre e le piscine “risparmiate” dal decreto precedente e viene incrementata la didattica a distanza

29 ottobre: le autorità sanitarie italiane rifiutano l’impiego di anticorpi monoclonali ceduti gratuitamente da una nota multinazionale americana .

4 novembre: dpcm che divide l’Italia in zone di diverso colore

9 novembre: la corsa al vaccino è vinta da Pfizer e Biontech che annunciano la produzione di un vaccino efficace al 90%

novembre-dicembre: migliaia di visoni vengono abbattuti in tutta Europa, in particolare in Danimarca e Olanda perché positivi al covid

18 dicembre: il governo italiano vara il decreto Natale, nessun regalo sotto l’albero, ma l’ennesima stretta repressiva nei giorni festivi tra Natale e l’Epifania

 

INVERNO 2020-2021

Affermazione della nuova religione vaccinale.

25 dicembre: le prime 9.750 dosi di vaccino attraversano il Brennero la mattina di Natale scortate dai Carabinieri

27 dicembre: all’istituto Spallanzani di Roma vengono inoculate le prime dosi del vaccino Pfizer

14 gennaio: dpcm proroga lo stato di emergenza fino al 30 aprile; tante attività e centri sportivi restano chiusi fino al 3 marzo mentre fino al 15 febbraio viene vietato ogni spostamento in entrata e uscita tra i territori di diverse regioni o province autonome e viene istituita anche la “zona bianca” per le aree dove il numero dei contagi è molto basso

2 febbraio: con colpevole ritardo l’ Aifa (Agenzia italiana del farmaco) da il via libera all’utilizzo di due anticorpi monoclonali per il trattamento della Sars Covid-19

13 febbraio: dopo le dimissioni di Conte si insedia un nuovo governo guidato dall’ex presidente della banca centrale europea Mario Draghi

26 febbraio: l’aumento dei contagi spinge il governo all’emanazione dell’ennesimo dpcm che contiene misure restrittive valide fino al 4 aprile, Pasqua. I criteri che prevedono il passaggio in zona rossa della regioni sono più stringenti

1 marzo: nomina da parte di Draghi del generale degli alpini ed ex Nato, Figliuolo, commissario straordinario per l’emergenza Covid subentrando a Domenico Arcuri

5 marzo: primo dpcm Draghi non cambia il sistema a fasce colorate e lo stop agli spostamenti tra regioni

8 marzo: ad un anno dal primo lockdown in molte regioni italiane le scuole chiudono tornando alla didattica a distanza

15 marzo: diversi paesi europei sospendono le somministrazioni del vaccino Astrazeneca

19 marzo: approvazione del cosiddetto decreto sostegni, ulteriore regalo al sussidistan del padronato nazionale

 

PRIMAVERA-ESTATE 2021

L’accelerazione lasciapassare sanitario

16 aprile: calano in Italia contagi e ospedalizzazioni e le vaccinazioni si attestano ad una media di 300 mila al giorno

22 aprile: viene prolungato lo stato di emergenza al 31 luglio 2021 e vengono ripristinate le zone gialle

26 aprile: lo spostamento tra regioni è consentito solo se muniti di pass, anticipatore del certificato verde

giugno 2021: si profila all’orizzonte la variante indiana, chiamata poi Delta

10 giugno: l’Italia tocca il picco di vaccinazioni nelle 24 ore con più di 631mila somministrazioni

11 giugno: il Cts blocca la somministrazione del vaccino Astrazeneca ai minori di 60 anni

21 giugno: definitiva abolizione del coprifuoco

1 luglio: arriva il green pass europeo necessario per spostarsi tra stati; sarà rilasciato ai vaccinati o a chi ha ottenuto un risultato negativo al test molecolare/antigenico

23 luglio: il nuovo decreto introduce l’obbligatorietà del green pass in determinate circostanze e proroga lo stato di emergenza al 31 dicembre 2021

26 luglio: numerosissime città italiane si mobilitano contro il lasciapassare sanitario e gli obblighi vaccinali

26 luglio: viene trovato senza vita il corpo del medico Giuseppe De Donno, ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova e ideatore del metodo di cura con il plasma iper immune

6 agosto: entra in l’obbligo di possesso e esibizione del certificato verde o green pass per i servizi di ristorazione al chiuso, spettacoli culturali, musei, eventi sportivi e numerosi altri luoghi

4 settembre: droni in spiaggia controllano la temperatura ai turisti

 

AUTUNNO 2021

Normalizzazione dei trattamenti sanitari obbligatori

22 settembre: l’Ue firma un contratto di acquisto per 5 nuovi anticorpi monoclonali, che dovrebbero essere utilizzati a partire da ottobre

23 settembre: Draghi firma il dpcm che rende obbligatoria la certificazione verde per accedere ai luoghi di lavoro, sia nel pubblico che nel privato. Chi non lo mostrerà sarà sospeso dal lavoro

25 settembre: prime cariche contro i manifestanti che protestano contro il lasciapassare sanitario e l’obbligo vaccinale

2 ottobre: dopo 2 mesi proseguono incessanti le proteste. Sale la tensione

6 ottobre: parte in ordine sparso la somministrazione della terza dose con il vaccino antinfluenzale

7 ottobre: viene aperta un’inchiesta dalla corte dei conti per danno erariale sul mancato utilizzo delle terapie a base di anticorpi monoclonali a partire dall’autunno 2020