Archive for Febbraio, 2020

La storia scritta dalla politica

sabato, Febbraio 15th, 2020

Con questo sesto scritto concludiamo la prima serie di analisi riguardanti lo stretto rapporto esistente tra storia e memoria e delle loro mistificazioni in questi anni inserite nell’agenda politica e che si inquadrano nella riscrittura di un passato che sta compromettendo un futuro libero.

Oggi che il vento soffia nelle vele della propaganda dei partiti nazionalisti e identitari e la narrazione storica sta pian piano sostituendo delle verità con il ricordo e la memoria, si cominciano già a vedere alcuni dei risultati di questo processo.

La sostituzione di verità storiche con la memoria o il ricordo, porta alla commemorazione di alcune vittime, decontestualizzando le loro morti dalle cause, mistificandone i numeri ed equiparando episodi di violenza da una parte pianificati a tavolino e dall’altra contingentati in uno scenario di guerra.

Perché si può essere uniti nel momento ultimo della morte ma ciò non può in alcun modo cancellare le responsabilità che si hanno avuto in vita.

Tutto ciò è funzionale e finalizzato a dimenticare e edulcorare ciò che è stato il ventennio fascista e intorbidendo la memoria perché certe dinamiche tipiche di quegli anni anche oggi si stanno riproponendo.

La riabilitazione di ciò che è stato il regime fascista, dei suoi crimini e responsabilità, si collega con un aspetto odierno: la sempre più costante presenza delle forze armate nelle nostre quotidianità.

Dalle serie televisive spuntate come funghi nei palinsesti televisivi i cui protagonisti sono poliziotti, carabinieri o militari, alla presenza dell’industria bellica nell’economia fino alla presenza nei luoghi deputati all’istruzione, per la loro formazione nelle università o per il loro proselitismo nelle scuole.

Una presenza sempre più assidua anche nei nostri paesi e che abbiamo riscontrato in 2 fatti accaduti nei mesi scorsi: la presenza di un generale degli alpini a Odolo a parlare delle missioni di “pace” neologismo per nascondere la realtà, un neocolonialismo finalizzato alla predazione e la giornata di tesseramento della sezione paracadutisti di Idro le cui parole d’ordine “dio patria e famiglia” sono state riprese dal cappellano militare nell’omelia.
Parole pesantissime, definite come valori inscindibili, presi in prestito dalla peggiore e più becera propaganda e retorica nazionalista del regime fascista.

E questa loro presenza è assolutamente collegata con la riscrittura della storia.

Basti pensare che la gente se solo qualche anno fa avesse visto i militari nelle università, nelle scuole o nelle fabbriche, avrebbe immediatamente pensato a qualcosa di molto preoccupante per la democrazia.

Ma come è collegata?

Lo sdoganamento del regime fascista è lo sdoganamento anche del suo sistema valoriale, basato sull’obbedienza, sulla de-responsabilizzazione e sulla creazione di una identità fatta escludendo il diverso, dove diverso assume svariate accezioni.

Si può essere diversi per provenienza, lingua o dialetto, etnia, religione, appartenenza politica o più semplicemente il diverso è chi non si omologa.

Valori che riteniamo in parte essere condivisi dal sistema militare.

Cancellare il proprio passato, riscrivere una storia dove i criminali diventano le vittime, dove le colpe diventano meriti pone le basi per la promozione di precise politiche e strategie.

Politiche e strategie fatte per la difesa degli interessi economici sia interni che esterni ai confini nazionali, interessi che devono essere militarmente difesi.

E un dato di fatto, non un’opinione, che la spesa militare italiana stimata al ribasso sia pari a 76 milioni di euro al giorno, 28 miliardi di euro all’anno, pari a quasi 2 manovre economiche.

E che la Nato vorrebbe che questa salisse fino a raggiungere il 2% del Pil (oggi siamo all’1,15%).

Ed è altrettanto noto che le politiche di quei partiti che quotidianamente vomitano odio contro il “diverso” di turno accusato di rubare soldi e futuro agli “italiani” assolutamente non si sognano di chiedere i soldi dove ci sono.

E parallelamente non è un caso la sovrapposizione degli stati dove è presente un contingente militare italiano e la presenza degli interessi economici dell’Eni sia pressoché totale, per l’esattezza all’85%.

L’esaltazione della nazione, dell’identità nazionale porta da un lato a giustificare e dare un senso all’occupazione militare di territori liberi come avviene per le missioni di pace o di peace keeping perché spesso un inglesismo garantisce più appeal, e dall’altro all’accettazione di una gerarchia e di una sorta di intoccabilità della divisa indipendentemente dai comportamenti adottati.

E di fatto queste sono solo alcune delle conseguenze della riscrittura ella storica, perché oggi dovremmo sapere cos’è stato il colonialismo e cosa una società militarizzata ha prodotto.

Interessi nazionali da difendere e mettere davanti all’interesse globale o meglio universale, a maggior ragione oggi che le dinamiche sono internazionali,ci fanno dimenticare quella che è la realtà: i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi.

E allo stesso tempo sono la base per creare un esercito di schiavi, di omicidi e di martiri, martiri che vengono acriticamente commemorati.

Oggi l’umanità libera ha bisogno di spirito critico e di una sana disobbedienza, di conoscere bene la storia non di quella che sta scrivendo oggi la politica.

Valsabbin* Refrattar*

I conti col passato

giovedì, Febbraio 13th, 2020

Questo quinto articolo della rassegna Storia e Memoria è il frutto delle recenti riflessioni conseguenti al discorso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della commemorazione ufficiale del “giorno del ricordo”.

Nel suo breve intervento pronunciato al Quirinale lo scorso 9 febbraio, il presidente parla di quei fatti descrivendoli come “una sciagura nazionale” che colpì persone “colpevoli solo di essere italiane” augurandosi infine un “no al negazionismo militante”.

Un discorso in perfetta continuità con quelli dei suoi predecessori e in perfetta continuità negazionista delle cause, come se quelle storie, quei fatti, fossero cominciati l’8 settembre o il 25 aprile e non nei 25 anni precedenti, come se i criminali e i carnefici fossero solo i nazisti prima e i comunisti dopo e non gli italiani prima sabaudi e dopo fascisti.

Riteniamo che le sue parole siano la dimostrazione di come il nostro paese non abbia saputo ancora fare i conti con la propria storia e le proprie responsabilità.

Il “giorno del ricordo”, approvato nel 2004 e voluto dalle destre alleate al Governo Berlusconi II, è funzionale anche all’istituzione. Dividere le genti non è solo la base identitaria delle politiche nazionaliste ma è l’essenza che giustifica l’esistenza degli stati nazione e delle relative, strutture politiche e parlamentari espressione degli interessi delle élite economiche nazionali.

Ci chiediamo con quale faccia l’Italia possa recriminare una supposta pulizia etnica e come possa parlare di martiri con le mani grondanti del sangue delle genti oppresse in tutti gli stati che ha occupato militarmente.

È un’ipocrisia inaccettabile, uno schiaffo verso qualsiasi intenzione di pacificazione tra i popoli.

Pacificazione impossibile se il ricordo di quei fatti avviene commemorando solo i “propri” morti o le “proprie” sofferenze, perché la Slovenia avrà i suoi, la Croazia pure e ovviamente anche l’Italia, ma le cause di quei morti o di quelle sofferenze? Quali sono?

Prendiamo ad esempio un altro stato coinvolto nel turbine dell’inizio del ‘900 e della seconda guerra mondiale: la Germania.

La Germania al termine della guerra ha visto la propria nazione divisa e occupata dagli eserciti vincitori e, ha assistito all’emigrazione forzata delle popolazioni germanofone scacciate da quei territori prima sotto la propria giurisdizione.

Si stima furono circa 7.000.000 i tedeschi cacciati dopo il 10 maggio 1945 dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia e da molti altri paesi dell’est Europa di cui 1.200.000 morti a seguito di maltrattamenti, malattie e stenti.

Perché in Germania non hanno una giornata del ricordo? Perché non è in corso un processo così evidente di riscrittura della storia?

Molteplici ovviamente le motivazioni, ma una ci ha colpito e ci ha fatto riflettere. In Germania c’è stato un fatto che ha lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo: il processo di Norimberga.

Al processo più “famoso”, noto soprattutto per la messa alla sbarra dei gerarchi del III Reich, ne sono seguiti altri 12 in cui stati giudicati i crimini degli ingranaggi che hanno permesso al regime nazista di diventare la macchina mortale che è stata. Sono stati processati i burocrati, i medici, i giudici, i ministri e non ultimi anche i poteri economici tedeschi.

E senza avere nostalgie per manette, catene o celle chiuse a doppia mandata, anzi l’odio verso quel sistema repressivo rimane immutato, non possiamo non sottolineare come questi processi, che hanno coinvolto tutti gli strati della società tedesca, abbiano portato ad una condanna sia dal punto giuridico che civile ed abbiano permesso la presa di coscienza e l’ammissione collettiva delle proprie responsabilità.

In Italia invece?

In Italia pressoché nulla, non c’è stata un’assunzione di responsabilità collettiva, il sistema di comando di prima si è perfettamente riciclato nel nuovo regime democratico, gli ingranaggi non hanno subito alcun processo, né nei tribunali né in piazza; i prefetti nella maggior parte dei casi sono tornati negli uffici occupati prima del 25 aprile, i militari sono in pochi anni tornati ai propri posti di comando e i poteri economici che hanno prima finanziato la dittatura fascista e poi si sono arricchiti con l’industria bellica non sono stati assolutamente toccati ne messi in discussione, anzi nel primo dopoguerra si sono ulteriormente arricchiti sfruttando il boom economico e le sovvenzioni del piano Marshall.

Ed infine, le amnistie hanno concluso l’opera, da quella di Togliatti dopo poco più di un anno dalla fine della guerra all’ultima del 1966.

E questa differenza sostanziale tra quanto accaduto in Germania e quanto accaduto in Italia porta oggi a questi fenomeni di palese revisionismo, di mistificazione di quelle morti e quelle sofferenze e della loro utilizzazione per fini politici. E non possiamo non notare che questo non avviene solo da parte dei partiti di destra ma anche da parte di buona parte delle istituzioni.

Questa retorica sulle foibe e sul “giorno del ricordo” si inserisce nella rivalutazione più ampia del ventennio fascista e sono la degna conseguenza di questo fatto, perché un popolo senza memoria storica è un popolo che commetterà gli errori del passato.

Non è un caso se negli ultimi anni si assiste con sempre più frequenza a episodi revisionisti, come ad esempio la marcia carnevalesca in fez e camicia nera a Predappio in pellegrinaggio alla tomba del duce.

Gli errori del passato, riveduti e dimenticati, fanno oggi piangere nuovi martiri, creano nuove frazioni e fomentano nuovi odi che vanno nella direzione opposta alla pacificazione tra i popoli ma soprattutto creano nuovi soldati.

Un soldato che uccide o che obbliga all’esodo dalle proprie case lo fa perché armato, vestito, nutrito, curato ma soprattutto indottrinato, con un lento e subdolo lavoro che ribaltando le responsabilità riscrive una nuova storia, basato sul ricordo che cancella tutto, anche i conti col proprio passato.

Questi conti in sospeso col passato sono la causa delle tante sventure di questo presente e, se non terremo alta la guardia lo saranno del nostro futuro.

Al prossimo articolo. Valsabbin* Refrattar*

Ti aspettavamo qui

martedì, Febbraio 11th, 2020

“Ti Aspettavamo qui” è il nome dell’iniziativa organizzata dalla Fondazione “Il Vittoriale degli italiani” che riguarda l’accoglienza, all’interno del mausoleo dove è sepolto il Gabriele d’Annunzio, dei resti mortali di Riccardo Gigante, tra i 10 compagni di guerra scelti dal vate per circondare la sua urna.

Per la verità non si tratta della salma ma della falange di un dito, identificata grazie al Dna di un discendente di Gigante.

Oltre al piacere feticcio della sacra reliquia che ipotizziamo verrà venerata, che nel migliore dei casi andrebbe psicanalizzata “da uno bravo”, non possiamo non spendere due parole su chi è stato Riccardo Gigante e sul senso di questo avanspettacolo.

Gigante, legionario della prima ora partecipò alla “impresa” di Fiume e ne fu prima sindaco poi podestà per 25 anni. Da sindaco di Fiume appoggiò tutte le politiche di italianizzazione forzata dell’area, e dal 1941, sostenne l’invasione della Jugoslavia.

Preso dalle truppe di liberazione della Jugoslavia il 3 maggio 1945 fu fucilato a Castua.

Ti aspettavamo qui.

Queste parole le hanno pronunciate che genti rimaste ad aspettare le centinaia di uomini, donne e bambine massacrate dalle conseguenze delle parole e dalle politiche Gigante che in quel caso hanno armato le dita che hanno premuto sui grilletti, che hanno infoibato la gente innocente uccise dai fasciste o che le hanno rinchiuse dentro dei campi di sterminio.

E visto che le parole sono importanti quanto la memoria e la storia dobbiamo gridare che questa iniziativa è vergognosa per la sua strafottenza, la sua partigianeria e la sua pochezza.

Un revisionismo che cancella le colpe e esalta le gesta di chi, come Giagante, ha gettato le basi, se non appaggiato, omicidi, stupri e violenze.a.

Crediamo forse che ad aspettare quel pezzo di corpo, ben schierato nelle foto, ci sia solo chi con evidente ipocrisia vuole imporre una narrazione storica falsata e che sa benissimo che ne potrà trarre in qualche modo profitto.

Noi nel frattempo non possiamo fare altro che aspettare la verità!