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Una morte annunciata

venerdì, Aprile 14th, 2023

Ha avuto grande risalto la notizia della morte di Andrea Papi ventiseienne di Caldes in val di Sole che, uscito di casa lo scorso 5 aprile per una corsa in montagna, è stato trovato privo di vita con evidenti segni di aggressione e che poi l’autopsia ha confermato essere provocate da un orso.

Un dibattito serrato si è scatenato e tanti sono stati i pensieri e i commenti che ho potuto leggere in questi giorni e con questo scritto ho deciso di mettere nero su bianco, alcuni pensieri che già qualche anno fa avevo scritto ma che purtroppo non avevo reso pubblici.

Facendo un passo indietro l’orso e i grandi carnivori in generale sono stati da sempre un pericolo per le fragili comunità alpine che appena hanno avuto la possibilità, ad esempio con la diffusione delle armi da fuoco, hanno provveduto a mettersi al riparo dalla natura di questi carnivori.

Si stima che nell’intero arco alpino negli anni 60 del ‘900 ci fossero una quindicina di esemplari scesi poi a tre-quattro concentrati nell’area occidentale del trentino ad inizio degli anni 90.

La reintroduzione del più grande plantigrado europeo s’è concretizzata col progetto Life Ursus che tra il 1999-2002 ha permesso il rilascio di una decina di esemplari provenienti dalla Slovenia, sette femmine e tre maschi, con la pretesa di poterli gestire attraverso radio collari, anche negli anni, attestando poi la popolazione vitale tra i 40 e i 60 esemplari.

Esistono delle differenze tra l’orso sloveno e quello “storico” italico sia dal punto di vista fisiologico, il primo presenta dei letarghi più brevi e un tasso di riproduzione leggermente maggiore, che biologico probabilmente spazi maggiori e meno disturbo antropico, anche venatorio, hanno reso l’orso sloveno meno diffidente e più avvezzo al contatto con l’uomo di quello autoctono abituato all’avversione dei montanari.

Oggi l’orso è presente in molte valli della provincia di Trento e in altre delle province confinanti, ufficialmente censito intorno ai cento esemplari, solo qualche decina radiocollarati, ma più verosimilmente vicino ai 150 esemplari; un numero destinato a salire con i piccoli partoriti ad inizio anno e non ancora censiti. Numeri ben diversi da quelli inizialmente auspicati nel progetto.

La reintroduzione dell’orso è stata fin dal primo momento ammantata da una propaganda martellante con al centro le tematiche relative al ripristino di condizioni di naturalità e biodiversità dell’ecosistema montano trentino ma che mai sono riuscite a nascondere le reali intenzioni di sfruttare il volano di questo progetto a livello pubblicitario, turistico e commerciale; molti sono i loghi e i nomi di attività pubbliche e commerciali che si richiamano al progetto.

L’accettazione acritica e passiva del progetto life Ursus ha portato con sé l’esplicita accettazione della trasformazione della montagna in un parco giochi non urbano e l’accettazione che questa e i suoi abitanti siano destinati ad essere spettatori di questo scempio a favore di un turismo colonizzatore, mondano e giornaliero.

In una parola insostenibile, da tutti i punti di vista.

Negli anni purtroppo poche sono state le voci dissenzienti e fa riflettere come esista una spaccatura tra chi la montagna la vive nella quotidianità, per esigenze economiche o di vita e chi la vive nei fine settimana o nelle settimane bianche e nelle escursioni-selfie.

Fa riflettere come contro chi si è permesso di porre solo delle domande, o dei dubbi sul progetto si sia creato negli anni un asse tra la galassia ambientalista (termine a mio avviso vuoto di significato, tra l’altro vorrei vedere chi non si dichiara così) e anticaccia, ovviamente anti-specisti, e la provincia di Trento e gli enti pubblici collegati che nella sua scelta ha mostrato come l’apoteosi specista, con le sue pretese di ripristino di una naturalità artificiale, ha prodotto questo disastro.

L’eterogeneità dei fini si potrebbe dire, ma pure nei mezzi, ossia nell’assoluta e colposa inerzia e immobilità di fronte agli squilibri creati che hanno portato, de facto, alla perdita di controllo sul progetto e sugli animali.

La scelta specista di considerare degli animali selvatici animali da cortile, gestibili e direzionabili, che ha come prezioso alleato l’anti-specismo di pancia, ignorante, nel senso etimologico, dei meccanismi biologici che regolano un ecosistema in buona parte snaturato dall’intervento antropico che ha come unica soluzione, forse un po’ nichilista, il non fare nulla perché la natura si autoregola. Chiaramente anche dopo una tragica fatalità.

Il colpevole della morte di Andrea Papi non è certo l’orso, colpevole solo di essere un orso con la sua natura e i suoi istinti, ma come per tutte le degenerazioni ambientali il colpevole è l’uomo.

Per la verità le responsabilità della morte di Andrea Papi, come di tutti i danni e i ferimenti che hanno sconvolto la vita di numerose persone, sono chiare e sono da ricercare all’interno di quella cerchia politica che ha voluto, sostenuto, attuato e tutt’ora implementato quei folli progetti chiamati life ursus o wolfalps.

Mandanti morali si potrebbe dire, o responsabili come avrebbero detto quando la differenza tra vittime e colpevoli era molto più netta, e quando il concetto di violenza, di vita e di morte nella civiltà contadina che ci ha preceduto era molto più chiaro.

Oggi la violenza quando non diretta e manifesta attraverso delle aggressioni è evidente a scapito degli allevatori spaventati e dagli armenti, sbranati dai grandi carnivori, che stanno irrimediabilmente abbandonando i pascoli alpini, e senza il pascolo scompaiono le condizioni per la nidificazione di alcune specie autoctone come, ad esempio, la coturnice delle alpi, degli apicoltori che per preservare i propri alveari già fiaccati dalle malattie e dalla chimica devono creare dei fortini elettrificati, della fauna ittica distrutta dalla costruzione di laghi artificiali per le neve artificiale, e di tutte quelle specie animali e vegetali che non potendo essere impiegate come volano mediatico e pubblicitario sono sacrificabili e destinate ad una lenta morte.

Sto pensando anche ad una specie alloctona come il muflone, bestia sacrificabile per l’alimentazione dei carnivori immessi, che introdotta con piani provinciali, nel quadriennio 2018-2022 in Trentino ha visto la propria popolazione censita scesa da 720 a 161 esemplari a fronte di un aumento esponenziale dei lupi; lupi che nei vicini appennini, finiti gli animali selvatici, si sono avvicinati ai centri abitati predando senza remore qualsiasi animale domestico, cani in testa.

Se umanamente posso essere dispiaciuto per gli orsi e i lupi, che a mio avviso devono essere comunque eradicati, dall’altra so bene che questa scelta è oggi ancor più necessaria per la folle idea della montagna cartolina, della natura fatta di panorami, di rifugi sempre più resort di lusso, delle foto di lupi ululanti al chiaro di luna sull’Instagram e degli orsi Yoghi e Bubu birbanti rovistatori tra i cestini dei turisti in campeggio.

È una questione di autodifesa.

La natura e la montagna per come le conosco sono ben altro, sono tanto generose quanto spietate e lo sono già abbastanza senza che vengano introdotti elementi come l’orso o il lupo.

La soluzione ad oggi prospettata per dare una risposta alla morte di Andrea è la stessa impiegata per gestire qualsiasi problema, renderla emergenza che giustifica i peggiori divieti e le peggiori scelte.

Da un lato si stanno pensando a delle restrizioni e dei divieti di accesso alle aree di presenza dell’orso, quindi, in sintesi di rinunciare a vivere la montagna nella sua totalità, come già avviene in certe zone dell’Abruzzo che però ha una densità antropica decisamente diversa al trentino (o magari lo si potrà fare attraverso un green pass?), dall’altra giustificando la soppressione di prima 4, poi 3, poi 50 orsi per la loro pericolosità sociale che dal 5 aprile questi hanno acquisito.

Scelte che scatenano così una risposta di pancia da parte di chi non ha ancora compreso dove davvero stia la violenza e che rendono bene l’idea di quanto questi dilettanti allo sbaraglio non vogliano in alcun modo risolvere il problema e di come la loro violenta non violenza, del loro immobilismo, sia più pericolosa del ripristino di quelle condizioni che hanno garantito più serenità a chi di montagna e anche delle sue asperità vive.

In questo nulla resta il dramma di una famiglia, di una madre che in una lettera lucida e toccante, ha definito la morte di suo figlio “una morte annunciata”, una lettera che mi ha colpito e mi ha spinto a scrivere queste righe.

Per Andrea.

Foto: Willy Verginer – Sculture silenziose

Una questione che riguarda tutti/e

lunedì, Marzo 6th, 2023

Una questione fra stato di polizia e nostre vite.

 

PROLOGO

Nel corso degli anni con la giustificazione dell’emergenza gli strumenti repressivi dello stato sono diventati sempre più forti.

All’inizio applica a categorie più marginali per poi piano piano espandersi a tutta la società.

Come, ad esempio, il Daspo: prima applicato agli ultras, e poi usato anche per chi porta avanti lotte sindacali.

Con la stessa logica anche il 41 bis è stato prima pensato per i capi mafiosi e poi applicato a tutte le persone (“pesci piccoli”) sospette di poter avere legami con correnti mafiose ostili allo stato.

Il 41 bis è uno strumento che riduce le persone alla follia creando danni psichiatrici e alienazione totale.

Il silenzio generale ha permesso il radicarsi di questa forma medioevale di privazione sensoriale e della libertà umana, facendola estendere anche a militanti sociali come brigatisti e ora ad anarchici e supposti scafisti. Ma non finirà qui.

 

MA CHE C’ENTRO IO?

Il suo uso si sta espandendo: tecnicamente si può finire sepolti per un contatto sbagliato o per assurdo solo perché ci si distilla la grappa in casa.

Entrando in un mondo senza diritto, per uscirne, la questione diventa complicatissima se non impossibile, nonostante non ci siano prove di alcun tipo.

Invece che essere l’autorità a dimostrare la tua colpevolezza devi essere tu a dimostrare la tua innocenza. In una spirale di discrezionalità che lascia a chi comanda piede libero e libertà intimidatoria degna dei peggiori regimi.

 

CONTESTO STORICO

Stiamo vivendo un periodo di forte recessione dal quale l’Europa non ne uscirà meglio, anzi si è in vista di un costante peggioramento sociale ed economico. L’era del boom economico (finanziato dagli Usa in chiave anticomunista) è definitivamente superata.

Inoltre, come si è visto in epoca Covid, gli strumenti di controllo sono enormemente aumentati. In tutto ciò una piccola fetta di persone, già ricche in precedenza, sta diventando sempre più ricca (Benetton, Agnelli..) a scapito del più rapido impoverimento delle classi sociali medio e basse. La privatizzazione dei sistemi assistenziali e sanitari ne è un chiaro esempio.

 

PROSPETTIVE

Stiamo tutti tranquilli ora. Va tutto bene, finché non ci troveremo con l’acqua alla gola.

A questo punto teoricamente sale l’indignazione sociale e la rabbia, che nella storia ha funzionato sempre da limite a politiche di estrema privazione.

Il problema è che questa possibilità è ciò su cui il “sistema” si sta muovendo. Sta infatti preparando un apparato repressivo e di controllo che, alla minima minaccia, possa immediatamente attivarsi per contrastare ogni opposizione concreta. Svilendo per confondere, minacciando e reprimendo senza limite, ogni contenuto che tratti in maniera autonoma di giustizia e libertà.

Quando non si potrà più protestare, se non nell’urna elettorale o nella sezione commenti di un post, i governanti avranno piede libero e potranno, ad esempio, decidere disgraziatamente di lanciare una leva obbligatoria da mandare al macello. Quindi nessuno avrà più nè spazio nè la forza di opporsi concretamente senza rischiare di venir seppellito in carcere.

 

QUALCHE MEZZA DOMANDA, SPUNTI SUL 41BIS

Il 41 bis ha risolto la mafia? Le stragi in Italia chi le ha compiute? La strategia della tensione dice nulla? I servizi segreti dello stato veramente posso essere deviati? E la P2 dei cari personaggi famosi?

E ogni settimana si legge di infiltrazioni mafiose..

E cos’è la mafia, o meglio dire le mafie? E che rapporti hanno con lo stato?

La Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo è slegata dalla mafia?

Istituita da VII governo Andreotti, il famoso Andreotti, che mafioso lo era?

Al di là delle domande è chiaro che la mafia non è una cosa sola (come la massoneria). Ci sono le mafie. Potrebbe essere che quelle in sintonia con il potere non abbiano paura del 41 bis e magari potrebbero addirittura vederlo di buon occhio per mostrare una realtà distorta in cui il sistema è pulito e regolare.

 

CHI SE LO MERITA?

Chi deve scontare le pene dell’inferno fino a morire? Solo i “mafiosi”, gli “scafisti” e chi spara a dirigenti?

Oppure anche chi ha uno stuprato? Chi ha uno schiavizzato o torturato? Chi (come un mandante) ha fatto leggi che hanno avuto come conseguenza diretta numerose morti, sul lavoro, come in mare o in centri di detenzione libici? Chi specula e fa cadere autostrade? Chi ha deciso di mettere ordigni in mezzo alla gente comune e per uccidere il più possibile come Bologna o piazza Fontana?

Beh, in questi casi non c’è nessuno. E non c’è nemmeno mai stato chi ha sciolto famoso bambino, figlio di un mafioso, nell’acido, in quanto collaboratore protetto.

 

CHI C’È AL 41 BIS?

È un dato di fatto riscontrabile.

Persone che non possono o non vogliono collaborare.

I grandi capi di fazioni ostili allo stato (fatta esclusione di Toto Riina, in quanto mediaticamente irrecuperabile) non restano comunque al 41 bis, accettano le richieste e danno la collaborazione facendo qualche nome di basso profilo da mettere al proprio posto. Questi ultimi o non hanno nulla di utile da dire agli inquirenti o tutto da perdere parlando.

Credere all’etica della pena del 41 bis si può, ma è come credere al metodo giustizialista sanguinario di Robespierre, o credere che il Gulag sia stata una forma di difesa della libertà o ancora ritenere i campi di concentramento e di sterminio accettabili come forma emergenziale.

Così, in barba ad ogni supposto principio umano, come per il 41bis: “l’ importante è che ci finiscano le persone giuste”.

Credere che il 41 bis sia etico è credere che il male vada ripagato facendo ancora più male, senza alcun limite: diventa se analizzato bene un vezzo per giustificare il gusto di infierire su gente con già la croce addosso.

Possiamo considerare un mostro questo sistema che continua ad aumentare sanzioni, pene e divieti? Un mostro che farà tabula rasa di tutto ciò che non gradisce continuando a ingurgitare spazi di libertà fra le persone. E’ forse fantascienza?

Dal reprimere ferocemente il conflitto sociale al reprimere il confronto sociale il passo è brevissimo, e ci sono già le avvisaglie.

Pensate se i vostri “nemici” prendessero il potere con un tale sistema cosa potrebbe accadere.

 

MEMORIA

Qualche decennio fa con un sistema infinitamente meno repressivo nella vita reale si viveva peggio o meglio?

Chiedetevelo! E’ importante comprendere se questo continuo aumento di repressione ha migliorato o meno le nostre vite, oppure ci ha fatto diventare solamente più cupi e incattiviti.

Porsi queste domande è uno sforzo fondamentale per capire la direzione in cui stiamo andando.

Non serve richiamarsi a qualche stato scandinavo, che ha praticamente abolito il carcere per iniziare a pensare che bisogna invertire rotta all’interno del nostro modello culturale.

Le condizioni sociali generano la “criminalità” e non il contrario a meno che non giudichiamo criminalità lo stato in quanto tale.

La repressione è la cura dell’oppressore, la cura ai problemi che lui stesso genera. 

Una società senza abissali diseguaglianze, con rapporti comunitari diretti e umani previene la nascita di violenza cieca. Essa deriva solo dalla miseria culturale su cui il governo crea le basi della sua legittimazione.

Vogliamo vedere gente ridotta in miseria e arrestata per un pezzo di pane rubato in un supermercato? Vogliamo accettare in silenzio la nuova totalitaria accusa di terrorismo di piazza per chi protesta in maniera organizzata e risponde alla violenza dei celerini?  E’ questa la strada giusta?

 

COSPITO

Cospito nella sua partita è arrivato ad un punto focale: ha detto no a questa deriva orwelliana, preferendo lasciare la vita che vedersela tolta poco a poco.

Ha segnato, con il clamore della sua azione, che questa deriva esiste e si sta espandendo sempre di più.

Per questo riguarda chiunque. Perché le maglie della repressione e del controllo si stringe nella vita di ognuno, isolandolo. Perché economicamente stiamo sempre peggio e si fa sempre più fatica, e perché sarà sempre più difficile opporsi.

Si è sempre più soli e meno solidali con il prossimo.

 

Prendiamo atto da questa lotta!

 

Recuperiamo capacità di ritrovo non veicolato da strumenti di comunicazione di massa, ritroviamo forme libere di azione e confronto, scordiamoci del teatrino politico e stimoliamo forme di socialità diretta nei nostri contesti di vita.

 

Prima che sia troppo tardi.

 

Respira e cospira.

Atreyu:

Che cos’è questo Nulla?

 

Gmork:

È il vuoto che ci circonda. È la disperazione che distrugge il mondo. Ed io ho fatto in modo di aiutarlo!

 

Atreyu:

Ma perché?

 

Gmork:

Perché è più facile dominare chi non crede in niente.

 

LA LETTERA DI ALFREDO

sabato, Marzo 4th, 2023

LA LETTERA DI ALFREDO
La mia lotta contro il 41 bis è una lotta individuale da anarchico, non faccio e non ricevo ricatti. Semplicemente non posso vivere in un regime disumano come quello del 41 bis, dove non posso leggere liberamente quello che voglio, libri, giornali, periodici anarchici, riviste d’arte, scientifiche e di letteratura e storia.
L’unica possibilità che ho di uscire di qua è quella di rinnegare la mia anarchia e vendermi qualcuno da mettere al posto mio. Un regime dove non posso avere alcun contatto umano, dove non posso più vedere o accarezzare un filo d’erba o abbracciare una persona cara. Un regime dove lo foto dei tuoi genitori vengono sequestrate. Seppellito vivo in una tomba, in un luogo di morte. Porterò avanti la mia lotta fino alle estreme conseguenze, non per un “ricatto”, ma perché questa non è vita. Se l’obiettivo dello Stato italiano è quello di farmi “dissociare” dalle azioni degli/e anarchici/e fuori, sappia che io ricatti non ne subisco. Da buon anarchico credo che ognuno è responsabile delle proprie azioni, e da appartenente alla corrente anti-organizzazione, non mi sono mai “associato” ad alcuno e quindi non posso “dissociarmi” da alcuno. L’affinità è un’altra cosa.
Un anarchico/a coerente non prende le distanza da altri anarchici/e per opportunismo o convenienza. Ho sempre rivendicato con orgoglio le mie azioni (anche nei tribunali, per questo mi ritrovo qui) e mai criticato quelle degli altri compagni/e, tanto meno quindi in una situazione come quella in cui mi ritrovo.
Il più grande insulto per un anarchico/a è quello di essere accusato di dare o ricevere ordini. Quando ero al regime di alta sorveglianza avevo comunque la censura, e non ho mai spedito “pizzini”, ma articoli per giornali e riviste anarchiche. E soprattutto ero libero di ricevere libri e riviste e scrivere libri, leggere quello che volevo, insomma mi era permesso di evolvere, vivere.
Oggi sono pronto a morire per far conoscere al mondo cosa è veramente il 41 bis, 750 persone lo subiscono senza fiatare, mostrificati di continuo dai massmedia.
Ora tocca a me, mi avete prima mostrificato come il terrorista sanguinario, poi mi avete santificato come l’anarchico martire che si sacrifica per gli altri, adesso mostrificato di nuovo come capo della terribile “spectra”. Quando tutto sarà finito, non ho dubbi, portato sugli altari del martirio. Grazie, no, non ci sto, ai vostri sporchi giochetti politici non mi presto.
In realtà il vero problema dello Stato italiano è quello che non si venga a sapere tutti i diritti umani che vengono violati in questo regime, il 41 bis, in nome di una “sicurezza” per la quale sacrificare tutto.
Be’! Ci dovevate pensare prima di mettere un anarchico qui dentro, non so le reali motivazioni o le manovre politiche che ci sono dietro.
Il perché qualcuno mi abbia usato come “polpetta avvelenata” in questo regime.
Era abbastanza difficile non prevedere quali sarebbero state le mie reazioni davanti a questa “non vita”. Uno Stato quello italiano degno rappresentante di un’ipocrisia di un occidente che dà continue lezioni di “moralità” al resto del mondo. Il 41 bis ha dato lezioni repressive ben accolte da stati “democratici” come quello turco (i compagni/e curdi ne sanno qualcosa) e quello polacco.
Sono convinto che la mia morte porrà un intoppo a questo regime e che i 750 che lo subiscono da decenni possano vivere una vita degna di essere vissuta, qualunque cosa abbiano fatto.
Amo la vita, sono un uomo felice, non vorrei scambiare la mia vita con quella di un altro. E proprio perché la amo, non posso accettare questa non vita senza speranza.
Grazie compagni/e del vostro amore
Sempre per l’anarchia
Mai piegato
Alfredo Cospito

 

Legalità e Legittimità, il sinistro lato della sinistra

martedì, Gennaio 31st, 2023

Questo scritto vuole fornire un’analisi su quel pensiero di sinistra legato alla retorica costituzionalista e incarnato perfettamente dal Pd. Un percorso che dalle origini all’attualità è sempre più cambiato, diventando a tratti più conservatore della destra. Ora con l’emergere della critica, sollevata da Cospito, al 41bis nel discorso pubblico, questa degenerazione si vede sempre più chiaramente.

A fronte della sproporzione della pena, che nemmeno per gli autori materiali dell’attentato di Capaci è stato formulato questo capo d’accusa, pochissime sono state le voci critiche che si sono levate, al di fuori della galassia anarchica.

Ed è nell’assenza totale di critica da parte della sinistra istituzionale che si è evidenziata questa deriva.

Le origini della sinistra erano radicate nelle lotte sociali che vedevano nella legalità del tempo una fonte di ingiustizia e quindi non la ritenevano legittima, quantomeno in alcuni aspetti; basti pensare alle lotte per la casa e la terra, al concetto di potere oppressione e libertà e a tutti quei temi sociali che hanno alimentato diverse lotte a partire dalle origini dell’era moderna e contemporanea. Quello di sinistra era un pensiero critico caratterizzato da una tensione verso l’ordine stabilito legalmente.

Col tempo questo approccio è cambiato, man mano che da lotta diretta si è trasformata in ricerca del potere istituzionale tramite le delega. La difesa dello stato (prima visto con sospetto in odore di fascio) si è fatta lampante già nel caso di Tangentopoli e da Berlusconi in poi si è visto anche con l’emergenza Covid, nell’invocare repressione per chi non seguiva i dettami statali.

Si è iniziato da lì ad invocare le manette per gli avversari politici anziché la libertà per i “compagni”.

Unico argomento della sinistra istituzionale: difendere le leggi e chi le applica, con l’ipocrita benedizione della frase: “nate dalla resistenza”.

Quindi quello che è successo negli anni è che il focus della sinistra, che prima era centrato sulle condizioni sociali che stanno all’origine di certi comportamenti, è passato ad essere quello del rispetto assoluto dell’ordine stabilito, riconoscendo come legittima solo l’azione prevista dalla legge.

Che cos’è il dissenso se non si può separare il concetto di legalità da quello di legittimità? Quanta forza toglie alla possibilità di opporsi nelle lotte sociali questo pensiero?

Il cambiamento sociale ridotto ai modi previsti dalla legge, lo insegna la storia, svuota di legittimità l’azione e i movimenti, portando come conseguenza il mantenimento dello status quo e l’affermazione dell’autoritarismo nella società. Lo stato diventa autoreferenziale.

Ieri come oggi i ricchi hanno in mano il potere politico e statale, mentre le genti la capacità di opporsi inceppando il normale scorrere del tempo riappropriandosi della spontanea capacità di agire e organizzarsi. se questa possibilità viene tolta, con l’aumento della repressione e la retorica della fiducia totale nello stato, la tirannide ne è il risultato.

I rappresentati delle classi subalterne sono piacevolmente incastrati nel meccanismo lobbistico democratico e le loro genti, votando, credono di essere esse stesse attrici del potere politico statale. Senza vedersi in contrapposizione al potere perdono ogni “possibilità contrattuale” perché si credono fautori dello stesso.

Questa sinistra si aggrappa alla costituzione, rivendicandola come Stalin fece con la Rivoluzione d’ottobre, per poter alzarsi moralmente sulla sua controparte di destra, in una sfida a chi è più ligio all’ordine dell’altro. Trasformando il “giogo democratico” in una corsa verso lo stato di polizia.

E se una azienda fa migliaia di vittime queste poco valgono se era tutto a norma di legge, mentre se uno gambizza un lobbista responsabile di un possibile ritorno del nucleare dopo l’ennesima catastrofe nucleare (vedi Fukushima) è un abominio per cui la motivazione non merita nemmeno di essere presa in considerazione. Sale un atteggiamento di indignazione compiacente del sistema repressivo, democratico, che trasforma la sinistra nel primo giudice, di ciò che lei stessa era.

Forse manca il coraggio di capire da che parte stare, aldilà dell’ordine costituito. Manca forse quella lucidità nell’opinione pubblica democratica, come nei loro rappresentanti, che permette di capire cosa significhi il monopolio della violenza e riconoscere e dove sta la violenza nella società.

Se in un fiume in piena o negli argini che lo costringono.

Non stupisce quindi che un regime carcerario finalizzato a annichilire qualsiasi pulsione umana, considerato tortura anche da organismi internazionali, venga considerato democraticamente valido se non addirittura un pilastro della società dell’ordine democratico appunto, pilastro della destra ma anche della sinistra che lega legalità e legittimità in un abbraccio mortale.

“Nessuno” sente la puzza di un sistema marcio con “l’arresto” di Messina Denaro, “tutti” credono alla poetica e fantomatica della riabilitazione del carcerato, “nessuno” si sente preso per il culo, “nessuno” crede che il 41 bis sia una vendetta, una vigliaccata senza utilità.

L’importante è difendere le istituzioni che ci garantiscono la democrazia a costo di sacrificare qualsiasi libertà.

Traghettaci oh sinistra verso la nuova campagna di Russia!

“Compagni”! A noi!

 

Un sistema che fa acqua

sabato, Luglio 16th, 2022

San Nicolò Po (MN), il fiume Po in secca per la grave  siccità 2022-03-28

Sta destando preoccupazione la situazione idrica nel nord Italia, da settimane si rincorrono notizie sempre più catastrofiche legate alla siccità, ai record di temperature e alle conseguenze sull’agricoltura.

Dalla Marmolada, alle immagini del Po in secca e dei campi della pianura padana resi desertici fino al lago d’Idro considerato bacino artificiale da chi l’arsura di acqua l’ha nel dna una riflessione è indispensabile per uscire dalla retorica vittimistica imposta dal mainstream.

E la facciamo partendo da uno studio internazionale volto al calcolo di quella che è definita impronta idrica, ossia il consumo di acqua dolce da parte di una popolazione per produrre beni specifici, che attesta tra gli 11 e 15mila i litri di acqua necessari per produrre 1 Kg di carne contro i circa 360 Lt per produrre l’equivalente peso di verdure.

Un’enormità che ci deve far riflettere e prendere coscienza dell’assoluta insostenibilità del sistema, non solo perché a parità di consumi garantirebbe una produzione vegetale in grado di soddisfare il fabbisogno di una popolazione prossima a 8 miliardi (togliendo così la famigerata fame nel mondo), ma anche perché i costi non in etichetta li paghiamo comunque da un lato con i finanziamenti pubblici che sostengono e drogano il sistema e dall’altro dai costi che oggi sta pagando l’ambiente dove viviamo.

A fronte di una richiesta di acqua folle e non più supportata dalle precipitazioni la ricetta del mondo agricolo, per bocca del presidente nazionale Coldiretti, è fatta di nuove opere, di tanti invasi artificiali che garantirebbero riserve per i mesi più critici, sommando così al problema idrico quello della devastazione delle opere fatte su spinta emergenziale che andranno così ad aggravare piccole porzioni di un territorio già allo stremo delle forze.

Una visione, quella del mondo agricolo, miope sicuramente inficiata dalla ricerca del profitto e della massimizzazione della produzione, whatever it takes (ad ogni costo), in primis sulla pelle di animali costretti a vite violente, ma conformi alle norme europee sul benessere animale e in seconda battuta sulle nostre vite.

Piccolo inciso, si deve pensare che le norme sul “malessere animale” prevedono per gli allevamenti di polli da carne un massimo di 33 kg di animali per metro quadro (pochi cm quadri a capo) e per i suini di 160 Kg, prossimi alla macellazione, di condurre le loro esistenze in un metro quadro di spazio, mangiando e defecando praticamente uno contro l’altro; e la cosa che fa più arrabbiare è che gli allevatori nostrani le vorrebbero ancora meno stringenti.

Non una parola dal mondo agricolo riguardante lo spreco delle acque e della rete idrica che letteralmente fa acqua; l’Italia è tra le prime in Europa per lo spreco della risorsa, e si badi non si auspica la totale revisione di un sistema distributivo ormai privatizzato ma la blanda richiesta di ottimizzazione della risorsa acqua.

La quasi totalità delle coltivazioni cerealicole lombarde e in genere della totalità della pianura padana, è utilizzata per l’alimentazione animale, vacche da latte, bovini da ingrasso, suini e avicoli. In aggiunta ai diserbi, ai concimi chimici, alla meccanizzazione e alla quasi totale dipendenza da produzioni cerealicole e di soia estere che di fatto hanno mostrato quanta ipocrisia e falsità ci sia dietro al fantomatico “made in Italy”, abbiamo sempre più la convinzione che se venisse considerato l’impronta idrica e in generale l’impatto ecologico di questo sistema nella sua interezza dovrebbe essere fermato domani mattina, per la nostra salute e la salute dei nostri paesi.

Il sistema non fa acqua, ne richiede con sempre maggiore quantità per abbeverarsi con una voracità seconda solo a quella della guerra, i cui collegamenti magari li approfondiremo in un prossimo scritto.

È chiaro ed evidente, e pure auspicabile, che l’allevamento intensivo come lo conosciamo oggi debba finire e finirà, al pari di quelle professioni come il carbonaio o il lustrascarpe o marginali come il calzolaio o l’arrotino, e che oggi troviamo raccontate nei musei etnografici, grande lascito dei saperi e degli errori da non ripetere del passato.

Pernice Nera

Se Erdogan è un dittatore l’Italia è collaborazionista

sabato, Aprile 10th, 2021

Con le mani grondanti di sangue.

Hanno fatto molto clamore le parole pronunciate dal presidente del consiglio italiano pochi giorni fa a margine di una delle sue periodiche conferenze stampa.

Questo breve discorso, il cui estratto viene riportato fedelmente di seguito, ha scatenato subito le ire dell’amministrazione turca che ha convocato l’ambasciatore italiano e ha immediatamente attivato i principali media italiani, che subito si sono lanciati nel fomentare quel teatrino tipico della politica e dei giochi di palazzo che ha tutto l’interesse a non far emergere il reale significato dietro questo discorso.

“Non condivido assolutamente le posizione del presidente Erdogan, credo sia stato un comportamento inappropriato ,mi è dispiaciuto moltissimo per l’umiliazione che la presidente delle commissione europea Von der Leyen ha dovuto subire. (l’assenza di un posto dove sedere durante il loro ultimo incontro ndr)

La considerazione da fare, e forse l’ho già fatta in un’altra conferenza stampa, con questi diciamo, chiamiamoli per quello che sono dittatori, di cui però si ha bisogno per collaborare perché poi, uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute, di opinioni, di comportamenti,di visioni della società e deve essere anche pronto a collaborare a cooperare, più che collaborare cooperare per assicurare gli interessi del proprio paese. Questo è importante, bisogna trovare l’equilibrio giusto”

Analizzate queste parole capiamo immediatamente che non ci si trova innanzi al bambino che puntando il dito fa scoprire che il re è nudo, ma ci troviamo nella situazione in cui i registi di questo paese stanno gettando la maschera, veicolando il concetto che unisce in binomio, in un abbraccio mortale, le parole libertà e interessi economici. Siamo liberi e siamo utili fino a che siamo funzionali a questo sistema. Non si spiega come questo cinismo possa essere così sbandierato ed è per questo che di tutto il discorso venga dato eco solo alla parole dittatura e non alla vergogna di questa spregiudicatezza. E i media appecorati in questo intorbidire le acque sono maestri.

E inoltre, può esistere un equilibrio giusto tra l’accettazione di un regime dittatoriale e gli interessi economici? No, ovvio.

Quindi se Erdogan è il ditattore di uno stato dittatorato l’Italia per bocca del suo presidente del consiglio è chiaramente collaborazionista, certo rispettando le proprie diversità di vedute, di opinioni, di comportamenti,di visioni della società.

Collaborazionista è chi, pur conoscendo bene la caratura dei propri interlocutori e le assenze di libertà nei loro stati, tratta per le forniture di armi (non dimentichiamo le recenti forniture all’Egitto o all’Arabia Saudita), tratta per la tutela delle aziende italiane espatriate per sfruttare meglio la manodopera a basso costo o per pagare meno tasse, tratta perché la Turchia tenga bloccati nei propri lager i migranti siriani o afgani, ceceni o iracheni.

Tratta e tratterà sempre sulla pelle delle e dei giornalisti in carcere, delle torture inflitte ai prigionieri e di chi cerca di attraversare quel paese per cercare un futuro migliore in Europa. Tratta sugli anni di carcere degli oppositori politici o delle minoranze come i curdi o gli armeni sempre oggetto di feroce repressione.

E il governo “dei migliori” collaborazionista lo fa e lo dice per bocca del suo presidente, santificando così il concetto che vede gli interessi economici prima delle libertà e della salute, soldi unico e reale interesse nazionale che viene difeso.

Alla faccia di tutto il resto.

Valsabbin* Refrattar*

Video intervento: https://www.ansa.it/sito/videogallery/italia/2021/04/09/draghi-da-del-dittatore-a-erdogan-ecco-il-passaggio-che-ha-fatto-infuriare-ankara_7d0ad003-603e-410e-b9e6-a249694990fe.html

L’ammucchiata sediziosa

sabato, Febbraio 13th, 2021

Ebbene sì, è successo quello che solo qualche tempo fa si sarebbe potuto solo immaginare. I politici hanno trovato i 209 buoni motivi che li hanno fatto tornare amici e hanno creato il più grande governo che la storia moderna di questo paese ricorda.

Grande lavoro in questi giorni per il ministero della verità , lo smart working non li aiuta ma grande è la dedizione di questi eccezionali servitori del potere di turno.

Lo sanno, sarà difficile cancellare dalla memoria collettiva tutti gli attestati di stima che i politici in questi anni si sono scambiati. Ma sarà sicuramente un lavoro facile per i giornalisti italiani, che con la loro libertà, indipendenza e solerzia hanno collocato l’Italia al 41° posto nella classifica sulla libertà di stampa stilata da Reporter Without Borders.

Sarà facile per questi coprofagi che dopo l’ennesimo grande banchetto a base di culo di drago si stanno pure leccando i baffi in attesa della grande fatica. Indomito sarà lo sforzo e sarà fantastico leggere i loro mirabolanti voli pindarici per giustificare gli antichi screzi già cominciati con la sostituzione al grido di governo hunità hunità del vecchio grido di Honestà honestà..

Li vedo riportare le cronache di chi si chiamava psico nano o mafioso di Arcore, orango, Giggino il bibitaro o quelli del mai col partito di Bibbiano o di prima il nord diventato poi prima gli italiani e oggi prima gli europei.

Non sarà facile ma ce la faranno anche perché una cosa c’è da dire, quello che accomuna questa classe politica: sono indistintamente maestri a spartirsi soldi e potere.

Come faranno a farci credere che l’opposizione a questa accozzaglia orgiastica e incestuosa e quindi il futuro visto le lacrime e sangue che presumibilmente ci stanno aspettando, è rappresentata dai fratellini e dalle sorelline d’Italia, che in ordine hanno votato Ruby nipote di Mubarack, le manovre lacrime e sangue del governo Monti, il salva Italia, la legge Fornero (sì proprio lei), il fiscal compat e un’altra serie di mannaie calate non certo sui ricchi.

Una favola a lieto fine, incredibile se non fosse terribilmente vera…Ce la faranno abbiate fede. Ce la faranno come quando torneranno a chiedere il vostro voto.

Ecco pensateci bene, ma non adesso che siete ancora frastornati e eccitati/e da questa quintalata di carne aggrovigliata nei preliminari prima della grande spartizione, pensateci quando quella feccia chiederà il vostro voto, promettendovi mirabolanti riscatti, condizioni di vita migliori e tutte le sovranità che vi possono italicamente eccitare.

Pensateci perché non è una delega che può cambiare le cose ma solo il vostro impegno quotidiano. Alla prossime elezioni camminate, salite su una cima sarà l’occasione perfetta per respirare dell’aria sana e salubre che aiuta corpo e spirito perché è dalle montagne sono scese le migliori ventate di libertà.

 

Il nuovo decreto sicurezza 2: la questione migrante

martedì, Gennaio 5th, 2021

Prosegue con questo secondo scritto l’analisi del decreto legislativo 130/2020 dal titolo “Disposizioni urgenti in materia di immigrazione e sicurezza” approvato al senato lo scorso 18 dicembre dopo un lungo dibattimento che ha visto anche le classiche sceneggiate parlamentari tipiche del teatrino della politica e passato sotto il nome di nuovo decreto sicurezza.

In questo articolo concentreremo le valutazioni sulle norme riguardanti il tema immigrazione.

La loro analisi non può prescindere da una considerazione di fondo, fondamentale, che abbiamo già accennato nel precedente articolo. Questo nuovo decreto non va a scardinare l’impostazione voluta dalla destra che lega il tema immigrazione al tema sicurezza sdoganando così il legame migrante-criminale, ma la recepisce e la modifica in funzione della necessaria propaganda del momento.

Il tutto nel vacuo tentativo di rendere illegale e inumano ciò che è umano e naturale, migrare; nel 2019 dall’Italia sono emigrate 131mila persone, il 40% sotto i 35 anni. Numeri non confermati nel 2020, anno in cui gli spostamenti sono stati bloccati a causa del virus, ma che pensiamo possano riallinearsi appena ci si potrà nuovamente muovere, essendo presumibilmente mutate in peggio le cause che hanno portato a questo esodo.

Cosa differenzia questa umanità migrante da quella che proviene da altri paesi o che sta seguendo la rotta balcanica o cercando di attraversare il Mediterraneo?

Tanti aspetti differenziano questa umanità, ma uno è sostanziale: la prima si può spostare liberamente la seconda no, perché è priva o privata dei documenti, passaporti, visti e carte bollate, ed è su questo principio di legalità e su questa impalcatura burocratica che si fondano questi decreti e si formano le barriere impenetrabili e i drammi di chi, per necessità, si sposta. Non è difficile constatare come imprenditori pakistani, libici, afgani e provenienti dall’Africa possano tranquillamente arrivare in Europa su un comodo volo charter.

Analizzando gli articoli del decreto riscontriamo aspetti conflittuali con il precedente, per esempio è stato previsto il ripristino del rilascio del permesso di soggiorno per protezione speciale, cancellato col precedente, che amplia la platea di chi potrà richiederlo e che assieme agli altri permessi previsti potrà essere convertito in permesso di lavoro subordinato. Toglie dalle mani del questore il potere di discrezionalità nella valutazione dei “seri motivi” che possono portare al rifiuto o revoca del permesso di soggiorno, fatto salvo il rispetto degli obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano, indicando così che le questure non stessero seguendo questi obblighi?

Introduce inoltre la figura dei migranti climatici, importante valutazione concettuale, ma che denota una dissociazione dalla realtà che vuole l’emergenza climatica globale e non localizzata in determinate aree, generalmente a sud.

Viene ampliata la possibilità di vietare l’espulsione dal territorio italiano per quei migranti che rischiano di essere sottoposti a tortura o trattamento inumano e degradante nel proprio Paese, ed è un cortocircuito normativo che venga previsto questo divieto proprio in Italia dove, anche in mancanza di una legislazione sulla tortura o che ne limiti l’impunità, gli stessi trattamenti sono stati e vengano quotidianamente applicati dalle forze dell’ordine. Sarebbe interessante che ci spiegassero quale trattamento “umano” viene applicato in carcere.

Per quanto riguarda l’azione delle ong sono state cancellate le sanzioni amministrative e la confisca delle imbarcazioni previste dal precedente decreto, ma sono stati aggiunti dei paletti sulla possibilità di movimento in mare e sull’obbligo di concordare le operazioni di recupero con le autorità italiane, nel tentativo di riportare sotto un controllo stringente e sotto le logiche utilitaristiche l’azione di queste realtà che perseguono fini diversi.

Quindi analizzando gli articoli possiamo dire che le modifiche contenute nel testo, seppur agli occhi dei più parrebbero più umane, nella realtà risultano miopi e perfettamente nel solco tracciato da anni di politiche vergognose, non ci possiamo dimenticare i lager di Minniti in Libia. Uno specchietto per allodole per questi sinceri democratici che presi dalla frega per avere cancellato i decreti della destra (schizofrenia al pari dell’abolizione della povertà dei loro attuali alleati di governo) voltano lo sguardo a ciò che le loro politiche criminali hanno fatto.

Uno stillicidio di scempi e crimini, di violenze contro l’indole umana migrante, mai accettata come fatto naturale ma semplicemente ri-normata da questo decreto sicurezza.

Valsabbin* Refrattr*

Di cosa parlano i politici in tv?

lunedì, Gennaio 13th, 2020

Tendenzialmente, di risolvere i problemi. Ci siamo. Ma di quali problemi stanno parlando? Fame nel mondo, guerre ugualmente sparse in tutti i tempi, le foreste di un intero continente che bruciano, Trump bel signorone americano che decide di fare il cattivone, oppure i problemi quelli belli nostrani e classiconi, l’immigrazione, le tasse. Non so che altro. Belli profumati, belli carichi da battaglia, seduti su divanetti imbellettati al centro dei teleschermi. Guardiamoli bene! Non è importante quello che dicono, ma come! Come in ogni spazio di agonismo che sia la dialettica o il confronto estetico quel che conta è sfoggiare di più: fare la voce grossa, accaparrarsi lo stupore del pubblico. Salvini, al di sopra della sua impalcatura politica, è un personaggio; come lo sono tutti. Caricature tali e quali ai vecchi personaggi Disney del “topolino”. Paperone il riccone self-made con quel grado di modestia derivato dal sacrificio, Topolino il cittadino democratico carico d’impegno civile, Paperino, (sigh!) è lo sfortunato lettore. Chi scrive ricorda di quando Salvini appariva le prime volte nei teleschermi con quella felpona verde e il tono di voce di chi vuol far sul serio. Ah, perfetto! Con tutto questo odio per la politica, per i vitalizi, per questi politici “che si mangiano tutto” (odio indirezionato che riduce le cause del mondo a conflitti tra stati), l’uomo che sa interpretare quello che diciamo noi, che si esprime come noi davanti a questi uomini in cravatta che parlano di numeri e in modo complicato, è proprio quello che serve…

Ahi noi! Tra gli applausi sonanti del pubblico in aula, strisciano sussulti di approvazione nell’inconscio delle menti dei telespettatori incalliti dai discorsoni. La rabbia prende le forme di una signora in gran pugno, batte risposta senza esitare alle domande incerte del conduttore: la sua voce è dura, l’atteggiamento rabbioso. Sì, nel telespettatore italico medio la G. Meloni incarna il provocante ideale di donna dominante (sessualmente?)!

Abbiamo fatto un po’ di chiarezza. E diciamocele le cose?!

Parlano, e parlano, e si battagliano si sfidano urlano s’adirano fremono dibattono. Eppure, siamo sempre qui. Andiamo a lavorare e tiriamo baracca e pensiamo alle nostre vite. Che nel frattempo sono sempre più alienate, omologate (produci, consuma, ricicla! crepa!), standardizzate, atomizzate!

Chiusi nella nostra individualità ci rifugiamo negli alter-ego che costruiamo nel mondo virtuale dei social, sempre più interconnessi alla nostra identità. In essi ritroviamo il mondo che vogliamo vedere, con la nostra cerchia di relazioni inconsistenti.

Togliamo gli occhi dallo schermo, guardiamoci finalmente in faccia: ci siamo accorti di aver perso ogni autonomia?

Di cosa parlano i politici in tv? Di un bel niente, recitano.

Emigrazione: tra percezione e realtà

martedì, Maggio 14th, 2019

Alcuni dati statistici che definiscono un chiaro trend, ci hanno spinti a scrivere questo articolo che ha la sola pretesa di raccontare dal nostro punto di vista la situazione migratoria italiana

I primi dati considerati sono quelli elaborati dal centro studi Idos (organizzazione indipendente sponsorizzata tra gli altri da Unar, Caritas e Chiesa Valdese) che, nel 2017, ci dicono che se ne sono andati dall’Italia circa 285 mila cittadini.

È una cifra enorme e che si avvicina al record di emigrazione del dopoguerra, quello degli anni ‘50, quando a lasciare il Paese erano in media 294 mila Italiani l’anno.

L’altro dato è stato riportato dal direttore generale per gli Italiani all’Estero della Farnesina Luigi Maria Vignali, presentando il nuovo romanzo di Chiara Ingrao “Migrante per sempre”:

«Negli ultimi cinque o sei anni abbiamo registrato un aumento di oltre un milione di italiani negli schedari consolari», ha detto Vignali, ricordando che all’ISTAT «parlano di 115-120mila partenze all’anno».

E ha commentato: «Gli italiani che partono e che sono all’estero sono molti di più di quello che le cifre ufficiali non dicano».

Grazie ai vergognosi accordi stipulati dal governo italiano nella persona dell’ex ministro degli interni Minniti (Pd) e i vari Ras libici, che hanno portato alla creazione di veri e propri lager, gli “sbarchi” negli ultimi 2 anni sono crollati, attestandosi nel 2019 a 335 persone sbarcate al 15 marzo scorso (dati ministero degli interni).

Stime parlano di 700 mila o un milione di uomini e donne bloccati in Libia, in condizione inumane.

Una situazione che non può che metterci davanti alla realtà africana ma anche a quella italiana, di un paese che emigra e che, incapace di affrontare i propri problemi, preferisce cadere nella facile illusione che il problema sia sempre qualcun altro, sia esso l’Europa o gli altri emigranti.

Un paese che pian piano sta cadendo nella trappola della paura.

La paura che fa odiare il diverso, chi puzza come noi di fame, perché è facile e comodo prendersela con una famiglia Rom, come sta accadendo vergognosamente a Roma ed è facile seguire le campagne elettorali basate sul nulla ma condite dall’odio del diverso, che prendersela con chi queste situazione le crea se non favorisce.

E i fascisti di oggi e di allora sanno come cavalcare la paura del più debole, nella loro mediocrità sanno chi li protegge e contro chi possono andare.

Certo è molto più difficile prendersela con chi nella quotidianità sfrutta il nostro tempo chiedendoci di lavorare gratis con stage o tirocini o con stipendi da fame, chi ci fa morire sul lavoro o ci fa ammalare per risparmiare o meglio guadagnare di più, chi alla prima rata che salta ci sfratta e chi con i comportamenti clientelari e corrotti ci nega un futuro dignitoso e ci sta obbligando ad emigrare.

 

Non dimenticate che i vari fascisti o i leghisti quando vi trovate in queste situazioni di difficoltà non li troverete mai al vostro fianco.

Vi vogliamo invitare a chiedere a chi se n’è andato dall’Italia quali siano state le motivazioni che li hanno spinti a partire.

Noi l’abbiamo fatto e vi assicuriamo che tra le prime motivazioni, non c’è la paura del diverso, perché sanno benissimo che uscendo dai nostri paesi sono diventati loro stessi “diversi”.

Dei diversi con un grande potenziale umano da sviluppare e forse molto meno diversi di quanto una persona si possa sentire diversa qui da noi.

Chiedetelo e abbiate il coraggio di ammettere quanta mediocrità ci sia in certe scelte, scelte spesso fatte di compromessi, fatte di soldi in nero, di favori dati o ricevuti, di maggiore sicurezza a scapito della libertà e fatta di paura.

La paura che spinge a chiedere di essere protetti rafforzando i controlli delle frontiere respingendo barconi di disperati in mezzo al Mediterraneo o costruendo muri.

Perché non è alzando muri o inasprendo i controlli ai confini che si possono interrompere i flussi migratori, la gente non si è mai fermata e mai si fermerà.

Queste linee immaginarie tracciate su dei pezzi di carta chiamate confini non servono ad impedire all’umanità migrante di muoversi.

La “democratica” Ungheria di Orban ci deve essere di monito: appena è stata terminata la barriera che separa l’Ungheria dalla Serbia il parlamento ha approvato una legge speciale per innalzare le ore annue di straordinari obbligatorie da 250 a 400.

Dobbiamo davvero chiederci se quel muro, quella lunghissima rete, sia fatta per rendere impossibile l’entrata o l’uscita dall’Ungheria.

Pezzi delle nostre vite, dei nostri affetti e del nostro presente se ne stanno andando alla ricerca di un futuro fatto di dignità, uguaglianza e libertà e tanti altri pezzi di altre vite stanno arrivando intrecciando le nostre.

E noi tra questa umanità migrante e chi cade nella trappola della paura, sappiamo davvero da che parte stare.

 

Con Rabbia Valsabbin* Refrattar*