Archive for the ‘Antifascismo e Resistenza’ Category

25 Aprile 2022: il tempo delle scelte

domenica, Aprile 24th, 2022

Sono passati 80 anni dalla disfatta militare conseguente all’invasione della Russia, rimasta nella memoria collettiva come “ritirata di Russia” e “battaglia di Nikolajewka”. In Italia e in particolare nella nostra valle, ciò ha rappresentato la presa di coscienza collettiva di un fallimento e nel cuore di molti ha dato la forza per mettere in discussione il ventennale regime fascista.

Oggi da quelle terre ci giungono notizie di una nuova guerra, non meno brutale ma quale non lo è, e a tamburo battente la stampa sta martellando sulla necessità di un intervento e sulla necessità di schierarsi tout court, dividendo il fronte tra buoni e cattivi.

Una semplificazione eccessiva che non tiene minimamente conto della storia di quei luoghi e neanche del percorso politico di chi oggi viene definito come nuovo partigiano, seppur indossi i simboli dei reparti nazisti o condivida con loro l’idea ipernazionalista, squadrista con chi non si allinea e che si è macchiata di terribili crimini dal 2014 ad oggi.

La valanga di polemiche che sono state sollevate nei confronti di chi si è espresso diversamente dal pensiero dominante, ha travolto anche la principale associazione reducistica dei partigiani italiani, la quale, per una volta dopo molto tempo, ha messo in discussione questa linea difendendo valori di internazionalità e pace. Questi episodi dovrebbero davvero farci riflettere sul livello di libertà della nostra società.

Poco ci si può aspettare da chi col pacifismo ha fatto anni di campagne elettorali ed oggi è completamente asservito a logiche economiche e, prono agli interessi atlantisti, sta sostenendo misure e posizioni guerrafondaie e militariste quali l’invio di armi o lo stanziamento di nuovi fondi per le spese militari.

In questo giorno dove si ricorda, si celebra e si festeggia chi della lotta armata ne ha fatto una scelta di vita (e troppo spesso di morte) una riflessione deve essere fatta sul significato di Resistenza e sulla necessità di attualizzare quei valori.

Riflessioni centrali per non confondere parole importanti quali Resistenza, Libertà e Liberazione, strette da un innegabile legame di causa ed effetto, il quale, se frainteso, ci porta erroneamente ad assumere che godere della libertà sia scontato e slegato dalla lotta e dagli sforzi per conquistarla o mantenerla.
L’esistenza di questo legame indissolubile tra questi termini e i concetti che essi richiamano deve essere ben chiaro altrimenti si rischia di svuotare di senso la parola di cui amiamo riempirci la bocca: non ci sarebbe Libertà senza Liberazione, non ci sarà mai Libertà senza Resistenza.

Organizzare eventi mossi da nobili intenti, come pulire i nostri paesi coinvolgendo i più giovani o celebrare le libertà di espressione artistico culturali, che per altro ci vedrebbero attivi partecipanti in altre date, ovviamente sempre muniti di regolare certificazione verde, snatura l’essenza del 25 aprile e porta a recidere il legame storico e umano con gli ideali e l’esempio della Resistenza.

Il 25 Aprile di quest’anno definisce il tempo delle scelte.

Un tempo per una narrazione complessa contro la narrazione guerrafondaia che vuole il male da una parte e il bene dall’altra senza una qualsiasi analisi più approfondita, un tempo necessario per non doversi trovare più costretti a prendere le decisioni di quelle donne e uomini che hanno animato la lotta per la liberazione dal regime fascista.

Ieri come oggi essere contro il pensiero unico rappresenta la sola via di uscita dal vortice e il dissenso può essere manifestato con piccoli ma grandi gesti anche nei nostri paesi.

A Baitoni e Bondone troviamo delle vie che nel 1939 il Podestà di Storo, che allora amministrava anche questi paesi, intitolò a dei conclamati fascisti della prima ora e che nonostante gli 83 anni trascorsi non vediamo essere mai state cambiate. Stiamo parlando di via Tullio Baroni e via Tito Minniti a Bondone e via Aldo Sette a Baitoni.

Tullio Baroni volontario fascista deceduto in combattimento nella guerra civile di Spagna ottenne la medaglia d’oro al valor militare alla memoria come “tempra eccezionale di fascista e di soldato”;
Tito Minniti aviatore e volontario nella guerra di invasione in Etiopia dove il regime fascista utilizzò a tappeto armi letali quali il gas, stupri e violenze di qualsiasi genere per piegare la resistenza;
Aldo Sette uno dei primi squadristi caduto negli scontri delle squadre d’azione che operarono prima della marcia su Roma.

Sarebbe davvero bello che quelle intitolazioni lasciassero spazio al cambiamento.
In contrapposizione a tale scempio e alle biografie di questi figuri vorremmo le vie così rinominate:
ex via Baroni oggi via Volontari Internazionalisti di Spagna;
ex via Minniti oggi Vittime del colonialismo italiano;
ex via Aldo Sette oggi via Barricate di Parma in memoria della Resistenza popolare della città ai fascisti della marcia su Roma.

Una nuova toponomastica, un piccolo gesto, che ci auguriamo possa portare ad una vera presa di coscienza delle responsabilità di quel regime perché è davvero assurdo che a più di 80 anni di distanza ci sia ancora il ricordo di figure che hanno contribuito a rendere il mondo un posto peggiore.

Il 25 Aprile di quest’anno definisce il tempo delle scelte, l’orologio verso un nuovo regime totalitario corre più forte che mai e noi sappiamo da che parte stare, la stessa di sempre.

Ora e sempre Resistenza!                                               Antifasciste e Antifascisti

Quale riconciliazione

domenica, Ottobre 31st, 2021

Abbiamo appreso nei giorni scorsi del convegno promosso dall’associazione amici della storia di Vestone dal titolo “Paolo Giacomini: una giovane vita spezzata per amor di patria” che si svolgerà sabato 30 ottobre a cavallo degli abitati di Belprato e Vestone. La celebrazione propone la deposizione di una corona al monumento ai caduti a Belprato, dove è presente anche il nome del Giacomini, e continuerà all’auditorium di Vestone con i vari interventi del convegno.

Già in passato abbiamo scritto del rapporto che intercorre tra storia e memoria, alcuni degli articoli sono stati raccolti nell’omonima sezione di questo blog e anche in questa occasione vogliamo evidenziare, pur non descrivendo cosa sia stata stata la X-mas, la repubblica sociale, il battaglione Fulmine o la figura di Paolo Giacomini povero figlio del suo tempo, quale sia il subdolo tentativo di imporre una nuova narrazione dietro a quel periodo storico.

Sotto la magica parola di riconciliazione, utilizzata da uno dei relatori per la presentazione del convegno, c’è il chiaro intento di far passare dinamiche di pacificazione rispetto a quel periodo e a quei fatti che non possono esistere (ad esclusione della morte,livella sociale, che ha coinvolto anche il Giacomini), soprattutto se l’analisi e il racconto storico derivano da una propaganda tanto subdola quanto gretta.

Oggi tutta questa grettezza la troviamo in manifestazioni come quella di Vestone ove la retorica militarista vuole celebrare quel periodo e i suoi eroi quali “eroi a prescindere”, quindi rimuovendo ogni necessario giudizio storico; italiani che dopo l’armistizio del ‘43 si schierarono con la dittatura e i nazisti contro altri italiani quali erano i partigiani o i civili da loro ammazzati.

La vediamo in molte parole e celebrazioni per il centenario del “Milite Ignoto” (introdotto proprio da un sovrano per imbonire il proprio popolo mandato al massacro senza scrupoli) ove non si celebra la vittima per eccellenza di ogni guerra, ovvero l’umanità massacrata ed abbruttita, ma la figura del “servitore”, di cui si sottolinea l’indubbia italianità, mandato a morire per un astratto “interesse nazionale”, per una “gloria” che è solo quella di chi manda a rotoli il mondo in quanto incapace di guardare ad esso se non con sguardo predatorio.

Come è possibile assistere ancora a questa retorica, prettamente militarista e nazionalista (il feticismo per le armi è solo la punta di questo iceberg), che solleva la guerra e le sue “gesta”, definite sempre eroiche, da ogni giudizio di merito, di contesto, di valutazione etica e per chi si professa credente, da imperativi morali?

Come non stigmatizzare chi vuole assolvere le “gèsta militari” anche quando era dalla parte sbagliata o veniva imposta alle proprie genti abituate al lavoro e desiderose di vivere in pace?

Come non sottolineare la schizofrenia dalle associazioni d’arma quando avallano parole come “servire la Patria” o “morire per amor di Patria” che intenzionalmente vengono pronunciate da questi “relatori” in modo strumentale?

Quale idea di patria hanno queste associazioni d’arma presenti col loro simbolo sulla locandina e con la loro presenza al convegno. Quella della Xmas e della Repubblica Sociale per cui Giacomini è morto o un’altra?

Sarebbe interessante saperlo in considerazione della loro presenza alle numerose commemorazioni partigiane o al “culto” di Mario Rigoni Stern che dopo la Russia fu deportato nei campi di sterminio in Germania dove vi stette due anni.

Siamo di fronte, ancora, ad una intollerabile propaganda che si appoggia ad un becero militarismo che per sua natura è nazionalista, che per esistere necessita di porre popoli contro popoli e che trova origini nella manipolazione dei cittadini, in primis intorbidendo con falsità la memoria storica collettiva.

Difendiamoci da queste retorica, da questa narrazione tossica e falsa, che rimuove ogni responsabilità etica e storica della guerra stessa, le responsabilità collettive e dei singoli e con queste mistificazione confonde vittime e colpevoli, attaccando queste falsità con l’unica verità storica: l’opera del fascismo e dei fascisti prima, durante e pure dopo la seconda guerra mondiale è un crimine e che non può in alcun modo essere oggetto di alcuna riconciliazione.

Valsabbin* Refrattar*

Nome di battaglia Aquilone

martedì, Ottobre 19th, 2021

Ambrosi Paolo Giovanni, un bagolinese nell’epopea della guerra civile spagnola

Introduzione

La storia che vado a raccontare non che è un minuscolo frammento del mosaico di avvenimenti che hanno segnato la prima metà dello scorso secolo.

Ho incontrato Ambrosi Paolo Giovanni quasi per caso, stavo conducendo una ricerca sul periodo resistenziale nella Val Caffaro e stavo consultando gli archivi on-line dell’Istituto storico Ferruccio Parri in parte digitalizzati e resi pubblici. Durante la consultazione di questi schedari mi sono imbattuto nel progetto dell’Aicvas (Associazione italiana combattenti volontari antifascisti di Spagna) che dagli anni ’90 in collaborazione con l’allora Istituto nazionale per la storia del movimento di Liberazione in Italia di Milano ha raccolto e reso disponibile la banca dati contente le schede personali dei volontari italiani nella guerra civile spagnola e facendo una breve ricerca per comune mi sono imbattuto nel nome di Ambrosi Giovanni Paolo nato proprio a Bagolino.

La storia della famiglia Ambrosi (scötòm Bàcàc o Bàcàciù), almeno della cronaca anagrafica, è riportata nel foglio di famiglia del registro della popolazione depositato presso l’archivio del comune di Bagolino, presumibilmente aggiornato per il censimento della popolazione del 1931. In questo documento troviamo la famiglia Ambrosi residente nella casa n.6 di via Madonna di San Luca e le schede del padre Ambrosi Bortolo Fu Giorgio e Carè Domenica nato a Bagolino nel 1873, della madre Girardini Caterina nata nel 1888 a Cimego e dei loro 6 figli: Luigi 1908 e Severina 1912 nati a Cimego e Paolo Giovanni 1915, Irene Teresa 1919, Domenica Ermenegilda 1922 e Marina 1922 e morta l’anno successivo, nati a Bagolino.

Le scarne informazioni danno inizialmente la famiglia residente a Cimego, tra il 1912 e il 1915 il trasferimento a Bagolino e nel corso degli anni ’30 il successivo trasferimento a Grenoble in Francia.

Il fascicolo famigliare è stato poi archiviato ed eliminato il 21.4.1936 causa il trasferimento e la nuova residenza in Francia.

La famiglia Ambrosi resterà a Grenoble fino agli anni ’60 al civico 26 di rue Revol e poi la madre si trasferirà a Ugine in Savoia fino alla sua morte.

 

Contesto storico

La politicizzazione con la classica contrapposizione a blocchi, sinistra e destra tipica del novecento, non è lo schema degno di rappresentare la situazione degli abitanti dei nostri paesi. Questa divisione è un fenomeno relativamente recente anche se presente in modo molto leggero.

Questi nostri paesani notoriamente conservatori e troppo spesso impegnati a guadagnarsi da vivere più che a pensare a questioni politiche hanno però prodotto molte eccezioni, soprattutto durante nei giorni del periodo Resistenziale. È infatti molto interessante analizzare come anche nella Val Caffaro ci furono numerosi gruppi partigiani, ben collegati tra loro ma di estrazioni sociali e con pulsioni politiche molto diverse; da gruppi autonomi come la Banda Dante e Banda Giacomino composte soprattutto da elementi autoctoni scollegati dal sentire politico, a gruppi aggregati attorno ad un clero progressista poi in buona parte confluiti nel partito comunista italiano come le Fiamme Verdi Brigata Perlasca ad infine un unicum rappresentato dalla Brigata Giustizia e Libertà Monte Suello con forti contatti nelle elitè culturali cittadine e di ispirazione socialista.

A contribuire alla formazione di queste coscienze occorsero più di venti anni di regime dittatoriale fascista e molti episodi forse credo non ultimo quello che vede come protagonista il nostro Ambrosi.

Le origini sociali dello scoppio della Guerra Civile spagnola, combattuta tra il 1936 e il 1939 vanno ricercate lontano, ben prima della guerra mondiale. Fin dalla metà del 1800 sorsero in Spagna quei blocchi di potere di difesa degli interessi agrari e industriali (un po’ meno per via dell’ancora scarsa industrializzazione) con cui siamo abituati rappresentare gli scontri tra padroni e operai, grandi latifondisti e braccianti agricoli e a poi dalla monarchia e della sua elite militare. In una Spagna dall’economia agricola il conflitto tra questi due blocchi fu guidato dall’esercito e dalla monarchia spagnola che appoggiata dai militari governò con bastone della repressione

Il triennio successivo alla fine della prima guerra mondiale vide un rafforzamento della componente sindacalista anarchica e socialista e fu ricco di scontri tra i blocchi opposti di potere, tensioni che durarono fino alla metà degli anni ’30.

La nascita della seconda repubblica spagnola nel  del  fu il tentativo per smorzare le proteste scoppiate, in grandi regioni ma il re si rivolse ad un generale

Dopo quello che è passato alla storia come biennio nero (1931-1932) che comportò un inasprimento del conflitto di classe e vide le destre monarchiche e militariste cercare di restaurare il sistema precedente alle piccole conquiste sociali prese delle classi subalterne negli precedenti anni. Il turbolento periodo successivo culminò con le elezioni del 1936 che videro l’affermarsi del fronte socialista (fruente popular) che seppur di misura conquistò la maggioranza.

La destra analizzata la situazione decise che una svolta reazionaria fosse l’unica via per restaurare il potere e poco dopo le elezioni diede il via ad un colpo di stato che trovò in parte impreparate le istituzioni repubblicane ma che non si affermò immediatamente. Grande fu la reazione popolare che però non riuscì ad evitare che molte regione caddero sotto il controllo nazionalista; buona parte dell’esercito si schierò con i golpisti ma parte della marina no e fu un passaggio chiave perché col loro impegno impedirono che dal Marocco l’armata d’Africa comandata dall’allora colonnello Franco, forte dei suoi 34000 uomini, sbarcasse sulla terraferma e ciò evitò l’affermazione del golpe ma non evitò lo scatenarsi della guerra civile spagnola.

[1]

La guerra e la partecipazione dell’Ambrosi

Per potere far sbarcare le sue truppe Franco si dovette rivolgere ai 2 regimi di estrema destra europei che nonostante l’iniziale scetticismo garantirono il supporto seppur in misura diversa. Il sostegno dell’Italia fascista guidata da Mussolini fu molto più sostanzioso di quello tedesco.

La parte repubblicana vide una forte mobilitazione internazione delle sue componenti comuniste, socialiste e anarchiche che però dovette sottostare alla linea ufficiale delle principali potenze (Francia, Inghilterra, Russia e Stati Uniti) del non intervento. Fu così fattuale che i più sinceri idealisti si mobilitarono e ancor prima che il Comintern organizzasse le brigate internazionali individualmente partirono per la Spagna aggregandosi alle truppe repubblicane. Enorme fu l’adesione di intellettuali e artisti, idealisti ma anche di persone comune, come il nostro Ambrosi.

E così che Paolo Giovanni nel 1937 decise di partire per la Spagna. Le motivazioni della sua partenza le conosciamo grazie ad una lettera scritta nel 1965 dalla sorella Maddalena Severina detta Rosetta a Vanelli allora segretario delle Fratellanza Garibaldini di Spagna – Comitato Promotore – Anpi Padiglione della Montagnola.

“… mio fratello è partito per la Spagna con l’idea che gli ha dato mio marito (Jean Maddalon) che in quel momento si occupava del reclutamento dei volontari“.

Convinto così dal cognato, reclutatore di volontari per l’area di Grenoble, Ambrosi partì per la Spagna e già verso la fine del 1936 lo troviamo alle dipendenze del Battaglione Garibaldi poi promosso il 30 aprile 1937 a Brigata. Alcune fonti lo vogliono come appartenente al 2° battaglione mitragliatori altre al 1° con il ruolo di fuciliere.

“il suo nome appare, per la prima volta, in un elenco nominativo dei combattenti italiani appartenenti al I° battaglione mitraglieri, redatto dall’ufficio amministrativo dello stesso battaglione in data 14 settembre 1937 a Castelnau (Catalogna) dove la brigata era di riposo dopo le operazioni militari sul fronte di Saragozza. “[2]

Del periodo che va dal suo arruolamento alla morte non abbiamo notizie, abbiamo però la nota nel certificato bibliografico del fondo Insmli che riporta “ricercato dall’Ovra”[3] l’opera Volontaria di Repressione Antifascista ossia la polizia segreta dell’Italia fascista con compiti di ricerca degli oppositori politici.

La Brigata Garibaldi durante il 1937 e 1938 partecipò a tutte le principali battaglie, dalla difesa di Madrid fino alla sua ultima, la difesa del fiume Ebro. Furono mesi in cui si assistette ad una lenta ma costante affermazione delle truppe nazionaliste grazie anche al fondamentale supporto aereo garantito dai due alleati italiani e tedeschi che probabilmente furono davvero la svolta della guerra. vennero pianificate e testate i bombardamenti indiscriminati sulle città, uno di questo episodi, il bombardamento di Guernica, passò alla storia grazie all’immortale quadro di Picasso che prese il nome proprio da quell’episodio.

L’ultima linea di difesa

Dalla scheda trasmessa dal alla Presidenza del consiglio dei ministri, commissione interministeriale per la formazione e la redazione di atti di morte e di nascita non redatti risulta che al momento della sua morte, egli apparteneva alla Compagnia mitraglieri del 2° battaglione.

“Caduto in combattimento sul fronte dell’Ebro il 12 settembre 1938 sulla Sierra Cabals, fronte dell’Ebro. Si ignora il luogo di sepoltura delle salma. Pertanto, dato gli aspri combattimenti che si susseguivano giorno e notte, si ritiene che la Salma abbia avuto sepoltura sul luogo stesso del combattimento”.

La conferma della morte viene riportata dal commilitone Albini Giulio (Valente) nato il 25.10.1899 a Premia (Novara) anch’esso ferito in quei giorni sul fronte dell’Ebro.

Un’informazione aggiuntiva riguardante la morte dell’Ambrosi ci viene dalla comunicazione della commissione per il riconoscimento della pensione di guerra che precisa: “che decedette unitamente all’antifranchista Amistadi Luigi”. Amistadi Luigi fu Luigi e Tamburini Domenica residente nato ad Arco (Tn) il 28 marzo 1903 e residente a Liegi in Belgio. Dal fondo Ismli apprendiamo che l’Amistadi è caduto a Sierra Cabals nella battaglia dell’Ebro

Buona parte delle informazioni riguardanti

L’esperienza degli internazionalisti terminò il 21 settembre 1938 quando il primo ministro Negrin, su pressione delle potenze occidentali impegnate nella politica del non intervento, ordinò che tutti i combattenti non spagnoli che da tutto il mondo intervennero in soccorso della Spagna si ritirassero dal fronte. Questa esperienza di libertà terminò per volontà politica e a Barcellonca i 29 ottobre si tenne una parata di commiato in cui tutto il popolo catalano e spagnolo si strinse attorno a queste e questi volontari. mostrando la vicinanza ideale e sentimentale ringraziandoli per il loro sforzo e sacrificio.

Nel suo discorso, commosso e commovente, Dolores Ibarruri, disse: “Compagni delle Brigate internazionali! Ragioni politiche, ragioni di stato, il bene di quella stessa causa per cui avete offerto il vostro sangue con illimitata generosità, costringono alcuni di voi a tornare in patria, altri a prendere la via dell’esilio. Potete partire con orgoglio. Voi siete la storia. Voi siete la leggenda […] Non vi dimenticheremo; e quando l’ulivo della pace metterà le foglie […] tornate! Tornate da noi e qui troverete una patria”.

L’allontanamento dal fronte di queste truppe ebbe come naturale conseguenza l’accelerazione della sconfitta delle truppe repubblicane che capitolarono nel marzo del 1939 perdendo le loro roccaforti della Catalogna lasciando spazio al regime franchista che con vicende altalenanti perdurò fino al 1975 anno di morte del generale Franco.

Solo 4 mesi dopo la fine della guerra civile spagnola l’Europa fu colpita da un’altra catastrofe: la seconda guerra mondiale.

Negli anni successivi

Le notizie riguardanti la vicenda dell’Ambrosi le ho potute recuperare grazie al fondo Insmli, fondo Aicvas, b. 9 fasc. 64. Questo contiene il ricco epistolario e le schede raccolte per il rilascio della pensione di guerra alla madre del caduto.

Da questo ho potuto ricostruire buona parte della storia e anche del dramma che questa famiglia ha vissuto. La lettera della sorella Rosetta sopra riportata termina con una considerazione molto intima e personale riguardante la morte del fratello: “Mia mamma non ha mai perdonato a mio marito del fatto che ha perso il figlio unico”. Un fatto talmente grave la triste e dura condizione

Una attitudine antifascista della famiglia che possiamo riscontrare anche nel riconoscimento della qualifica di patriota (Protocollo D.M. Torino del 31.10.58 pr.7?05 el.1) alla sorella Severina Ambrosi allora residente a Condovè (Torino) e dal 20.06.44 al 07.06.45 appartenente alla 16ma Brigata S.a.p. Belletti. Nell’atto di attribuzione della qualifica troviamo la specifica riguardante l’attività saltuaria della patriota.

La pensione di guerra verrà rilasciata nel 1975 agli eredi perché la madre, Girardini Caterina morì 7 anni prima. Apprendiamo dalla missiva scambiata tra all’Aicvas che la sorella Rosetta in quell’occasione si rifiutò di ritirare quanto era stato concesso.

La frustrazione data da 10 anni di attesa aggiunta al dolore per la perdita del fratello presumo possano essere la causa di questo rifiuto.

Riflessione finale

Questa piccola storia rappresenta in pieno la riflessione che vuole la grande storia composta da una miriade di piccole, piccolissime storie.

L’esperienza della guerra civile spagnola è stata “Una esperienza irripetibile” [4] che ha contribuito a segnare le generazioni e le coscienze di quelli che poi furono i e le combattenti della Resistenza italiana e non solo. Dal proclama di Rosselli “Oggi in Spagna domani in Italia” l’onda lunga di questa esperienza ha valicato i decenni ed è arrivata fino a noi. Il mondo che quei volontari cercarono di costruire un mondo libero, collettivo, comunitario e egualitario è tutt’oggi un esempio e un’idea che anima le conoscenze e riempie di sogni i più sinceri idealisti. Gli stessi che oggi si trovano nel Kurdistan o nelle lotte sociali e che nella quotidianità combattono contro la repressione sempre più pervasiva nelle nostre vite.

In questo periodo sempre più nero raccontare questa storia, seppur scarna di notizie, è fondamentale perché quell’esperienza possa rappresentare un esempio da seguire anche oggi.

Quindi non posso che augurarmi che possano tornare gli aquiloni a volare alti nel cielo e per godere delle loro bellezza e per farci alzare la testa.

Aprile 2021

[1] La Spagna all’indomani del golpe nazionalista. Fonte Wikipedia.

[2] Estratto dal Carteggio contenuto nel fasciolo personale Insmli, fondo Aicvas, b. 9 fasc. 64.

[3] Insmli, Fondo AICVAS, Busta 9, Fasc. 64

[4] Alvaro Lòpez , “Battaglione Garibaldi” ASSOCIAZIONE ITALIANA COMBATTENTI VOLONTARI ANTIFASCISTI DI SPAGNA maggio1990 p.

25 Aprile 2021

domenica, Aprile 25th, 2021

 

Sul senso del dovere

In questo anniversario della festa della Liberazione la riflessione che ci sentiamo fare non può prescindere dalla situazione della nuova normalità pandemica che stiamo attraversando.

Già lo scorso anno, dopo 75 anni dal primo 25 aprile, le nostre vite ordinarie sono state sconvolte e da allora abbiamo assistito ad un bombardamento continuo di notizie, divieti, decreti e soprattutto abbiamo constatato come anche le libertà che pensavamo fossero inviolabili, conquistate in parte con la Resistenza, con la scusa dell’emergenza pandemica siano state serenamente archiviate dando spazio e attuazione a questa nuova normalità.

I parallelismi con quei mesi lontani oggi sono fin troppo evidenti, seppur mossi in parte da motivazioni diverse, anche se collegati da un fil rouge profondo che esiste nel’idea stessa di potere che si sostiene sulla cieca obbedienza della gran parte della popolazione.

Similitudini che riscontriamo nel dibattito intorno al coprifuoco, che questo periodo pare quasi averlo reso strutturale o peggio indispensabile, nelle proroghe continue dello stato di emergenza, nei divieti legati al vivere una socialità spontanea e non ultimo nella presenza dei militari nel governo. Militari per essenza obbedienti e pronti a reprimere qualsiasi dissenso, oggi perfetto alibi per delegare le responsabilità e le scelte individuali e che grazie a questo stato di crisi stanno prendendo sempre più spazio con degli effetti che sono già sotto gli occhi di tutte e tutti. Solo pochi giorni fa un uomo nel placido trentino è stato freddato da un fedele servitore, in casa propria e sotto gli occhi della madre a cui è stato pure impedito di prestare soccorso.

Situazioni che trovano come soluzione la cieca obbedienza e il rispetto del proprio dovere anziché l’orientamento delle proprie scelte e responsabilità individuali in ottica collettiva.

Una situazione per molti versi simile a quella di quegli anni, allora fu chiesto il proprio dovere per la patria, oggi ci viene richiesto di fare la nostra parte, di compiere il nostro dovere per passare questo momento difficile, come se davvero tutto potrà finire così in un attimo come è arrivato.

Il senso del dovere per potere tornare alla libertà di un prima che pare così lontano e bello ma che in realtà è orientato solo a mantenere le attuali dinamiche di potere, perché sia chiaro, più che della nostra salute interessa la nostra capacità lavorativa.

Se c’è un insegnamento che la Resistenza ci ha lasciato è proprio quello che fare il proprio dovere, seguire il dovere richiesto dall’autorità, è la morte delle libertà, seguire i loro richiami in nome di un presunto bene comune è lo stesso che ha portato i nostri compaesani ad invadere paesi, odiare il diverso e accettare passivamente le leggi razziali e tutte le ingiustizie che quel ventennio ha causato, fin dal suo concepimento.

Seguire il proprio sentire consci delle proprie responsabilità individuali e collettive e amare follemente l’idea e i percorsi di Liberazione rispedendo al mittente il richiamo al dovere, plotone d’esecuzione di ogni libertà.

25 Aprile 2021

Valsabbin* Refrattar*

Il giorno della memoria

mercoledì, Gennaio 27th, 2021

Mi ha stupito oggi ascoltare tante parole e leggere sui social e non solo molti post e condivisioni, tante frasi cariche di significato, tanti aforismi così ludici nel trasmettere dei sentimenti, riguardanti la ricorrenza del giorno della memoria, giornata internazionale istituita, nel giorno della liberazione dei russi del campo di eliminazione di Auschwitz, per ricordare le vittime dell’olocausto.

Mi ha stupito in positivo perché ho percepito (povero illuso…) che forse un certo sentimento di sdegno rispetto a quei fatti è comune e assodato in buona parte della nostra società ma parallelamente mi ha fatto fare un pensiero amaro rispetto a chi oggi, nel concreto e nella quotidianità, continua ad opporsi a quegli abomini umani.

Sono fortunatamente molti, ma nello specifico parlo delle donne e degli uomini che hanno imbracciato le armi del coraggio e della coerenza e sono andati a combattere militarmente un concetto fascista di società, un regime autoritario e patriarcale e che dalle placide vite di uno stato occidentale sono andate e andati in Curdistan contro lo stato islamico e la Turchia.

Loro hanno fatto tesoro della Memoria che permette di conoscere i meccanismi che hanno portato all’instaurarsi del fascismo, che fa capire come si sia affermato e come sia stato assorbito più o meno passivamente dalla gente e che ha avuto come triste epilogo l’olocausto che in questa giornata vuole essere ricordato.

E lo stato lo sa ed è per questo che li ha pagati con una moneta molto simile al conio degli anni 30 e 40.

A queste persone è stata affibbiata la sorveglianza speciale, provvedimento che viene direttamente dall’impianto repressivo del codice Rocco approvato in piena era fascista e tranquillamente riproposto senza che nessuno se ne preoccupi, anche oggi.

Credo sia proprio quando dalla memoria si passi all’azione che l’essenza stessa del concetto di stato emerga insieme all’ipocrisia della libertà concessa e che non può tollerare che oltre all’apparenza di un post o di un sentire si vada poi nella pratica quotidiana.

Ed è per questo che viene usato il bastone della repressione nei confronti di coloro che hanno saputo andare oltre alla commozione e al raccoglimento che questa giornata riserva e in prima persona si sono messi in gioco e hanno messo in gioco il bene più prezioso che abbiamo, la vita e il nostro amore per difendere l’idea universale di libertà e per bloccare sul nascere le basi che portano ad un certo futuro nuovo olocausto.

Senza scomodare Brecht o Martin Niemöller del prima verranno gli zingari e poi, quando tutti saranno presi, non verrà più nessuno a salvarci, assolutamente pertinente per questa giornata, voglio concludere con questa breve riflessione:

la Memoria oltre a darci la forza e la consapevolezza per evitare di commettere gli stessi errori del passato, ci rende consapevoli che la nostra Libertà passa solo dal nostro impegno diretto e quotidiano, ricordando le vittime, odiando i carnefici e smascherando le ipocrisie fondamento del fascismo insito nell’idea stessa di stato.

Pernice Nera

25 Aprile 2020

sabato, Aprile 25th, 2020

La giornata del 25 Aprile è sempre stata un cardine e un punto di riferimento dell’attività di partecipazione attiva. Questo interesse si è tramutato in impegno che 2 anni fa è in parte confluito in progetto più ampio, la Rete 25 Aprile Sempre Garda e Valsabbia che seppur in divenire ha portato l’anno scorso ad organizzare 4 eventi sulla sponda del bresciana e trentina del lago di Garda, da Arco a Desenzano. Noi, come gruppo di amici e amiche dell’alta Valle sabbia e Valle del Chiese, abbiamo partecipato a quello di Toscolano e nel discorso che abbiamo preparato abbiamo voluto ricordare e parlare di chi, secondo noi, oggi porta avanti i valori di solidarietà, umanità e desiderio di libertà, gli stessi che hanno contraddistinto la Resistenza.

Abbiamo parlato di chi oggi con azioni dirette si oppone alla devastazione e al saccheggio dei nostri territori, contro le grandi opere o contro chi sta rubando il nostro futuro come la presenza delle forze armate che stanno inquinando la vita economica con l’industria della morte e ora anche le università, con la formazione dei loro quadri dirigenti. Abbiamo parlato di chi mette in pericolo la propria libertà aiutando delle persone ad attraversare quelle linee immaginarie chiamate confini, chi aiuta i migranti e attraversare la milky way e di chi ha messo e mette in pericolo la propria vita andando a sostenere le lotte di libertà di altri popoli.

E quel discorso terminava con un ricordo ai partigiani di oggi, con un estratto della toccante lettera testamento di Lorenzo Orsetti, partigiano, anarchico e internazionalista fiorentino ucciso dall’Isis in Siria.

E in perfetta continuità con quel discorso oggi il primo pensiero va a loro, ai compagni e alle compagne che in prima persona hanno sostenuto la causa curda. In un mondo per certi versi estremamente ingiusto nei confronti dell’ambiente, delle donne e delle minoranze qualsiasi esse siano, portare avanti la causa ambientalista, antisessista e con una visione per certi versi libertaria è davvero rivoluzionario. Ed oggi queste persone sono state oggetto dell’ennesimo provvedimento repressivo, la sorveglianza speciale. Provvedimento che, come la diffida, l’isolamento carcerario e il daspo urbano, viene direttamente dal codice Rocco approvato nel 1930, in pieno ventennio fascista e inserito perfettamente nell’assetto democratico delle istituzioni.

Il primo pensiero va a loro perché pensare che il processo di liberazione sia finito il 25 Aprile 1945 è davvero fuorviante e loro sono un esempio lampante di questa cosa.

In tempi di reclusione domestica stiamo provando cosa possa significare la privazione delle libertà più o meno garantite dalla costituzione ma senza volere soffermarsi su questo aspetto, questa situazione di reclusione ci fa capire come le dinamiche che regolano le nostre vite non siano più nazionali ma internazionali e come la solidarietà debba essere elemento fondante del nostro vivere comune e debba farci riscoprire un’identità più che mai ultra nazionale.

Sono due i sostantivi che voglio considerare come parole chiave di questa riflessione.

Solidarietà e internazionalità.

L’essere internazionali oggi significa ribaltare anche le dinamiche di lotta su quella dimensione. E l’esempio ci arriva anche dalla Resistenza. Il motto dei primi resistenti ai fascismi, ossia dei volontari internazionalisti in Spagna era “Oggi in Spagna, domani in Italia” a significare che la lotta per la liberazione già allora aveva assunto un respiro ampio che travalicava i confini nazionali e regionali.

E consapevoli che probabilmente questo ampio respiro internazionale fosse proprio solo di una parte piccola del grande ventaglio dei protagonisti della Resistenza italiana e chiaramente anche di quelli dei nostri paesi rende chiaro quanto oggi sia importante abbattere le barriere nazionali.

Oggi le dinamiche di lotta sono internazionali, dall’Egitto alla Turchia, dal Cile del popolo dei Mapuche alle rivendicazioni dei nativi e dei neri nordamericani, la solidarietà è il vero motore che ci deve aggregare e che da forza a quelle idee. Esempio sono le grandi opere che travalicano i confini nazionali e la loro nefasta ricaduta è presente in tutti i paesi che attraversano.

La solidarietà non ha confini e non ha colore nemmeno tricolori. Gli stessi come abbiamo visto spuntare come funghi negli ultimi tempi. Perché purtroppo anche il tricolore è simbolo divisivo, sotto l’idea dell’unità nazionale, della difesa dei confini e sono state compiute e vengono compiute le peggiori violenze e sopraffazioni (i lager in Libia del precedente governo e del ministro del’interno Minniti sono un esempio lampante) e conosciamo i risultati della solidarietà “parziale”, rivolta solo ad una parte precisa di popolazione.

La solidarietà del ventennio ce l’ha insegnato, prima era rivolta solo agli italiani, poi solo a quelli “amici” del regime, poi a quelli si omologavano e pian piano quella finta solidarietà si è trasformata in ciò che è: un cancro che divide le genti.

Forse oggi parlare di patria o di tricolore è ridurre di valore questa festa, perché oggi sappiamo che la liberazione c’è se è collettiva, non può più considerarsi continentale, nazionale, regionale, bresciana o trentina, c’è se è internazionale. O siamo liberi tutti o nessuno davvero lo è. E l’enfasi posta sul tricolore e sulla patria dalla retorica dei vari nazionalisti e sovranisti, siano essi di destra che di sinistra, oltre al fine riscrivere la storia è collegata anche con la visione parziale della solidarietà, che nel loro caso è funzionale al mantenimento dello status quo al comando.

E l’attacco che è in corso alla solidarietà è continuo e costante, l’abbiamo visto anche durante questi giorni di pandemia in cui le istituzioni hanno spesso favorito e incentivato la delazione rispetto a comportamenti il cui giudizio di pericolosità è stato privo di fondamento e chiaramente alimentato dal sospetto. Tipico atteggiamento volto a dividere le genti non a creare consapevolezza o corresponsabilità e nemmeno ad unirle.

Ma parallelamente, in questi giorni, abbiamo assistito ad un fiorire di solidarietà dal basso, attiva e diretta, verso chi, indipendentemente dal colore della pelle, religione, censo o dal luogo fisico in cui si trova, ha auto bisogno di aiuto. Perché, in fondo, il mondo è oggi come allora diviso tra oppressi e oppressori. Tra chi chiede pane e riceve piombo.

Solidarietà e internazionalità sono due elementi essenziali non ascrivibile a un sentimento nazionale ma di rivalsa dell’intera umanità e sono una strada per raggiungere l’utopia massima: la Libertà.

Strada che ha trovato un momento di svolta e di gioia il 25 Aprile di 75 anni fa e che la ritrova oggi, con la consapevolezza che quel sentiero lo dobbiamo percorrere e attraversare assieme e che quel sentiero sarà lungo e tortuoso, che va dalle montagne brulle del Curdistan, prosegue nelle praterie cilene, nei terreni agricoli devastati dal Tav, nei luoghi di lavoro, che entra nelle celle delle carceri ma che parte sempre dallo stesso luogo: dal nostro cuore.

Perché è dal quel luogo misterioso che nasce la nostra Libertà.

Dal libro 1984:

“Avrebbero potuto analizzare e mettere su carta, nei minimi particolari, tutto quello che s’era fatto, s’era detto e s’era pensato; ma l’intimità del cuore, il cui lavoro è in gran parte un mistero anche per chi lo possiede, restava imprendibile”.

Buona Festa della Liberazione.

25 Aprile Sempre

giovedì, Aprile 25th, 2019

È proprio prendendo spunto dal nome della neocostituita rete che vogliamo partire per fare una riflessione su cosa può significare oggi questa giornata e quali sentimenti ci devono accompagnare affinché le idee, l’esempio e i sentimenti portati dalla Resistenza possano davvero essere parte integrante delle nostre vite.

I sentimenti che guidavano i partigiani della banda Dante della Val Caffaro e delle tante altre bande montanare che hanno portato i disertori tedeschi fuggiti dagli ospedali o dalle strutture di cura del Garda o i prigionieri russi, inglesi, americani fuggiti tra i tanti dal campi di concentramento di Vestone fino in Svizzera. Gli stessi sentimenti li troviamo nelle persone che oggi aiutano altre persone braccate dalla legge ad attraversare quelle linee immaginarie chiamate confini. Li troviamo ai valichi alpini con la Francia, militarizzati per impedire a queste persone a questa umanità di pretendere ciò che noi abbiamo già e un futuro migliore e dignitoso.

Ieri come oggi i sentimenti di solidarietà spingono giovani interzionalist* in Kurdistan ad inseguire un sogno fatto di giustizia uguaglianza e liberà, mettendo in gioco la cosa più importante per ognun* di noi, la vita.

La stessa messa in gioco da Ippolito Boschi “Ferro” che con lo stesso sentimento di fratellanza che unisce popoli lontani e che lo univa al comandante “Renato” catturato da nazifascisti e piantonato da 4 guardie all’ospedale a Salò, ha partecipato con un piccolo commando alla liberazione di Renato ed è morto.

La vita l’hanno rischiata anche le donne che hanno murato in casa il corpo del ribelle per amore morto; ma è stata rischiata anche dagli uomini e dalle donne comuni che allora hanno protetto, difeso e accolto nelle povere case di montagna i partigiani e i renitenti e che in cambio hanno avuto altra violenza, la deportazione o peggio la morte, come per gli internati nei campi di concentramento tedeschi morti per stenti e privazioni.

Chi forse non rischia la vita ma rischia sicuramente la propria libertà è chi si oppone al potere costituito prendendosi un daspo urbano per avere interrotto una pubblica assemblea con a tema l’ennesima grande opera e le devastazioni del territorio connesse, come è successo per gli amici e le amiche no tav del Garda, come chi viene accusato di associazione a delinquere per avere creato una rete in solidarietà a chi è povero e non può permettersi una casa o come chi la libertà l’ha persa e oggi è in carcere accusato di terrorismo o associazione sovversiva.

Questi compagni e queste compagne, dalla Sardegna, da Torino o da Trento sono accusati di fatti che se paragonati alla Resistenza verrebbero esaltati come atti di sabotaggio. Sono accusati di avere creato spazi liberi di discussione e di libero movimento per gli emigranti o sono accusati di danneggiamenti contro la più grande fabbrica italiana che è l’esercito, contro la grande opera del Tav, contro l’università di Trento che invece di creare idee e vita crea sistemi di morte o contro una sede della lega, il partito più razzista e fascista che la storia repubblicana conosce e che non a caso boicotta apertamente questa giornata.

lo stato li chiama terroristi ma sappiamo chi è il vero terrorista.

Lo sappiamo e non lo diciamo solo come slogan ma lo diciamo convintamente. Chi utilizza le università per delle ricerche finalizzate a migliorare i sistemi gps e offensivi o tecnologie per la marina o la difesa sta creando tecnologie di morte e di terrore o chi devasta territori solo per interessi economici come deve essere definito?

Queste privazioni della libertà le vediamo applicate dalle stesse istituzioni “democratiche” che affibbiano provvedimenti senza che ci siano processi, in modo arbitrario, costruendo teoremi, e in questo vediamo chiaramente come l’idea fascista della società, basata sul controllo e sull’obbedienza anche nei nostri paesi è perpetrata contro chi pratica in modo diretto il dissenso. Non è un caso e ci deve fare riflettere, che buona parte di questi provvedimenti provengano dal codice Rocco approvato in piena era fascista e recapito in toto se non acuito durante la legislazione di emergenza degli anni ’70, in pineo allarme terrorismo.

Un po’ come accadeva per i provvedimenti fascisti di confino degli oppositori politici e non, o come i provvedimenti di libertà vigilata che ieri venivano affibbiati agli oppositori politici o a chi si opponeva alla dittatura e oggi viene data a chi è andato a respirare un’aria pura e di libertà come quella della rivoluzione curda.

E proprio parlando di questi odierni partigiani internazionalisti ci congediamo con le parole estratte dalla toccante lettera d’addio scritta da Lorenzo Orsetti, internazionalista fiorentino ucciso dall’Isis in Siria.

“Solo sconfiggendo l’individualismo e l’egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza, mai! Neppure per un attimo. Anche quanto tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l’uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, e di infonderla nei vostri compagni”. “E’ proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve. E ricordate che “ogni tempesta comincia con una goccia”. Cercate di essere voi quella goccia. Vi amo tutti, spero farete tesoro di queste parole”

E noi cerchiamo di esserla, il 25 Aprile e Sempre!

 

I Compagni e le Compagne