Archive for the ‘Memorie per il futuro’ Category

In continuità

martedì, Dicembre 6th, 2022

Dopo lo stucchevole e vuoto teatrino della campagna elettorale che ha visto i diversi schieramenti impegnati in un simulato scontro, si è arrivati all’insediamento del primo governo con le più profonde radici nell’estrema destra italiana, definito dai più sovranista e composto dall’unica opposizione e da due partiti che in questi anni sono sempre stati filogovernativi.

Sulle prime lo spauracchio fascista è stato agitato proprio da quei partiti, Pd in testa, che negli esecutivi “dei migliori” e di unità nazionale ha voluto, sostenuto e approvato le peggiori leggi incentrate sulla discriminazione, sulla segregazione e sull’obbedienza premiante proprio analoghe a quelle dei più noti anni del primo novecento.

Proseguendo, ciò che viene definito centro-sinistra, ossimoro nel merito ma perfetta etimologia dell’incesto perfetto, si è arroccato sulle solite posizioni autoreferenziali mostrando il trofeo delle “battaglie” sui diritti sociali e lasciando il corpo del morto fatto di lavoro, salute e libertà ben nascosto.

Analizzando quelle che possono essere considerate le differenze tra un prima e il dopo al di là del linguaggio diverso, per rispettare la forma non certo i contenuti, i due periodi appaiono in assoluta continuità.

Il disprezzo della vita umana oggi è caratterizzato dal lessico della prima nota ministeriale che parla di “carico residuale” riferito alle persone trattenute sulla nave e ieri è stato rappresentato dall’accordo siglato tra il ministro dell’interno italiano Minniti (Pd) e il Primo ministro libico Fayez al-Sarraj per la gestione dei flussi migratori e che già nel 2017 l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani lo ha giudicato “disumano”, avendo accertato che nei centri di detenzione per i migranti presenti in Libia (leggasi lager) si commettono ordinariamente atti di tortura e altre atrocità.

La continuità la possiamo udire nei venti di guerra provenienti da est, e la riscontriamo negli atteggiamenti di chi, ieri come oggi sempre tenendo in alto il vessillo della difesa della democrazia, senza alcun passaggio parlamentare approva l’invio di armi e munizionamenti ai nazionalisti ucraini.

È l’emergenza dicono, è la guerra, nulla di nuovo si dirà se non che questa pietas esplode di incoerenza e di ipocrisia nei confronti di chi le bombe in testa le prende dal 2014 senza avere alcun appoggio internazionale con la sola colpa di essere nel posto sbagliato e di chi oggi le prende meglio le riceve e che rischia nella quotidianità di essere vittima di questo fuoco “amico”.

Per questi pochi esempi, e se ne potrebbero fare molti di più, le ricette di questo governo cosiddetto di destra appaiono in perfetta continuità con i precedenti, pure per quelle misure emergenziali adottate durante il periodo pandemico, e che oggi lentamente vediamo assimilate dalla società.

Misure che oggi sono state completate con delle leggi ad-hoc per i renitenti e i resistenti, applicandole con la solita assenza di discrimine prima affibbiando reati associativi al sindacalismo di base e in ultimo, sulla base di un processo farsa, destinando al regime del 41bis l’anarchico Cospito colpevole di coerenza e dallo scorso ottobre in sciopero della fame per protestare contro quel regime volto all’annichilimento delle più alte pulsioni umane.

Il tintinnio della campanella della finta alternanza che riempie le orecchie, gli occhi, il cuore e la mente dell’homo democraticvs, soddisfatto nel voto avendo così svolto il proprio dovere di buon cittadino, non potrà mai essere sufficiente nelle vite di chi in quell’ora d’aria concessa fatica a trovare la propria boccata d’ossigeno.

La reazione lavora unita e compatta per annichilire qualsiasi forma di dissenso.

Loro in continuità con la repressione, noi come sempre per la Libertà.

A 20 anni dal G8 di Genova 3

sabato, Luglio 31st, 2021

Con questo terzo articolo concludiamo il breve percorso di racconto delle giornate del G8 di Genova e dopo avere ripercorso i fatti principali e le vicende giudiziarie che hanno coinvolto gli allora responsabili dell’”ordine” pubblico e le loro violenze pianificate  in questo articolo parleremo delle vicende che sono occorse ai manifestanti.

Gli scontri di quelle giornate portarono a numerosissimi fermi che spesso si risolsero in multe e sanzioni amministrative ma anche rimpatri forzati e che diedero il via anche a numerosi processi. Quello che più ha avuto eco mediatico è stato quello contro il cosiddetto blocco nero, o processo dei 25, in cui sono stati condannati in primo grado in 24 per un totale di 110 anni, 10 per il reato di devastazione e saccheggio, 13 per danneggiamento e 1 per lesioni. Pene poi riviste in secondo grado e in cassazione.

Sul reato di devastazione e saccheggio ci sarebbe molto da dire: previsto dal codice Rocco in piena epoca fascista e di tempi dove era necessario reprimere qualsiasi forma di dissenso e quasi mai utilizzato dal dopoguerra se non per rari casi negli anni sessanta, è stato rispolverato e applicato prima per punire chi aveva partecipato alla manifestazione organizzata a seguito della morte di Baleno (anarchico morto suicida)  poi proprio per il G8 per punire quei fenomeni di piazza.

Come tutti i reati e le misure che provengono direttamente dal codice Rocco, come la sorveglianza speciale o i fogli di via, anche questo si inserisce nel tentativo dello stato di seppellire sotto anni di isolamento o carcere qualsiasi forma di conflitto o di limitare preventivamente qualsiasi forma protesta pubblica.

Oggi quasi tutti i condannati per quei processi sono in libertà; tra i pochi che sono riusciti a sottrarsi al carcere c’è Vincenzo Vecchi rifugiatosi in Francia. Pochi mesi fa però è giunta anche per lui la richiesta di estradizione ma la Francia, come accaduto per altre situazioni, spinta anche dalle centinaia di mobilitazioni in tutto il territorio transalpino ha vietato l’estradizione e ha passato la palla della decisione alla Corte Europea, considerando la condanna inflitta dai tribunali italiani ingiusta e sproporzionata rispetto alla realtà dei fatti.

Meno bene invece sta andando a Luca che sta terminando di scontare la condanna per devastazione e saccheggio nel carcere di Cremona e che nei giorni del ventennale ha potuto sentire dalla sua cella la solidarietà di chi non l’ha certo dimenticato.

Le verità processuali hanno solo in parte accertato le violenze e come sempre accade quelle che più hanno fatto clamore sono state quelle compiute dai manifestanti. Troppo spesso si è taciuto sulle condanne della corte europea dei diritti dell’uomo all’Italia per le sospensioni delle libertà, per la gestione inumana e per le torture in piazza, nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto.

Oggi troppo spesso si parla di verità e giustizia, ma sappiamo benissimo che quella che può uscire da un tribunale può essere una giustizia che di giusto non ha nulla perché la vendetta rancorosa è stata il sentimento predominante di chi ha giudicato gli altri senza avere mai fatto i conti con le proprie responsabilità.

Quelle giornate sono state una delle pagine più buie di questo ventunesimo secolo che tante, troppe, analogie hanno con quelli che sono passati alla storia come anni di piombo dove a pagare caro sono state solo le vittime di quella strategia e i carnefici e i mandanti sono rimasti impuniti se non premiati per il loro operato.

A 20 anni di distanza sappiamo che quelle idee e quelle proteste sono davvero sempre più attuali e necessarie in questo mondo dove quell’idea di sviluppo capitalista proposta da quei vertici sta portando alla devastazione e al saccheggio delle nostre vite e dei nostri territori.

Da Genova ad oggi, in ogni caso nessun rimorso!

Valsabbin* Refrattar*

A 20 anni dal G8 di Genova 2

venerdì, Luglio 23rd, 2021

Prosegue con questo secondo scritto l’analisi e il racconto delle giornate di protesta e proposta contro del G8 svoltosi a Genova nel luglio del 2001.  A 20 anni di distanza da quei fatti ciò che troppo spesso resta nelle nostre memorie sono le violenze di quei giorni che hanno avuto il suo culmine con l’uccisione di Carlo Giuliani.

Il G8 di Genova ha per certi versi rappresentato un punto di svolta sia per le tecnologie utilizzate per “dissuadere” e contenere i manifestanti, ad esempio con l’uso di gas lacrimogeni normalmente utilizzati in teatri di guerra, che per gli episodi di violenza organizzati e le sospensioni ripetute e pianificate a tavolino delle libertà personali dagli allora vertici al comando nominati dall’allora governo Berlusconi.

La scelta di mandare a macellare i manifestanti nelle strade, come con i pacifisti con le mani dipinte di bianco alzate caricati a freddo, o nella scuola Diaz o i soprusi della caserma di Bolzaneto dove le forze dell’ordine picchiavano i fermati al coro di “un due tre, viva Pinochet, quattro cinque sei, a morte gli ebrei, sette otto nove, il negretto non commuove” hanno portato a processi con condanne oggi definitive, sia per chi ha ordinato quelle torture che per chi le ha eseguite ma anche per chi ha depistato le indagini successive.

La cosa che sorprende, ma neanche troppo, è vedere come le stesse persone condannate per quegli episodi siano negli anni state sempre promosse e abbiano potuto continuare a ricoprire dei posti di comando nella gestione della sicurezza nazionale.

Come Gilberto Caldarozzi allora numero due dello Sco (servizio centrale operativo, unità che coordina le squadre mobili delle questure italiane) condannato in via definitiva a tre anni e otto mesi per aver partecipato alla creazione di false prove, nel 2017 nominato vicedirettore della Dia, direzione investigativa antimafia.

O come Francesco Gratteri condannato per falso aggravato per l’irruzione alla scuola Diaz che oggi dichiara che fu ingannato e che non deve chiedere scusa, ingannato da chi e perché non è dato sapersi; o di Gianni de Gennaro capo della polizia durante il G8, per cui l’Italia è stata condannata dalla corte europea dei diritti dell’uomo per non avere impedito le torture, sempre promosso a posti di comando e sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri del governo Monti. Dal 2013 al 2020 è stato presidente dell’azienda Leonardo (ex Finmeccanica), fiore all’occhiello dell’industria della morte italiana.

Lo scorso novembre è stata approvata dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese e dal capo della Polizia Franco Gabrielli la promozione a vicequestori di due funzionari di polizia condannati in via definitiva per le false molotov alla scuola Diaz; molotov che hanno costituito l’alibi perfetto per l’irruzione di quegli sgherri e i successivi pestaggi indiscriminati.

Solo alcuni nomi che però ci indicano chiaramente come lo stato i suoi più fedeli e zelanti servitori li ha sempre premiati.

E se i processi hanno forse accertato solo una piccola, minuscola parte di verità, parziale e troppo spesso funzionale, da Genova ad oggi la presenza delle forze dell’ordine e la necessità di controllo preventivo, fatto passare come sicurezza, hanno sempre avuto maggiore peso nelle nostre vite e si sono acuite col periodo covid.

Abbiamo sotto gli occhi i video la spedizione punitiva dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere contro i detenuti che hanno osato rivoltarsi contro la gestione pendemica, che dovrebbero far sobbalzare anche il più convinto democratico o le cariche a freddo subite dai facchini in protesta recentemente passate alle cronache per la morte di Adil Belakhdim, delegato sindacale, investito da un camionista.

E possiamo chiedere che vengano approvati in sede parlamentare il reato di tortura o i numeri identificativi per le forze dell’ ordine ma senza avere chiaro che dare sempre maggiore spazio d’azione, impunità e potere a queste categorie in nome della sicurezza può avere solo l’effetto descritto da Benjamin Franklin padre fondatore degli Stati Uniti d’America, non certo un pericoloso manifestante: “Chi è pronto a dar via le proprie libertà fondamentali per comprarsi briciole di temporanea sicurezza non merita né la libertà né la sicurezza.”

E se della loro sicurezza poco ce ne facciamo della libertà ce ne occupiamo assai perché Genova come le rivolte carcerarie o come i pestaggi subiti dai facchini in sciopero hanno dimostrano come si possa continuare a parlare di casi isolati, di servitori infedeli o di mele marce che però se vengono continuamente promosse per il loro operato renderanno prima o poi necessario tagliare l’albero dalle sue radici.

E questa volontà di cambiamento è stata anima di quelle giornate e spirito della nostra quotidianità.

Al prossimo articolo.

 

A 20 anni dal G8 di Genova 1

sabato, Luglio 17th, 2021

A 20 anni dalle giornate di Genova, quando dal 19 al 22 luglio 2001 nel capoluogo ligure si riunirono i capi di governo degli 8 paesi più industrializzati per discutere del futuro del mondo, ci sembra giusto parlare di quei momenti raccontando ciò che fu, cercando di analizzare quell’esperienza e raccogliendo quella sorta di “eredità” e lo faremo in tre articoli approfondendo le connessioni tra allora e il periodo contingente, le violenze di quei giorni e quelle di oggi e cercando alcuni spunti per il futuro.

Tra i punti trattati nel vertice ufficiale ci fu la cancellazione del debito dei Paesi in via di sviluppo e la lotta alla povertà, lo squilibrio nelle conoscenze tecnologiche, l’ambiente, l’architettura finanziaria e la democratizzazione mondiale.

Parallelamente fu organizzato un contro vertice molto partecipato e numerosi cortei più o meno pacifici volti a interrompere o disturbare la tavola rotonda dei potenti asserragliati in un’area militarizzata chiamata zona rossa, la prima delle tante che poi si sono succedute.

Quelle giornate videro una delle mobilitazioni più importanti del ventunesimo secolo, organizzate da quello che fu allora chiamato movimento “no global”, semplificazione giornalistica per raggruppare le numerosissime voci che animarono quei cortei e quelle idee, che culminò con degli scontri molto pesanti, numerosissimi abusi e la morte del giovane Carlo Giuliani freddato con un colpo di pistola sul viso da un carabiniere.

A due decenni di distanza in un mondo stravolto rispetto ad allora ci sembra doveroso cominciare questa analisi dal tema forse più trasversale della lotta, quello del lavoro anche alla luce del periodo più o meno pandemico che stiamo attraversando e che ha evidenziato come il divario tra le classi subalterne e lavoratrici e i poteri economici e finanziari si sia ampliato.

Un enorme divario, un modello di società uscito dal vertice che ha avuto la sua quasi definitiva affermazione, tant’è che oggi vediamo aziende con dei bilanci pari o superiori a quelli di uno stato e vediamo quel tipo di organizzazione societaria traslato nelle nostre quotidianità.

Aziende come Amazon che ha chiuso il 2020 con un fatturato di 125,56 miliardi di dollari a livello mondiale, in Italia 1,1, miliardi ha imposto a livello globale  quel modello aziendale e sono numerose le analisi volte a fare emergere quella strategia aziendale volta alla trasformazione della forza lavoro a macchine, costantemente tracciate e monitorate affinché la produttività non scenda mai dai livelli “pianificati” forza lavoro che se improduttiva può essere semplicemente sostituita, scartata o rottamata.

Di fronte a queste sproporzioni tra la forza economica e finanziaria e quella lavoratrice, alla flessibilità lavorativa che quel vertice trattò e che oggi sappiamo essersi tradotta in precarietà e vite meno sicure, troviamo assolutamente attuali le tante riflessioni e proposte del controvertice che trattarono di un mondo più locale seppur interconnesso e di un mondo più lento e liberato dall’affanno dell’accumulo capitalista, temi che crediamo siano davvero centrali per il nostro presente e il nostro futuro.

A Genova in un mondo in forte evoluzione, anche se pre smart-life, questa idea di società interconnessa e funzionale al sistema economico fu pensata e pianificata da quelli che allora furono più o meno assediati in quella zona rossa che tante analogie col presente oggi ha.

Una zona invalicabile, controllata e difesa da cerberi armati che può/deve essere spazzata via in un secondo, con una scelta consapevole che il futuro e le nostre libertà sono ancora nelle nostre mani o, con amarezza, nel nostro portafogli.

La Bàla nelle prealpi bresciane: una tradizione da preservare

domenica, Dicembre 13th, 2020

Giocatori di Bàla, luglio 1937

Nei racconti popolari degli anziani del piccolo paese di montagna dove viviamo, associata ai momenti di festa che rompevano le ordinarie fatiche giornaliere, ha spesso fatto capolino la descrizione di festose giornate dove giovani e meno giovani si cimentavano nel gioco qua nel bresciano denominato della Bàla.

Le origini di questo fenomeno ludico arrivano ben oltre la memoria dei più anziani e la sua pratica accomuna molti piccoli centri abitati dell’arco alpino e appenninico.

Aldilà del nome (che evidentemente varia a seconda dei dialetti), e di alcune piccole varianti nelle regole pratiche , l’essenza del gioco è la stessa. Senza entrare troppo nei particolari, trattasi di uno “sport” di squadra, praticato nelle piazze o nelle vie interne di paese, che potrebbe figuratamente essere accostato ad una sorta di tennis popolare giocato a mani nude. Il numero dei partecipanti per squadra varia da tre a quattro membri a seconda dell’ampiezza del campo da gioco. La palla tamburello e la palla elastica, attività ludiche che in Liguria hanno una certa popolarità, possono essere considerati parenti della bàla. L’Eskupilota , un gioco molto simile, è nei Paesi Baschi, notoriamente gelosi delle proprie tradizioni, attualmente praticatissimo e assurto a sport nazionale .

Anticamente la palla da gioco era autoprodotta con il cuoio ottenuto dalle pelli animali, e visto lo scomposto ciottolato che lastricava le vie ,si poteva colpire praticamente solo di volo.

Nel presente la bàla è praticata utilizzando palline da tennis previamente private del “pelo” e l’ asfalto sulle strade permette di colpirle più facilmente anche dopo il primo balzo.

Negli ultimi decenni alle nostre latitudini, al pari di molte altre attività che hanno caratterizzato la vita popolare negli abitati di montagna, anche la bàla si è trovata a rischio estinzione.

Le piazze di paese, un tempo indiscutibilmente considerate come res populi, sono oramai divenute in primis spazio controllato dall’istituzione, e in secundis prolungamento della proprietà privata.

Oramai quasi un quinquennio orsono, uno sparuto gruppo di amici ha deciso di provare a rilanciare la bàla nel nostro abitato. L’antico gioco, a causa anche di un forte calo demografico, era in disuso totale

da una quindicina d’anni. Lo “slogan” con cui abbiamo cercato di dare spinta al progetto è stato “La Bàla la mör mai!” (dialettizzando e trasponendo il “punk never dies!”). I risultati sono andati oltre ogni aspettativa, con grande affluenza anche da paesi vicini dove, per diatribe legali con proprietari di case che si affacciano sui campi da gioco e ordinanze comunali, vige la proibizione di praticarlo.

Durante la buona stagione nel fine settimana, e oltre, la bàla è diventata momento di appuntamento fisso . In queste occasioni il paesello, strappato dalla desolazione di una piazza vuota, rivive fra le imprecazioni e le urla di giubilo di chi si è ritrovato a condividere il tempo e gli spazi genuinamente. “La Bàla la mör mai!” oltre che un folto gruppo spontaneo, negli anni si è pure trasformata in una sorta di brand impresso su vari capi di abbigliamento e gadgets, il tutto senza fini commerciali ma con lo scopo di accrescere coesione e identità nel nostro circuito.

Dal 2017 inoltre viene organizzato un partecipatissimo torneo di due giorni con oltre 20 squadre, che si trasforma in una sorta di ibrido fra una T.A.Z. e una sagra di paese.

Fortunatamente da noi la soddisfazione di rivedere l’abitato con vita è quasi unanime anche fra chi a bàla non ci gioca, ma ne gode sedendosi a guardare, o passando oltre scambiando qualche battuta, senza doversi confrontare con la sideralità di un paese senza paesani.

Ritrovarsi spontaneamente nelle piazze e dare vita ad una auto organizzata aggregazione, libera da ogni logica di consumo, risulta evidentemente poco compatibile con le evoluzioni sociali degli ultimi tempi . Le radici del distanziamento sociale, che ora viene apertamente caldeggiato e imposto, hanno origini ben più lontane della così chiamata crisi pandemica; sono da ricercare nel terreno dello sviluppo iper tecnologico del capitalismo, e sono diventate endemiche con l’introduzione dei socials e degli smart phones.

Attività che creano tessuto sociale autogestito, rifiutando di essere omologate , registrate e autorizzate sono in palese contrasto con le necessità di controllo delle istituzioni.

Lo sono ancor più con i desiderata del libero mercato che trasformando anche le relazioni sociali in mercimonio, auspicabilmente virtuale, spera di generare una platea di acritici e passivi consumatori. Ne consegue che in breve tempo ci si è dovuti confrontare con i tutori dell’ordine. L’operato di costoro nel monitorare e reprimere la nostra passione è stato zelante fin da subito. Gli episodi in cui abbiamo ricevuto visite non gradite si sono ovviamente moltiplicati e inaspriti con il sopraggiungere del distanziamento sociale per decreto.

I metodi di contrasto messi in campo sono gli stessi che vengono utilizzati (facendo le debite proporzioni) con ogni movimento fuori controllo.

Da una parte la mano tesa, per un bonario riassorbimento nel quadro della legalità, con richieste di costituzione di federazioni sportive e in alcuni casi la costruzione da parte delle istituzioni di campi artificiali, detti sferisteri. Dall’altra il bastone, con multe e denunce per chi si ostina a giocare nelle piazze interdette.

Purtroppo l’edizione di quest’anno del torneo è stata fermata dai birri senza possibilità di replica. Se precedentemente vi erano state delle multe individuali per occupazione di suolo pubblico, alle quali si poteva far fronte senza grossi problemi, quest’anno gli oramai incontabili DPCM hanno dato ai repressori strumenti più affilati. Tutti i presenti “acciuffabili” sono stati registrati e alcuni di noi, già poco simpatici alle divise per altre questioni, non troppo velatamente minacciati. Bonariamente ci hanno lasciato 10 minuti di tempo per rompere l’assembramento prima di procedere all’accertamento di fatti di “gravissima rilevanza penale” (cit.).

Ovviamente la criminalizzazione di un fenomeno ludico appare ai più fatto quantomeno grottesco, spingendo pure gli spiriti meno bollenti a fare qualche pensierino ribelle…….il che non è male.

Resta sentire condiviso fra i praticanti che l’ essenza stessa della bàla sia nelle piazze, e i campi artificiali edificati restano pressoché deserti (per intenderci il rapporto piazza/sferisterio per un giocatore di bàla può essere trasposto in neve fresca/neve artificiale per uno sciatore).

Un altro aspetto che riteniamo importante in questo nostro percorso è quello di far sentire una voce e uno spirito diversi nella difesa di una tradizione alpina. Ovviamente vi è notevole eterogeneità nelle sensibilità di chi si ritrova nelle piazze, ma l’aver portato il contributo di un approccio libertario, ha scalfito il monopolio di chi certe bandiere le fa proprie per trasformarle in meri cavalli di battaglia, al fine di ottenere gradimento politico e potere.

La volontà di andare avanti è forte e condivisa , non sarà facile arrestarla. Durante questi mesi invernali si discute già di come continuare a riempire le nostre piazze e alimentare il fuoco di questa passione.

Avanti così e la bàla la mör mìa.. quantomeno non prima di noi.