Archive for the ‘Liberazione animale’ Category

Un sistema che fa acqua

sabato, Luglio 16th, 2022

San Nicolò Po (MN), il fiume Po in secca per la grave  siccità 2022-03-28

Sta destando preoccupazione la situazione idrica nel nord Italia, da settimane si rincorrono notizie sempre più catastrofiche legate alla siccità, ai record di temperature e alle conseguenze sull’agricoltura.

Dalla Marmolada, alle immagini del Po in secca e dei campi della pianura padana resi desertici fino al lago d’Idro considerato bacino artificiale da chi l’arsura di acqua l’ha nel dna una riflessione è indispensabile per uscire dalla retorica vittimistica imposta dal mainstream.

E la facciamo partendo da uno studio internazionale volto al calcolo di quella che è definita impronta idrica, ossia il consumo di acqua dolce da parte di una popolazione per produrre beni specifici, che attesta tra gli 11 e 15mila i litri di acqua necessari per produrre 1 Kg di carne contro i circa 360 Lt per produrre l’equivalente peso di verdure.

Un’enormità che ci deve far riflettere e prendere coscienza dell’assoluta insostenibilità del sistema, non solo perché a parità di consumi garantirebbe una produzione vegetale in grado di soddisfare il fabbisogno di una popolazione prossima a 8 miliardi (togliendo così la famigerata fame nel mondo), ma anche perché i costi non in etichetta li paghiamo comunque da un lato con i finanziamenti pubblici che sostengono e drogano il sistema e dall’altro dai costi che oggi sta pagando l’ambiente dove viviamo.

A fronte di una richiesta di acqua folle e non più supportata dalle precipitazioni la ricetta del mondo agricolo, per bocca del presidente nazionale Coldiretti, è fatta di nuove opere, di tanti invasi artificiali che garantirebbero riserve per i mesi più critici, sommando così al problema idrico quello della devastazione delle opere fatte su spinta emergenziale che andranno così ad aggravare piccole porzioni di un territorio già allo stremo delle forze.

Una visione, quella del mondo agricolo, miope sicuramente inficiata dalla ricerca del profitto e della massimizzazione della produzione, whatever it takes (ad ogni costo), in primis sulla pelle di animali costretti a vite violente, ma conformi alle norme europee sul benessere animale e in seconda battuta sulle nostre vite.

Piccolo inciso, si deve pensare che le norme sul “malessere animale” prevedono per gli allevamenti di polli da carne un massimo di 33 kg di animali per metro quadro (pochi cm quadri a capo) e per i suini di 160 Kg, prossimi alla macellazione, di condurre le loro esistenze in un metro quadro di spazio, mangiando e defecando praticamente uno contro l’altro; e la cosa che fa più arrabbiare è che gli allevatori nostrani le vorrebbero ancora meno stringenti.

Non una parola dal mondo agricolo riguardante lo spreco delle acque e della rete idrica che letteralmente fa acqua; l’Italia è tra le prime in Europa per lo spreco della risorsa, e si badi non si auspica la totale revisione di un sistema distributivo ormai privatizzato ma la blanda richiesta di ottimizzazione della risorsa acqua.

La quasi totalità delle coltivazioni cerealicole lombarde e in genere della totalità della pianura padana, è utilizzata per l’alimentazione animale, vacche da latte, bovini da ingrasso, suini e avicoli. In aggiunta ai diserbi, ai concimi chimici, alla meccanizzazione e alla quasi totale dipendenza da produzioni cerealicole e di soia estere che di fatto hanno mostrato quanta ipocrisia e falsità ci sia dietro al fantomatico “made in Italy”, abbiamo sempre più la convinzione che se venisse considerato l’impronta idrica e in generale l’impatto ecologico di questo sistema nella sua interezza dovrebbe essere fermato domani mattina, per la nostra salute e la salute dei nostri paesi.

Il sistema non fa acqua, ne richiede con sempre maggiore quantità per abbeverarsi con una voracità seconda solo a quella della guerra, i cui collegamenti magari li approfondiremo in un prossimo scritto.

È chiaro ed evidente, e pure auspicabile, che l’allevamento intensivo come lo conosciamo oggi debba finire e finirà, al pari di quelle professioni come il carbonaio o il lustrascarpe o marginali come il calzolaio o l’arrotino, e che oggi troviamo raccontate nei musei etnografici, grande lascito dei saperi e degli errori da non ripetere del passato.

Pernice Nera

Si può mettere la natura in lockdown? Aggiornamento.

mercoledì, Giugno 29th, 2022

Riprendiamo con questo scritto l’approfondimento e le riflessioni legate alla presenza di casi di peste suina africana che sono state trattate in questo articolo lo scorso 10 febbraio https://lavallerefrattaria.noblogs.org/post/2022/02/10/lockdown-alla-natura/ .

Dai primi casi riscontrati in gennaio tra Liguria e Piemonte, che hanno immediatamente fatto scattare misure emergenziali e quindi restrittive (il legame anche alla luce della situazione pandemica è ormai assodato), si è giunti lo scorso 5 maggio al ritrovamento di un giovane cinghiale morto e infetto nella zona nord della città di Roma, in provincia di Rieti.

La presenza di questi suidi a Roma e nel Lazio è balzata alle cronache nazionali già negli scorsi mesi con alcuni video che li ritraevano scorrazzanti in aree urbane e liberi di grufolare tra i rifiuti più o meno abbandonati, che se da un lato può far piacere vedere la natura che si riprende i suoi spazi dall’altro è fonte di preoccupazione perché è noto che il virus della psa è presente negli scarti o nei residui di carne anche cotta.

Per i casi laziali, che nel frattempo paiono essere fermi, sono state adottate le stesse misure dei casi liguri, fatte di restrizioni, zone interdette (allargate anche all’Abruzzo) e divieti e la soppressione indiscriminata di suini, chiaramente non quelli degli allevamenti intensivi ma di quelli famigliari che nelle zone periferiche e montane spesso rappresentano una fonte di integrazione al reddito e di riciclo degli scarti alimentari.

L’istituzione di zone infette con accesso all’uomo limitato pare essere la soluzione delle autorità che in sfregio a qualsiasi buonsenso, ma sappiamo quanto queste scelte siano funzionali ad un lento processo di soggiogazione, agiscono col tipico atteggiamento di coloro che, incapaci di trovare una soluzione alla causa preferiscono folli idee per tamponare le conseguenze.

La spada di Damocle rappresentata dalla peste suina africana pende sopra le nostre teste e sopra le nostre libertà, l’inazione oggi pare assurda e non è assurdo pensare allo scoppio del bubbone proprio al termine della stagione estiva, salvando così le vacanze degli italiani, e a ridosso dell’inizio della stagione venatoria, con la massima felicità degli anticaccia che oltre a soluzioni strampalate come la sterilizzazione dei cinghiali tacciono sul tema.

La normativa comunitaria, nel caso di presenza di focolai prevede la sospensione della caccia nelle aree infette, sia per il paventato maggior rischio di diffusione della malattia attraverso le movimentazioni degli animali selvatici spaventati dall’attività venatoria che per mezzo del trasporto del virus mediante mezzi di trasporto, attrezzi, indumenti, scarpe.

L’inazione può essere rischiosa, tacere e non far nulla è pericolosissimo, questa pandemia per sua natura non può essere eradicata, dove c’è è endemica, e il silenzio avvalora il processo di normalizzazione della situazione di emergenza che è già in corso.

È importante opporsi a queste restrizioni assurde e volute ed è altrettanto importante opporsi alla difesa di un comparto produttivo, quello dell’allevamento e della trasformazione della carne suina, che oltre a rappresentare un sistema dannoso per l’ambiente (un esempio, le deiezioni liquide dei suini sono causa di inquinamento delle falde nelle aree ad alta concentrazione degli allevamenti) è innaturale per gli animali stessi, costretti a trascorrere tutta la vita in spazi angusti, sporchi e sovraffollati.

Opporsi per non ritrovarci costretti come maiali rinchiusi negli spazi sempre più stretti previsti dal benessere dell’animale, in questo caso umano, soggiogato al profitto di quegli allevamenti e legiferato da chi ci vorrebbe sempre più ingabbiati e obbedienti tra casa e lavoro.

Pernice Nera

Si può mettere la natura in lockdown?

giovedì, Febbraio 10th, 2022

Ha creato grande allarme il ritrovamento lo scorso 7 gennaio 2022 delle prime carcasse di cinghiali morti per la famigerata peste suina africana, malattia virale che colpisce cinghiali e suini. I primi capi trovati nel Comune di Ovada, in provincia di Alessandria, hanno destato estrema preoccupazione per la contagiosità della malattia, che però non è trasmissibile all’uomo, e hanno fatto immediatamente attivare gli enti preposti alla vigilanza.

Già dopo pochi giorni il mistero della salute ha rilasciato due circolari contenenti specifiche misure di emergenza, a distanza di pochi giorni il 13 e 18 gennaio, queste circolari hanno istituito una zona infetta, che oggi comprende 78 comuni del basso Piemonte, tutti in provincia di Alessandria, e 36 in Liguria (Genova e Savona) entro cui vengono prescritti dei divieti per impedire una lunga serie di attività all’aria aperta, quali esercizio venatorio, raccolta funghi, trekking e che in sintesi introducono un lockdown (l’ennesimo inglesismo pensato per rendere più dolci le restrizioni  confinamenti) finalizzato al contenimento entro quei luoghi della peste suina africana riscontrata nei capi di cinghiali ritrovati morti.

Divieti e repressione dello stato centrale e delle sue ramificazioni che non si limitano a creare aree interdette, novelle “servitù sanitarie”, ma che vanno come sempre a colpire la microeconomia imponendo tra l’altro la macellazione immediata dei suini degli allevamenti famigliari.

Il cinghiale praticamente assente nell’arco alpino e presente in piccoli gruppi negli Appennini, sopravvissuto oggi nella specie autoctona solo in Sardegna, è stato dal primo dopoguerra oggetto di incroci con razze provenienti dall’est Europa o di ibridazione con maiali allevati allo stato brado.

Questi ibridi, grossi fino al doppio della specie autoctona maremmana, più voraci essendo meno selettivi e decisamente più prolifici, una scrofa può arrivare a partorire 2 volte l’anno fino a 12 piccoli a volta, hanno rappresentato inizialmente una fonte di sostentamento alimentare e col passare degli anni, in assenza di un adeguato contenimento, di predatori in grado di limitarne la crescita (i lupi nostrani faticano a competere con questi animali di grossa taglia) e del graduale abbandono dell’uomo dei boschi stanno diventando una vera piaga per chi vive le zone collinare e montane, distruggendo in modo sistematico coltivazioni, prati e pascoli.

Ma non solo perché da Genova a Roma sono oramai quotidiane le scorribande di questi capi filmati a rovistare tra i cumuli di immondizia nelle periferie cittadine.

L’urgenza di contenere la diffusione di questa malattia non è dettata da uno spirito ambientalista o di tutela della salute della fauna selvatica, ma dalla necessità di impedire che questa raggiunga gli allevamenti intensivi della pianura padana.

Immediata e come spesso capita fuori luogo è stata la presa di posizione di molte associazioni pseudo ambientaliste che anziché vedere la luna (la criticità intrinseca degli allevamenti intensivi) guardano il dito attaccando la caccia; Legambiente nazionale, ha lanciato un appello al ministro della Salute Roberto Speranza per l’emanazione di «un’ordinanza che vieti per i prossimi 36 mesi la caccia nelle forme collettive al cinghiale (braccata, battuta e girata) senza rendersi conto che l’assenza di un contenimento del cinghiale può causare solo criticità.

Problemi dati dall’assenza di predatori e dalla prolificità di quegli animali che già nel brevissimo termine può portare a condizioni di sovrappopolamento che possono essere causa di malattie e dello spostamento degli animali.

L’area dove sono stati riscontrati i primi casi di influenza suina africana è strategica perché è quella che mette in collegamento le Alpi con gli Appennini e quindi, potenzialmente, i grossi allevamenti suinicoli della pianura che va da Parma al Friuli, ma anche gli allevamenti della bassa pianura bresciana, cremonese e mantovana. Un corridoio ecologico che negli anni è stato utilizzato da molti altri animali, lupi e sciacallo dorato per citarne due, per allargare il loro habitat.

Pensare che queste misure possano limitare la diffusione della malattia è pura fantasia, ben altre sono forse le intenzioni dietro queste leggi emergenziali.

Se da un lato malattie infettive e allevamenti intensivi sono collegati, l’abbiamo visto con il Covid19 anche se difficilmente sapremo se davvero è davvero di origine animale, dall’altro sappiamo quanto negli ultimi decenni la continua sottrazione di habitat ai selvatici a favore degli allevamenti intensivi, inquietanti sono immagini delle porcilaie in Cina alte 13 piani costruite in mezzo ai boschi, sia possibile causa di trasmissione di malattie col famigerato spillover o salto di specie.

Inoltre, non ci si può esimere dal fare un parallelo tra l’esperimento sociale che vuole sempre più ambiti della vita umana interdetti per la questione sanitaria.

L’esperimento che vuole collegato in una morsa letale la libertà alla salute l’abbiamo visto applicato scientificamente negli ultimi due anni ed ora col pretesto della peste suina africana lo vediamo esteso ad ambiti prima esclusi.

Questa accelerazione, questo passo successivo rispetto al Covid19, non riguarda la salute umana o animale ma quella di un sistema produttivo, quello degli allevamenti intensivi che per loro stessa esistenza sono insalubri. Sistemi insostenibili sia per gli animali costretti a vite artificiali e innaturali, in spazi confinati dove il malessere animale è pianificato e regolamentato da leggi europee e sia per l’ambiente soffocato dalla meccanizzazione, dalla perdita di biodiversità, dalla chimica e delle deiezioni derivanti da questi incubatoi di patologie.

Non è un caso che nelle stalle, in particolar modo di avicoli e suini, le terapie antibiotiche siano prassi e routine pianificate a seconda dell’età degli animali e non estrema ratio in caso di infezioni.

La salute di questo sistema produttivo deve essere garantita e protetta per tutelare il comparto e sua economica e sull’altare di quei profitti viene sacrificata la nostra libertà di movimento, azione e sostentamento. Oggi i comuni interdetti sono nelle regioni ad ovest ma presto, molto presto, potrebbero estendere questa idea di zona infetta in altre regioni, da noi.

Accettare il lockdown anche per la natura può essere il passo definitivo per la normalizzazione del confinamento che dopo socialità, cultura e lavoro toglierebbe definitivamente l’ultimo spazio di libertà che abbiamo goduto nel periodo di confinamento e che nei secoli ha rappresentato rifugio e alcova delle più belle idee di vita, rivolta e libertà.

Contro queste follie per la nostra libertà.

Pernice Nera

Gabbie animali e umane

venerdì, Dicembre 18th, 2020

Con questo terzo articolo prosegue l’analisi delle politiche emergenziali in corso e del parallelo tra la gestione degli animali da reddito e non e le regole a cui siamo soggetti.

Quando si parla di animali in gabbia si pensa immediatamente agli animali rinchiusi negli zoo o nei circhi, a quelli più o meno feroci catturati ed esposti al pubblico o a quelli stipati negli allevamenti intensivi; sono comunque tutti accomunati da una vita condotta all’interno di un sistema di costrizione fisica, di contenimento e immediato è il parallelo con l’analogo sistema umano, dove si vuole amministrata la giustizia per ordine dell’autorità competente, il carcere.

Lo scorso marzo, nelle prime fasi di questa pandemia, in numerose carceri sparse per tutto lo stivale, ci sono state delle rivolte spontanee causate dal panico da diffusione incontrollata e incontrollabile del virus. A Modena cinque reclusi sono morti durante la sommossa, quattro durante il trasferimento in altre carceri come Bologna e Terni e almeno altri quattro nelle settimane successive. Morti le cui cause non sono ancora certe, una strage di stato di proporzioni incredibili senza precedenti dal dopoguerra ad oggi.

Le rivolte sono immediatamente state indicate come etero dirette dalla mafia, da sovversivi o da fantomatiche forze occulte che tramano nell’ombra, chiaramente per gettare discredito sulle reali motivazioni del disagio che ha causato quel dissenso. La verità è che la gestione dell’emergenza se fuori è stata gestita col bastone della repressione, in carcere non è certo stata usata la carota, ma un bastone con ancora più nervo. Le condizione di sovraffollamento delle carceri italiane sono note da decenni e il timore riguardante la diffusione del covid in questi ambienti così precari è stata la scintilla che ha incendiato una polveriera colma, giunta all’esasperazione con la soppressione dei colloqui con i famigliari, uno dei pochi momenti di contatto con l’esterno e di socialità non controllata dei detenuti.

E se alle immagini delle rivolte sui giornali e tv è stato dato molto risalto, per questa strage solo in pochi ambienti se n’è sentito parlare, anzi solo in questi giorni a mesi di distanza, è stato depositato un esposto per far luce sui pestaggi e le violenze perpetrate dalle forze dell’ordine in quei giorni di marzo.

Parallelamente, lo scorso ottobre in trentino abbiamo assistito al corteo di protesta contro la detenzione, all’interno dell’area faunistica del Casteller nei pressi di Trento, degli orsi considerati troppo pericolosi per l’uomo e del danneggiamento fatto ad una delle recinzioni perimetrali. A questo analogo caso di costrizione forzata, che fortunatamente non ha causato vittime, è stato dato molto risalto.

E facendo un parallelo ci troviamo di fronte al paradosso che la cattura di un’orsa ha visto un corteo in trentino e un sabotaggio, azione ribadiamo assolutamente condivisibile, e la strage di Modena non ha visto una mobilitazione così per certi versi incisiva.

Sia ben chiaro, l’intento di questo confronto non vuole in alcun modo togliere supporto e sostegno alla lotta, azione e mobilitazione del Casteller, ma porre un interrogativo riguardo al rischio di avere sensibilità diverse di fronte ad un analogo sistema costrittivo.

Perché se da un lato nel precedente articolo abbiamo visto come gli animali siano assolutamente spendibili (nel loro caso sopprimibili) in nome del rischio sanitario, con questo silenzio o peggio disinteresse non vorremmo che anche quegli uomini lo siano, essendo già privati, oltre che della libertà del diritto alla salute e alla vita e sia ben chiaro non vissuta dietro le sbarre o comunque lo siano come esperimento di un sistema da allargare poi a tutta la popolazione in qualche modo non produttiva.

E se, secondo le autorità, l’istinto animale non si può modificare e quindi il contenimento diviene indispensabile, sarebbe forse meglio non utilizzare per scopi economici o turistici la natura ma questo è un altro discorso, dall’altro il falso mito della riabilitazione, rende la detenzione in carcere il fine unico. Carcerazione fatta in condizioni di disagio e di distacco dagli affetti e precaria da molti punti di vista, non ultimo quello sanitario.

E questa umanità e questi animali sono legati da un triste destino, definito da Mario Trudu, ergastolano scrittore che di fronte alla certezza di concludere i suoi giorni in gabbia chiese di essere giustiziato giudicando questa fine più degna e ottenendo una risposta negativa, pena di morte in vita. Lucida analisi che ben caratterizza l’atteggiamento spietato, sadico e cinico di chi pensa, pianifica e realizza questi sistemi costrittivi.

Sistemi che occorre distruggere con la massima urgenza, qualsiasi essi siano, virus o non virus.

Pernice Nera

Come visoni in gabbia

domenica, Dicembre 6th, 2020

Prosegue con questo secondo articolo l’analisi delle politiche emergenziali in corso e del parallelo tra la gestione degli allevamenti intensivi e le nuove regole a cui siamo soggetti.

A prima vista può apparire un confronto improprio ma se approfondiamo e analizziamo stiamo assistendo ad un perfetto allineamento delle due gestioni, che va dalle profilassi antibiotiche e vaccinali ormai strutturali e pianificate fin dai primi giorni di vita ai criteri di spendibilità e efficienza applicati a tutti gli strati sociali e che ci fanno rendere conto di come con la scusa del virus sia in corso una feroce stretta autoritaria.

La notizia che ci ha dato lo spunto per ampliare la riflessione riguarda l’abbattimento di centinaia di migliaia di visoni in Danimarca perché infetti da un nuovo ceppo del virus potenzialmente pericoloso per l’uomo. Questi animali da pelliccia sono stati abbattuti e sotterrati alla bell’e meglio in grandi fosse comuni. Stessa sorte è toccata anche ai 30000 capi di un allevamento italiano che in fretta e furia e nel silenzio generale, per ordine del ministro della sanità, sono stati eliminati. Premettendo che non crediamo sia solo il momento della morte l’elemento di una vita condotta in modo indegno, l’esistenza in gabbia è un abominio, vogliamo porre il focus sulla spendibilità di quelle vite paragonandole alle nostre.

Fortunatamente i limiti morali delle nostre società impediscono di farci fare la fine dei visoni, ma non la stessa vita in gabbia. L’isolamento sempre più massiccio a cui siamo sottoposti e sempre più pianificato da questa legislazione d’emergenza, dalla didattica a distanza alle limitazioni al movimento, al tele lavoro è dettato da esigenze meramente repressive.

Le sole attività concesse, considerate essenziali per decreto, sono quelle finalizzate alla produzione e al profitto. Non è un caso che i centri commerciali siano aperti totalmente o con pochissime restrizioni e i musei siano ancora chiusi. Musei che tra tutte le attività ricreative e culturali, per la tutela delle opere raccolte, sono già organizzati per contingentare gli ingressi. E non citiamo la scuola, altro luogo dove la socialità, l’interscambio e la critica anche ai metodi e ai contenuti dell’insegnamento creano le basi per la nascita di coscienze e teste pensanti, quindi di un sano dissenso.

Questi dpcm ci negano gli spazi e i momenti di socialità, le occasioni di confronto, quelli che definiscono assembramenti ma che in realtà sono spazi fondamentali del nostro essere animali sociali.

E correndo su questa ruota da criceti, continuamente sfruttati, non possiamo che avere le stesse reazioni istintive degli animali sottoposti alle stesse privazioni. Ai maiali nei primi giorni di vita vengono limati i canini per contenere la reazione più istintiva e naturale di una vita condotta oltre ogni stress immaginabile, il cannibalismo per difendere il loro metro quadrato di libertà e non potendosi neppure sfogare così sono soggetti a autolesionismo o a comportamenti assurdi, ossessivo compulsivi in attesa della morte.

Così ci possiamo scannare tra di noi additando come nemico e untore il vicino, il podista o chi sceglie liberamente e responsabilmente di opporsi a queste ordinanze, incoraggiati e protetti dalla politica che prospera nel vederci divisi e consapevole, vara in continuazione leggi poco chiare fatte ad hoc per questo scopo.

Leggi assolutamente non controllabili che alimentano una cultura del sospetto e una lacerazione sociale che da un lato potrebbero essere il cavallo di troia per l’instaurazione di uno stato di polizia, perché si renderà necessaria quella presenza massiccia per verificare che tutto sia a norma, e dall’altro portano sicuramente divisione nella popolazione che, già straniata dal periodo virulento, si accanisce sugli obbiettivi più deboli, facili o vicini, distogliendo completamente l’attenzione da chi con le proprie omissioni ha portato all’impossibilità di contenere questo virus. Ossia dalla classe politica predatoria che necessita delle nostre divisioni, del nostro autolesionismo o cannibalismo, per prosperare e che, troppo spesso, è lo specchio perfetto di questa società

Se per i visoni in gabbia non c’è stato nulla da fare avere coscienza che quella potrebbe essere la stessa fine, ci aiuterebbe a capire come il loro destino e le logiche che governando le loro esistenze sono le stesse ci che stanno imponendo.

Smontare le gabbie animali è un primo passo per riconoscere le gabbie in cui ci vogliono rinchiusi e una delle soluzioni per tornare a respirare liberi fuori dal metro quadrato di libertà che ci hanno concesso.

Pernice Nera

Il salto di specie

mercoledì, Dicembre 2nd, 2020

L’analisi del periodo pandemico che abbiamo svolto finora si è concentrata sulla situazione attuale e ha cercato di smascherare le ipocrisie dietro al discorso della responsabilità individuale o collettiva nella diffusione del virus, dietro gli slogan di regime o la neo lingua bellica adottata in tempo di pace pandemica. Abbiamo pensato con questo scritto di approfondire anche alcune delle cause che sono collegate alla proliferazione del virus e la prima a cui abbiamo pensato, forse la più evidente, è quella collegata con l’inquinamento a cui siamo quotidianamente soggetti.

E nello specifico non quello delle attività produttive, che nel bresciano è arcinoto, dal caso Caffaro alla concentrazione studiata nel mondo delle realtà industriali e artigianali o alle discariche che spuntano qua e là come funghi, ma a quello collegato all’allevamento intensivo.

La comparsa ciclica delle zoonosi, ossia di quelle malattie infettive che possono essere trasmesse dagli animali all’uomo, è aumentata esponenzialmente negli ultimi anni e una delle cause più conclamate è collegata con l’espansione degli allevamenti in aree ancora non antropizzate.

Che queste siano nella foresta amazzonica o nel cuore della Cina poco cambia, questa colonizzazione, con porcilaie a 6 piani o migliaia di ettari deforestati per la semina della soia o per il pascolo semi brado degli zebù, ha da un lato sottratto l’habitat agli animali autoctoni e dall’altro creato una pericolosa promiscuità tra specie che mai naturalmente si sarebbero incontrate. La stessa che spesso si trova sui banchi dei macellai.

Le condizioni di stress a cui questi animali sono soggetti sono simili perché in entrambe i casi sono costretti a vivere in aree troppo densamente popolate, e questo aspetto li rende molto più fragili e quindi più soggetti ad ammalarsi o ad essere vettori di malattie.

E se per gli animali selvatici la loro morte fattuale o la loro maggiore vulnerabilità da anni viene denunciata dai loro studiosi, per gli animali da reddito queste vengono fatte passare come uno scotto del progresso ma che non ci deve preoccupare perché gli animali vivono placidi garantiti dalle norme sul benessere animale.

Queste due parole di cui tanto si riempiono la bocca i grandi produttori o trasformatori di carne o le associazioni di categoria degli allevatori, coprono un sistema finalizzato ad avere animali super produttivi e non certo sani, per quello ci sono i farmaci.

A supporto di tale considerazione pensate che una vacca frisona da latte, che in condizioni di vita normali può arrivare a 18 anni, in pianura padana ne vive 5 di media.

O che un maiale da ingrasso, che in Italia viene macellato intorno ai 160 Kg, per il fantomatico benessere animale può tranquillamente trascorrere tutta la sua vita in 1m² di superficie, o un pollo in gabbia che può terminare il suo ciclo in poco più di un mese vivendo in uno spazio grande come un foglio a4 e mezzo (650-750 cm²). E in queste zone rosse l’uso di antibiotici è sistematico, sia per prevenire il diffondersi delle patologie sia perché, ed è un aspetto non ancora capito, questi hanno funzione auxinica, ossia stimolano la crescita. Tra le conseguenze di questa follia (per ovvie questioni in questo articolo non entriamo nel merito della violenza di questo sistema) nell’uomo constatiamo l’insorgere di forme di resistenza agli antibiotici che vanifica l’efficacia di molte cure in caso di malattia; l’importante è che un pollo diventi pollo in 40 giorni.

Ed è un tema che ci tocca molto da vicino, per molte ragioni anche perché queste realtà non sono solo distanti migliaia di chilometri da noi, sono comuni nella pianura bresciana.

Inquinamento e sfruttamento dell’ambiente, consumo di carne e uso di medicinali sono argomenti correlati con la diffusione del virus.

Per sostenere un sistema produttivo e di sviluppo in stato di malattia terminale, stanno cercando di proporre le dinamiche tipiche degli allevamenti intensivi anche all’uomo. Igienizzazioni forzate, isolamento dei malati o presunti tali e campagne medicali a tappeto.

O si cambia il sistema di allevamento-vita o saremo ciclicamente coinvolti in queste pandemie perché non è con un vaccino, che mette una pezza alle conseguenze, che si può pensare di risolvere il problema, ma è solo agendo sulle cause.

E lo possiamo fare in molti modi. Mettendo in discussione questa idea di sviluppo che ci vede come visoni in gabbia pronti a essere sacrificati per il profitto e che ci porta alla logica conclusione che la spesa è meglio farla nell’orto, non in farmacia.

Sta a noi scegliere.

Pernice Nera