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Armi di distrazione di massa

lunedì, Aprile 6th, 2020

A poco più di 2 mesi dalla comparsa del virus in Italia è forse giunto il tempo di fare un primo bilancio.

In 25 anni di governi regionali di destra, dal 1995 con Formigoni e poi con Maroni ed ora Fontana, gli ultimi 2 in quota lega, abbiamo assistito al fiorire della sanità privata a scapito della pubblica e dalla pubblicizzazione del sistema sanitario lombardo definito come eccellenza italiana.

Eccellenza che spolpata di tecnologie e competenze in questi giorni di virus ha seriamente rischiato il collasso, evitato grazie sacrificio del personale sanitario, peraltro già martoriato precedentemente da tagli e precariato.

Un sistema che ha comunque avuto dei buchi neri nel controllo della diffusione del virus, come nel caso delle Rsa e delle strutture che accolgono anziani, lasciate in balia di se stesse fin dai primi giorni, quando già era chiaro che il virus aveva un’incidenza maggiore sugli anziani. Senza dpi, istruzioni e tamponi in molte strutture è accaduto il peggio, come nel caso della Rsa di Quinzano d’Oglio (Bs) dove si sono contati 33 morti sulle 80 persone ospitate.

Tamponi che anche nelle Rsa della Valle sabbia sono stati effettuati solo nei primi giorni di aprile.

Il sistema sanitario lombardo che ha dato risposte diverse rispetto ad altre regioni, come il Veneto o l’Emilia e che già oggi i primi studi dimostrano che come l’isolamento forzato e l’ospedalizzazione anziché la prevenzione attraverso tamponi abbiano avuto effetti negativi sia dal punto di vista umano che economico.

E di fronte a queste responsabilità, a cosa stiamo assistendo?

Assistiamo con l’abilità tipica di chi ha fatto della politica una professione da un lato allo spostamento delle colpe della diffusione del virus da una dimensione collettiva a una personale, droni inseguono i runner in città e il focus è incentrato su chi esce di casa senza un motivo apparente e non su Confindustria che fin da subito ha insistito e ottenuto, che le attività produttive non si fermassero. O che nell’elenco delle aziende definite strategiche rientrasse la Leonardo che, il 29 marzo, ha riaperto la fabbrica di Cameri dove vengono prodotti i caccia militari F35.

E dall’altro lato vediamo profilarsi all’orizzonte il nuovo nemico da odiare verso cui incanalare tutto il malessere in questi anni accumulato e che in questi giorni di reclusione si è acuito.

Dopo i terroni e i negri è giunta l’ora dell’Europa, crudele entità che gode nel vederci soffrire e che nemmeno di fronte a questa emergenza non fa nulla per aiutarci. E gli stessi oggi attaccano e che minacciano di uscire dall’Europa sono gli stessi che da decenni siedono nei banchi di quel parlamento e che prendendo mensilmente lo stipendio hanno saputo solo collezionare il maggiore numero di assenze nelle riunione e nelle commissioni dove vengono discusse le sorti anche del’Italia. Un’ipocrisia fin troppo evidente.

E non che la loro controparte politica abbia fatto meglio. Negli occhi abbiamo ancora la manifestazione pro tav di Torino e nelle nostre memoria le politiche liberiste della sinistra. Una sequela di provvedimenti per dirottare risorse dalla salute ad un sistema partitico e economico malato.

I migranti, i diversi, l’Europa o un supposto benessere collettivo sono lo specchietto per le allodole utilizzati per sviare l’attenzione dalle reali cause e dalle responsabilità dei problemi che affliggono la società e col fine di lasciare inalterato lo status quo al comando.

E quindi, guidati da chi in questi anni ha portato a questa situazione non ci resta che, nei quotidiani due minuti di odio, odiare con forza lo spauracchio di turno e oggi accettare passivamente di stare chiusi in casa o di contagiarsi in fabbrica, distratti dalla peggiore arma di distrazione di massa, la politica.

Valsabbin* Refrettar*

 

La neolingua bellica

venerdì, Aprile 3rd, 2020

In questi giorni abbiamo assistito all’affermarsi di un lessico militarista che grazie all’emergenza sta facendo passare, con linguaggio di orwelliana memoria,  una pandemia per guerra, le persone vengono chiamate nei media alla disciplina militare come “soldati” o “spie” e il personale sanitario definito come truppe di prima linea contro l’invasore straniero, impegnate in questa battaglia che combatte, non l’umanità intera, ma la nazione per trovare il proprio riscatto.

In effetti un parallelo medico-soldato si può fare da questo punto di vista: l’impreparazione. l’Italia ha intrapreso guerre sempre male equipaggiata e sacrificando senza pietà quelli che chiama suoi figli.

Così, oggi come ieri, chiamano eroi chi mandano al sacrificio zittendo così spunti critici fastidiosi. Pensiamo che queste situazioni siano causate dall’aver tolto alla sanità i fondi in funzione di altri interessi, soprattutto privati (militari, grandi opere, industriali,autostrade, ecc) e ciò avvenuto mentre tutti puntavano il dito su 4 barconi. Non siamo tutti un po’ responsabili? Non è ora di cambiare mentalità?

Parallelamente l’esercito vero e proprio è dispiegato ovunque con compiti di polizia e così, per dare un senso allo sperpero di denaro nel campo militare, i media li passano come costruttori di ospedali, nonché medici. Non era meglio qualche militare (e aereo) in meno e qualche vero medico e ospedale (e non da campo) in piu? Per portare le bare serviva proprio l’esercito o serviva solo per creare il phatos nazionalista e attraverso le immagini gistificazionalista? Tutto ciò vale veramente la pena? Mentre ci poniamo queste domante dobbiamo tenere presente che i militari sono dispiegati anche per evitare che la gente (affamata) rubi nei supermercati.. Con denuncie, violenze ed arresti.

“ci avete insegnato a memoria contro la gente che ruba il pane, ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame”.

E appunto, collegato anche a questi furti, abbiamo letto di possibili rivolte al sud Italia,fomentate a loro dire da misteriose forze antagoniste, un pò come è accaduto per le carceri. Puntando così il dito su un capro espiatorio (anche fantasioso) piuttosto che criticare la realtà che queste situazione genera.

Un capro espiatorio che ormai non si rispecchia più nel migrante ma si ritrova più spesso in chi non si omologa e di fronte a queste ingiustizie si ribella, tra l’altro senza mettere in pericolo la salute gli altri (come invece fa chi tiene aperte le fabbriche).

Per chiudere , è evidente pensare che con l’economia ferma (a livello mondiale) e col settore primario senza i suoi schiavi da sfruttare, nei prossimi mesi si assisterà a un aumento dei prezzi dei beni di prima necessità nonché del debito pubblico. I cui costi saranno presumibilmente sulle spalle di chi sopravvive “tirando un po’la cinghia”.

E le forze armate così sdoganante sono pronte, perché il malessere, il malcontento aumenterà e la repressione sarà necessaria. In questo scenario abbiamo assistito forse alla preparazione del loro campo di battaglia con la militarizzazione del linguaggio, dei luoghi e delle nostre azioni.

E il tutto è anticipato dall’uso dilagante di questa neolingua bellica.

Rifiutiamo il linguaggio militarista, ripensiamo il presente:

“E’ una pandemia, non è una guerra.

Siamo persone non siamo soldati.

Siamo consapevoli non siamo obbedienti.

Siamo solidali non centra niente la patria”

 

Valsabbin* Refrattar*

Per colpa di chi?

domenica, Marzo 22nd, 2020

In questi giorni stiamo sperimentando la reclusione e per certi versi l’annullamento delle libertà costituzionali.

Connessi ai cellulari e ai computer sopportiamo l’isolamento altrimenti impossibile delle nostre vite, aggrappandoci ai contatti virtuali, luoghi dove il bombardamento mediatico è incessante e l’imperativo al bene comune recita di “stare a casa”. Luoghi dove uscire solo per esigenze connesse ristrette ai beni essenziali connessi alla sopravvivenza fisica e a quelli del sistema economico: produrre e consumare.

Ad oggi la letalità del virus (riferendoci e prendendo per veri i dati ufficiali dell’Istituto superiore della sanità) è molto ma molto più alta di tutti gli altri stati dove il virus è comparso. Più che doppia rispetto alla Cina. Numeri utili per giustificare il clima

E questo è sicuramente un dato preliminare ma che già ci permette di fare dei ragionamenti. Senza tornare al tema dell’inquinamento ambientale che caratterizza la pianura padana e che ha presumibilmente reso i nostri apparati respiratori più sensibili, pensiamo a chi ha permesso la diffusione del virus.

Senza essere cospirazionisti, pensiamo ai militari americani (20 o 30 mila) sbarcati in Europa a inizio mese per l’operazione della Nato Defender Europe 20, annullata solo pochi giorni fa. Militari che però sono stati liberi di muoversi, a differenza nostra, senza comunicare l’uso dei dpi adottati o di altri sistemi atti a contenere il contagio. Ma non solo a loro ci riferiamo.

Il virus che è stato diffuso in queste settimane dalla mancata chiusura delle fabbriche e dei posti di lavoro. Chiusura fin da subito osteggiata da Confindustria che connota l’atteggiamento di sempre di mettere il profitto davanti a qualsiasi sicurezza dei lavoratori, persino alla loro vita.

Ma non solo, i lavori del cantiere del TAV della linea Brescia Verona fino all’altro ieri sono proseguiti come da programmi, con decine di lavoratori impegnati. Sono state queste le priorità del governo per contenere il virus?

Parallelamente assistiamo a una campagna di colpevolizzazione e di criminalizzazione di chi oggi non si omologa al coro del “restiamo a casa” che “andrà tutto bene”.

Si colpevolizza il singolo cittadino accusandolo, coi suoi comportamenti, di mettere a repentaglio la salute pubblica. E ciò viene fatto anche per distogliere l’attenzione dalle colpe reali di chi questa crisi non l’ha limitata, chiudendo immediatamente i luoghi di lavoro e nemmeno prevenuta in questi anni in cui il sistema sanitario è stato devastato e saccheggiato.

Devastato esternalizzando servizi, precarizzando il lavoro e non reintegrando i professionisti, medici e infermieri in uscita e saccheggiato di molti miliardi di euro, dirottati ad altri comparti strategici, come le grandi opere o la difesa.

E questa colpevolizzazione porta oggi a episodi di delazione strillata sui social, fatta da chi da casa denuncia e diffama chi esce. E non è un’invenzione ma è una realtà documentata anche da recenti articoli comparsi sulla stampa trentina.

E in questa situazione, degna di uno scritto orwelliano, dove le colpe sono invertite, la ricerca dell’untore serve a sviare l’attenzione su chi oggi sta liberamente circolando favorendo sicuramente la diffusione del virus.

E parallelamente l’inversione delle colpe è finalizzata allo sdoganamento del controllo sociale; non citiamo neanche l’estrapolazione dei dati sensibili dai nostri telefoni, tipo la geo localizzazione, citiamo però un’altra notizia fresca fresca: l’Enac (Ente nazionale per l’aviazione civile) ha consentito l’utilizzo dei droni per il monitoraggio dei movimenti delle persone in strada.

Un quadro sconfortante che rende ben evidente la considerazione che nel nome dell’unità nazionale, del fantomatico stare tutti sotto la stessa bandiera, quindi obbedire, non stiamo mettendo in pericolo solo la nostra salute ma stiamo mettendo in gioco le nostre libertà.

Non dimentichiamocelo.

Valsabbin* Refrattr*

Il virus della paura

domenica, Marzo 15th, 2020

Sono questi giorni intensi dal punto di vista emotivo, costretti all’interno delle nostre case dai decreti ma collegati all’esterno grazie ai media e ai social, stiamo cercando di fare chiarezza su questa situazione legata al diffondersi del virus.

Aggrappati ai contatti virtuali, gli unici concessi in tempi di beni essenziali, riceviamo continue informazioni.

Dalla tv e dai social è una continua condivisione di dati e statistiche, di pareri di esperti opinionisti e politici, di rassicurazioni e raccomandazioni, di obblighi, divieti e allarmi.

È, come sempre, un abbondare di notizie e chiacchiere in cui la verità si disperde sullo sfondo di un clima catastrofico.

E ed è per certi versi frustante, per noi che abbiamo fatto del dubbio nei confronti dell’informazione mainstream una verità, prendere atto che forse una parte di quelle notizie possano essere vere. Intendiamoci, una parte, non tutte.

E quindi, razionalmente, abbiamo approfondito quelli che sono i dati più certi e attendibili, cercando di esprimere un giudizio il più informato possibile, ma in questo lavoro ci siano resi conto che stavamo valutando dei dati asettici senza renderci conto che questi derivano da delle cause e che di queste sono delle conseguenze.

E così le abbiamo indagate cercando i fattori che non possono essere esclusi nella valutazione delle cause di diffusione del virus. Per esempio, la maggiore sensibilità a una malattia respiratoria può essere sovrapposta alla conduzione della propria esistenza nella zona con l’aria più inquinata a livello europeo (la pianura padana) o nell’area in cui c’è la più alta concentrazione di allevamenti intensivi al mondo, dopo Israele.

Ma ovviamente, per ora, sono tutte supposizioni, magari con un fondamento, magari no, e che ci auspichiamo possano essere approfondite, studiate e confermate. Se non altro per porvi rimedio.

Ma anche facendo queste speculazioni, ci siamo resi conto di essere parte di un coro, di un insieme colpito e affondato dalle bombe chimiche sparate dagli schermi televisivi.

E occupati dal primo virus ci siamo resi conto che questa guerra batteriologica ne sta inoculando un altro, ben più aggressivo, ben peggiore dell’ebola o del coronavirus, quello della paura.

La paura è il peggior male che ci può colpire perché provoca l’irrazionalità e che sta finendo per snaturare quello che siamo: uomini e donne liberi/e e uguali.

La paura del virus è la stessa che è stata fomentata in questi anni da molti partiti che l’hanno considerata elemento base della loro propaganda.

Inizialmente, almeno in tempi recenti, verso i meridionali, e per molti qui al nord non è certo sopita, e poi verso chi ha la pelle qualche tonalità più scura della media italiana. Genti accusate di non lavarsi, di rubare soldi o lavoro e anche di essere clandestini, ovviamente grazie a delle leggi fatte ad hoc.

E oggi?

Oggi che l’italiano è l’appestato da evitare e che dalle frontiere è scacciato, forse ci si può rende conto di cosa possa voler dire migrare o non avere i documenti in regola. Chi lavora all’estero o anche in qualche città italiana ora si rende conto di quanto pochi chilometri lontani dai propri affetti possano sembrare distanze incolmabili. È un sentimento di empatia che da solo dovrebbe riuscire ad abbattere i muri che oggi, dei pazzi, continuano a voler costruire ai confini nazionali.

La paura che, alla notizia dell’estensione della zona rossa in tutta la Lombardia, ha spinto tanti meridionali e non a prendere d’assalto i treni per fuggire dai nordici untori. È evidente costatare come di fronte al pericolo più o meno reale di morte tendiamo a fuggire per cercare un futuro migliore; un po’ come i migranti no?

La stessa paura che ha spinto masse di disorientati a fare incetta di beni di prima necessità, cibo e acqua, medicinali e mascherine manco fossimo in uno scenario post apocalittico con zombie mangia cervello. Anche perché, con i cervelli che ci sono in giro, durerebbero comunque poco…

Questi comportamenti dettati dalla paura, ci devono fare riflettere, da un lato per trovare la serenità e la forza d’animo, perché passeremo davvero anche questa, anche se, senza cambiare radicalmente l’approccio e lo stile di vita, saremo costretti un giorno o l’altro a rivivere queste situazioni, e dall’altro perché la paura è un sentimento veicolabile che ci frega e ci fa prendere scelte avventate e i politici e i militari lo sa bene.

E oggi quali anticorpi abbiamo per difenderci o meglio sconfiggere questo virus?

Oggi presi dal desiderio di sopravvivenza o sopraffazione, stiamo perdendo pian piano libertà e l’umanità, due aspetti che forse danno un reale valore alla nostra vita e che possono essere il disinfettante a questa infezione virale.

Quindi non facciamoci fregare, coltiviamo il dubbio, restiamo umani perché solo così forse saremo davvero immuni e liberi. Perché se c’è una cosa certa è che ad oggi ha ucciso molto di più la paura che tutti virus messi assieme.

Valsabbin* Refrattar*

Andrà tutto bene

giovedì, Marzo 12th, 2020

In questi giorni di coronavirus e di reclusione domestica è aumentato il tempo per pensare e quindi non possiamo esimerci dal proporvi una nostra riflessione, partendo dall’hashtag divenuto virale in questi giorni “Andrà tutto bene” a cui Noi aggiungiamo: certo, ma a quale normalità vogliamo tornare?

Alla normalità che in questi anni ha visto il sistema sanitario spolpato da interessi personali e dai finanziamenti a favore delle cliniche private. Finanziamenti che oggi hanno come risultato che i costi di gestione e di ricerca del virus siano a carico del sistema nazionale e quindi della collettività. Normalità che ha visto la continua chiusura dei reparti negli ospedali periferici, uno su tutti il punto nascite, proprio nelle zone più isolate come possono essere le nostre.

Un confronto interessante riguarda i posti letto nei reparti di rianimazione, in Germania 28000 mentre in Italia 5000 (fonte Deutsche Krankenhausgesellschaft, la confederazione degli ospedali tedeschi). Il 450 % di posti in più a fronte del 40% di popolazione in più, uno squilibrio evidente.

Oggi il sistema sanitario, saturo dai ricoveri, si rende bene conto dei risultati di quelle politiche e anche noi ci rendiamo conto di quanto i soldi spesi per le grandi opere come il Tav o il Mose o per le armi siano sottratti al nostro futuro. E non parliamo di bruscolini, le spese militari sono pari a 25-28 miliardi di euro all’anno, circa 70 milioni di euro al giorno (fonte libro bianco della difesa). Quanti ospedali possono essere costruiti con quei soldi o quanti infermieri, medici possono essere formati? Un singolo aereo F35 costa come più di 7000 ventilatori polmonari. E non stiamo parlando solo di soldi, perché i primi portano morte i ventilatori salvano vite!

Alla normalità che in questi anni ha visto le carceri riempirsi a dismisura (oggi 61000 reclusi su poco più di 50000 posti. Dati ministero della giustizia, ma è stato anche peggio), stipando persone in condizioni di vita durissime, anzi disumane come nel caso dell’ergastolo ostativo dichiarato così dalla corte europea dei diritti dell’uomo . Carceri che in questi giorni sono in rivolta contro questo sistema che li rende soggetti a un pericolo enorme derivante dalla diffusione del virus che, nel sovraffollamento e negli spazi stretti, prospera. Come può oggi lo stato condannare le rivolte, esigere legalità e pretendere la redenzione dei carcerati quando è il primo a violare le proprie leggi?

Alla normalità che vede una classe politica che ha fomentato in questi anni l’odio contro il diverso accusandolo delle peggiori colpe perfino di essere il portatore di malattie e disgrazie. Ed oggi che i portatori delle malattie sono gli italiani, rimbalzati ai confini nazionali, questa classe politica che dice? Nulla perché è troppa l’evidenza della pochezza di quella propaganda.

Oggi è noto che la malattia, non sia venuta dai barconi, ma da una classe business di un aereo. E di fronte a questo, da vili, non possono fare altro che tacere.

Alla normalità che vede grandi mobilitazioni di solidarietà solo in occasione di gravi disgrazie, come il ponte Morandi nei periodici disastri che colpiscono l’Italia.

Encomiabili certo ma limitate, a volte sterili e pietiste carità che vanno a mettere una pezza alle conseguenze non alle cause. Forse indicatori di un preoccupante atteggiamento di quotidiano disinteresse. Perché la solidarietà non si fa solo con l’elemosina, si fa con la lotta!

E di fronte a tutto ciò siamo sicuri che andrà tutto bene, ma a quella normalità non vogliamo certo tornare!

Valsabbin* Refrattar*

La storia scritta dalla politica

sabato, Febbraio 15th, 2020

Con questo sesto scritto concludiamo la prima serie di analisi riguardanti lo stretto rapporto esistente tra storia e memoria e delle loro mistificazioni in questi anni inserite nell’agenda politica e che si inquadrano nella riscrittura di un passato che sta compromettendo un futuro libero.

Oggi che il vento soffia nelle vele della propaganda dei partiti nazionalisti e identitari e la narrazione storica sta pian piano sostituendo delle verità con il ricordo e la memoria, si cominciano già a vedere alcuni dei risultati di questo processo.

La sostituzione di verità storiche con la memoria o il ricordo, porta alla commemorazione di alcune vittime, decontestualizzando le loro morti dalle cause, mistificandone i numeri ed equiparando episodi di violenza da una parte pianificati a tavolino e dall’altra contingentati in uno scenario di guerra.

Perché si può essere uniti nel momento ultimo della morte ma ciò non può in alcun modo cancellare le responsabilità che si hanno avuto in vita.

Tutto ciò è funzionale e finalizzato a dimenticare e edulcorare ciò che è stato il ventennio fascista e intorbidendo la memoria perché certe dinamiche tipiche di quegli anni anche oggi si stanno riproponendo.

La riabilitazione di ciò che è stato il regime fascista, dei suoi crimini e responsabilità, si collega con un aspetto odierno: la sempre più costante presenza delle forze armate nelle nostre quotidianità.

Dalle serie televisive spuntate come funghi nei palinsesti televisivi i cui protagonisti sono poliziotti, carabinieri o militari, alla presenza dell’industria bellica nell’economia fino alla presenza nei luoghi deputati all’istruzione, per la loro formazione nelle università o per il loro proselitismo nelle scuole.

Una presenza sempre più assidua anche nei nostri paesi e che abbiamo riscontrato in 2 fatti accaduti nei mesi scorsi: la presenza di un generale degli alpini a Odolo a parlare delle missioni di “pace” neologismo per nascondere la realtà, un neocolonialismo finalizzato alla predazione e la giornata di tesseramento della sezione paracadutisti di Idro le cui parole d’ordine “dio patria e famiglia” sono state riprese dal cappellano militare nell’omelia.
Parole pesantissime, definite come valori inscindibili, presi in prestito dalla peggiore e più becera propaganda e retorica nazionalista del regime fascista.

E questa loro presenza è assolutamente collegata con la riscrittura della storia.

Basti pensare che la gente se solo qualche anno fa avesse visto i militari nelle università, nelle scuole o nelle fabbriche, avrebbe immediatamente pensato a qualcosa di molto preoccupante per la democrazia.

Ma come è collegata?

Lo sdoganamento del regime fascista è lo sdoganamento anche del suo sistema valoriale, basato sull’obbedienza, sulla de-responsabilizzazione e sulla creazione di una identità fatta escludendo il diverso, dove diverso assume svariate accezioni.

Si può essere diversi per provenienza, lingua o dialetto, etnia, religione, appartenenza politica o più semplicemente il diverso è chi non si omologa.

Valori che riteniamo in parte essere condivisi dal sistema militare.

Cancellare il proprio passato, riscrivere una storia dove i criminali diventano le vittime, dove le colpe diventano meriti pone le basi per la promozione di precise politiche e strategie.

Politiche e strategie fatte per la difesa degli interessi economici sia interni che esterni ai confini nazionali, interessi che devono essere militarmente difesi.

E un dato di fatto, non un’opinione, che la spesa militare italiana stimata al ribasso sia pari a 76 milioni di euro al giorno, 28 miliardi di euro all’anno, pari a quasi 2 manovre economiche.

E che la Nato vorrebbe che questa salisse fino a raggiungere il 2% del Pil (oggi siamo all’1,15%).

Ed è altrettanto noto che le politiche di quei partiti che quotidianamente vomitano odio contro il “diverso” di turno accusato di rubare soldi e futuro agli “italiani” assolutamente non si sognano di chiedere i soldi dove ci sono.

E parallelamente non è un caso la sovrapposizione degli stati dove è presente un contingente militare italiano e la presenza degli interessi economici dell’Eni sia pressoché totale, per l’esattezza all’85%.

L’esaltazione della nazione, dell’identità nazionale porta da un lato a giustificare e dare un senso all’occupazione militare di territori liberi come avviene per le missioni di pace o di peace keeping perché spesso un inglesismo garantisce più appeal, e dall’altro all’accettazione di una gerarchia e di una sorta di intoccabilità della divisa indipendentemente dai comportamenti adottati.

E di fatto queste sono solo alcune delle conseguenze della riscrittura ella storica, perché oggi dovremmo sapere cos’è stato il colonialismo e cosa una società militarizzata ha prodotto.

Interessi nazionali da difendere e mettere davanti all’interesse globale o meglio universale, a maggior ragione oggi che le dinamiche sono internazionali,ci fanno dimenticare quella che è la realtà: i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi.

E allo stesso tempo sono la base per creare un esercito di schiavi, di omicidi e di martiri, martiri che vengono acriticamente commemorati.

Oggi l’umanità libera ha bisogno di spirito critico e di una sana disobbedienza, di conoscere bene la storia non di quella che sta scrivendo oggi la politica.

Valsabbin* Refrattar*

I conti col passato

giovedì, Febbraio 13th, 2020

Questo quinto articolo della rassegna Storia e Memoria è il frutto delle recenti riflessioni conseguenti al discorso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della commemorazione ufficiale del “giorno del ricordo”.

Nel suo breve intervento pronunciato al Quirinale lo scorso 9 febbraio, il presidente parla di quei fatti descrivendoli come “una sciagura nazionale” che colpì persone “colpevoli solo di essere italiane” augurandosi infine un “no al negazionismo militante”.

Un discorso in perfetta continuità con quelli dei suoi predecessori e in perfetta continuità negazionista delle cause, come se quelle storie, quei fatti, fossero cominciati l’8 settembre o il 25 aprile e non nei 25 anni precedenti, come se i criminali e i carnefici fossero solo i nazisti prima e i comunisti dopo e non gli italiani prima sabaudi e dopo fascisti.

Riteniamo che le sue parole siano la dimostrazione di come il nostro paese non abbia saputo ancora fare i conti con la propria storia e le proprie responsabilità.

Il “giorno del ricordo”, approvato nel 2004 e voluto dalle destre alleate al Governo Berlusconi II, è funzionale anche all’istituzione. Dividere le genti non è solo la base identitaria delle politiche nazionaliste ma è l’essenza che giustifica l’esistenza degli stati nazione e delle relative, strutture politiche e parlamentari espressione degli interessi delle élite economiche nazionali.

Ci chiediamo con quale faccia l’Italia possa recriminare una supposta pulizia etnica e come possa parlare di martiri con le mani grondanti del sangue delle genti oppresse in tutti gli stati che ha occupato militarmente.

È un’ipocrisia inaccettabile, uno schiaffo verso qualsiasi intenzione di pacificazione tra i popoli.

Pacificazione impossibile se il ricordo di quei fatti avviene commemorando solo i “propri” morti o le “proprie” sofferenze, perché la Slovenia avrà i suoi, la Croazia pure e ovviamente anche l’Italia, ma le cause di quei morti o di quelle sofferenze? Quali sono?

Prendiamo ad esempio un altro stato coinvolto nel turbine dell’inizio del ‘900 e della seconda guerra mondiale: la Germania.

La Germania al termine della guerra ha visto la propria nazione divisa e occupata dagli eserciti vincitori e, ha assistito all’emigrazione forzata delle popolazioni germanofone scacciate da quei territori prima sotto la propria giurisdizione.

Si stima furono circa 7.000.000 i tedeschi cacciati dopo il 10 maggio 1945 dalla Polonia, dalla Cecoslovacchia e da molti altri paesi dell’est Europa di cui 1.200.000 morti a seguito di maltrattamenti, malattie e stenti.

Perché in Germania non hanno una giornata del ricordo? Perché non è in corso un processo così evidente di riscrittura della storia?

Molteplici ovviamente le motivazioni, ma una ci ha colpito e ci ha fatto riflettere. In Germania c’è stato un fatto che ha lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo: il processo di Norimberga.

Al processo più “famoso”, noto soprattutto per la messa alla sbarra dei gerarchi del III Reich, ne sono seguiti altri 12 in cui stati giudicati i crimini degli ingranaggi che hanno permesso al regime nazista di diventare la macchina mortale che è stata. Sono stati processati i burocrati, i medici, i giudici, i ministri e non ultimi anche i poteri economici tedeschi.

E senza avere nostalgie per manette, catene o celle chiuse a doppia mandata, anzi l’odio verso quel sistema repressivo rimane immutato, non possiamo non sottolineare come questi processi, che hanno coinvolto tutti gli strati della società tedesca, abbiano portato ad una condanna sia dal punto giuridico che civile ed abbiano permesso la presa di coscienza e l’ammissione collettiva delle proprie responsabilità.

In Italia invece?

In Italia pressoché nulla, non c’è stata un’assunzione di responsabilità collettiva, il sistema di comando di prima si è perfettamente riciclato nel nuovo regime democratico, gli ingranaggi non hanno subito alcun processo, né nei tribunali né in piazza; i prefetti nella maggior parte dei casi sono tornati negli uffici occupati prima del 25 aprile, i militari sono in pochi anni tornati ai propri posti di comando e i poteri economici che hanno prima finanziato la dittatura fascista e poi si sono arricchiti con l’industria bellica non sono stati assolutamente toccati ne messi in discussione, anzi nel primo dopoguerra si sono ulteriormente arricchiti sfruttando il boom economico e le sovvenzioni del piano Marshall.

Ed infine, le amnistie hanno concluso l’opera, da quella di Togliatti dopo poco più di un anno dalla fine della guerra all’ultima del 1966.

E questa differenza sostanziale tra quanto accaduto in Germania e quanto accaduto in Italia porta oggi a questi fenomeni di palese revisionismo, di mistificazione di quelle morti e quelle sofferenze e della loro utilizzazione per fini politici. E non possiamo non notare che questo non avviene solo da parte dei partiti di destra ma anche da parte di buona parte delle istituzioni.

Questa retorica sulle foibe e sul “giorno del ricordo” si inserisce nella rivalutazione più ampia del ventennio fascista e sono la degna conseguenza di questo fatto, perché un popolo senza memoria storica è un popolo che commetterà gli errori del passato.

Non è un caso se negli ultimi anni si assiste con sempre più frequenza a episodi revisionisti, come ad esempio la marcia carnevalesca in fez e camicia nera a Predappio in pellegrinaggio alla tomba del duce.

Gli errori del passato, riveduti e dimenticati, fanno oggi piangere nuovi martiri, creano nuove frazioni e fomentano nuovi odi che vanno nella direzione opposta alla pacificazione tra i popoli ma soprattutto creano nuovi soldati.

Un soldato che uccide o che obbliga all’esodo dalle proprie case lo fa perché armato, vestito, nutrito, curato ma soprattutto indottrinato, con un lento e subdolo lavoro che ribaltando le responsabilità riscrive una nuova storia, basato sul ricordo che cancella tutto, anche i conti col proprio passato.

Questi conti in sospeso col passato sono la causa delle tante sventure di questo presente e, se non terremo alta la guardia lo saranno del nostro futuro.

Al prossimo articolo. Valsabbin* Refrattar*

Italiani brava gente

sabato, Gennaio 18th, 2020

Con questo quarto articolo prosegue l’analisi dello stretto rapporto tra storia, memoria e le loro mistificazioni che oggi molti partiti politici stanno operando in questo periodo di crisi di coscienze.

Dopo avere analizzato il motto legato alla difesa dei patrii confini, il “giorno del ricordo” e le foibe ci concentriamo ora su un altro slogan che spesso si sente nelle analisi sulla presenza militare italiana nella seconda guerra che si riduce nella frase “Italiani brava gente”.

L’idea è quella di smontare la retorica fondamento del nazionalismo e sua base ideologica e nello specifico vogliamo fare un’analisi su questa frase, ripresa anche dall’omonimo film molto popolare del 1965, che si sente spesso riportata in contesti diversi tra loro e che negli ultimi periodi la pone al centro del discorso sulla presenza militare italiana nello scenario della seconda guerra mondiale, tralasciando molti aspetti per giungere alla conclusione che i nostri soldati erano tutto sommato migliori dei tedeschi o dei russi. Un esercito di contadini, braccianti o alpini con la perenne nostalgia della mamma o della fidanzata a casa e più legati al proprio mulo che all’arte della guerra.

Al di là di questa vox populi la realtà storica ci dice ben altro, dacché esiste lo stato nazione dell’Italia sono state compiute numerose guerre di aggressione, tutte a carattere di invasione e conquista territoriale o coloniale, il cui elenco, parziale, è stato trattato nel primo articolo.

Queste guerre di aggressione, tipiche di quegli anni e delle politiche del tempo, hanno visto i militari italiani impiegati in diversi teatri di guerra, dai Balcani alla Russia, dal nord Africa alla Francia ed anche in molti altri Paesi.

I crimini italiani sono stati numerosissimi e molto poco giudicati e condannati dai molti tribunali internazionali ma fortunatamente studiati e raccontati da molti storici.

Senza approfondire, ma comunque citando le leggi razziali del 1938 e le leggi repressive nei confronti del dissenso interno al paese, che devono essere considerati con la stessa gravità, l’Italia ha quasi ovunque violato convenzioni sui prigionieri di guerra, ha costruito lager e campi di sterminio nei paesi occupati o nelle colonie conquistate (significativa la storia raccontata nel film “Il Leone del deserto”), e spesso si è distinta per la brutalità contro la popolazione civile con l’utilizzo di gas mortali come l’iprite considerati illegali dalle principali convenzioni internazionali o nella conduzione della lotta ai partigiani con qualsiasi mezzo e metodo, tra cui la rappresaglia e le peggiori ritorsioni sui civili.

Emblematico è il caso dei crimini di guerra compiuti dall’esercito italiano comandato da Pietro Badoglio in Africa orientale durante la Guerra d’Etiopia, crimini compiuti sull’inerme popolazione civile col fine di annientarla e rimpiazzarla con i coloni, che ci fanno immediatamente pensare ai deliranti discorsi odierni sulla sostituzione etnica.

Al termine della seconda guerra, Badoglio venne inserito nella lista dei criminali di guerra dell’ONU su richiesta dell’Etiopia ma non venne mai processato. Badoglio tra l’altro fu nominato capo del Governo del Regno alla destituzione di Mussolini dopo il 25 luglio 1943, a significare la continuità ideale di quei governi su certi temi.

Altrettanto significativi sono i racconti che abbiamo potuto ascoltare in questi anni dai reduci dei nostri paesi, che in un paio di casi ci hanno raccontato di come si fossero trovati a fare da guardia ai campi di sterminio in Jugoslavia e di come anche gli italiani si siano distinti per la brutalità.

Una delle conseguenze della perdita di memoria di questi fatti, la ritroviamo tra l’altro, nell’intitolazione, lo scorso primo settembre, della sede dei fanti di Prevalle a Mario Cigolini.

La storia del Cigolini, raccontata in un libro biografico che lo dipinge addirittura come eroe, l’ha visto prima volontario nella divisione Littorio nella guerra civile spagnola, dove le truppe fasciste furono inviate in via più o meno in via ufficiale a supporto delle truppe franchiste nella lotta contro le truppe repubblicane e internazionaliste spagnole e poi militare nel teatro di guerra del fronte greco dove nel corso di un assalto ha trovato la morte. A seguito di questo episodio gli è stata conferita una medaglia d’oro al valore militare.

Questa decorazione data per un singolo episodio, senza una lettura critica dei fatti, lo eleva ad uno status di importanza ed eroismo cancellando in un secondo la sua storia, sempre al fianco di due delle peggiori dittature europee e al seguito dell’esercito di occupazione in Grecia.

Un singolo fatto è preso e utilizzato per costruire un senso di eroismo, dimenticandosi o meglio intenzionalmente omettendo che l’Italia in Grecia è stata accusata di numerosi crimini di guerra e anche il Cigolini era parte di quel contingente.

Pensiamo che queste associazioni d’armi per poter rinnovare le idee belligeranti e nazionaliste presupposto della loro esistenza abbiano la necessità di martiri ed eroi, senza però dovere rendere conto dei gesti compiuti e del contesto storico di quei fatti dando così una visione parziale, falsata e autoreferenziale di quegli accadimenti.

E proviamo a fare un parallelo, un po’ azzardato, ma assolutamente coerente con la Germania, dove pensiamo che, nonostante anche là il vento nazionalista soffi in poppa ai partiti della destra, sia molto ma molto difficile che oggi possano essere intitolate sedi delle organizzazioni d’armi a soldati della wermacht nazista e tantomeno a soldati delle SS.

Forse questo perché la memoria o il ricordo hanno lasciato spazio ad una verità storica che ha penetrato le coscienze della popolazione e che difficilmente può essere travisata così banalmente.

Con questo stillicidio di vergogne, che potrebbe essere molto più lungo ma che per questioni di spazio abbiamo dovuto sintetizzare, non vogliamo dire che gli italiani si siano comportati peggio degli altri eserciti belligeranti, la storia dei crimini tedeschi, giapponesi o russi o le bombe atomiche americane sono esempi di come alleati e nemici si siano comportati con la stessa brutalità seppur mossi da ideali, mezzi e utilizzando una pianificazione diversa.

Vogliamo però dire che la de-contestualizzazione, la banalizzazione di questi fatti che porta ad una progressiva perdita di memoria anche oggi, a più di 70 anni di distanza, ha come effetto episodi e frasi che ci lasciano davvero sbigottiti.

A così tanti anni di distanza possiamo tranquillamente dire che gli italiani “brava gente” in guerra non lo sono stati, perché la guerra e la sua ferocia, l’idea di disciplina intrinseca nell’esistenza degli eserciti costituiscono le basi per non creare brava gente, ma gente brava in manzoniana accezione.

Crudeli, cattivi, servili, privi di una coscienza ma soprattutto obbedienti, il contrario di ciò che immaginiamo quando pensiamo all’idea di uomini e donne liberi e libere.

Al prossimo articolo.

Valsabbin* Refrattar*

Le foibe

giovedì, Gennaio 16th, 2020

Con questo terzo articolo proseguiamo con l’analisi dello stretto rapporto tra storia memoria e loro mistificazioni per fini politici e ci colleghiamo alla giornata del ricordo analizzando ciò che è stata la presenza italiana in Jugoslavia e come la propaganda nazionalista ha rivisitato le uccisioni delle foibe senza minimamente valutarne le cause.

Le terre jugoslave furono spesso oggetto di contesa e anche durante la prima guerra mondiali vennero contese da vari eserciti belligeranti. La presenza italiana e le sue politiche “coloniali” le troviamo già prima dell’avvento del fascismo, ossia dal 1920 con il trattato di Rapallo che portò all’occupazione italiana di quei territori e all’approvazione di numerosi decreti col dichiarato obbiettivo di italianizzare l’area.

Fu poi la veemente propaganda nazionalista, che tra l’altro portò all’occupazione di Fiume, che anticipò chiaramente quali fossero le intenzioni riguardanti il destino delle popolazioni slave; ipotesi che trovano conferma nelle parole pronunciate da Mussolini, il 22 settembre 1920 a Pola: «di fronte ad una razza come la slava, inferiore e barbara non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone […] credo che si possano più facilmente sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani».

Questi sentimenti, che si tramutarono presto in politiche, si acuirono con l’avvento della dittatura fascista che dal 1922 approvò una serie di regi decreti finalizzati ad una ghettizzazione della popolazione non italiana e alla sua successiva sostituzione.

Prima agendo sull’italianizzazione della toponomastica decreto n. 800 del 29 marzo 1923 e poi sui cognomi dei cittadini sloveni regio decreto-legge n. 494 del 7 aprile 1927 ma anche con l’abolizione dell’insegnamento della lingua slovena nelle scuole legge n. 2185 del 1/10/1923 (Riforma scolastica Gentile).

In 5 anni tutti gli insegnanti provenivano dalle varie regioni dell’Italia e i non italiani vennero estromessi da tutti gli impieghi pubblici.

SI stima che queste misure colpirono dai 250 ai 320 mila individui sloveni.

Con l’invasione tedesca della Jugoslavia del 1941, supportata dall’Italia fascista, che utilizzò i territori occupati come basi di partenza, la situazione in quelle terre si fece più grave. La repressione ormai estesa portò ad una sequela di crimini verso la popolazione civile, spesso supportati da indicazioni ben precise date dai comandi militari. Un esempio per tutti è la circolare 3C emanata dal generale Roatta che equiparava la popolazione civile inerme ai militari rendendola soggetta a rappresaglie, depredazioni e incendi di case e villaggi, esecuzioni sommarie e internamenti nei vari campi di eliminazione.

Possiamo immaginare il sentimento di quelle popolazioni nei confronti degli italiani.

E fu proprio in questo contesto che i primi che utilizzarono le foibe furono proprio gli italiani e i tedeschi e numerosi sono gli studi che dall’immediato dopoguerra ad oggi hanno cercato di fare luce sul fenomeno e di quantificare il numero di persone decedute in quegli anni.

 

Insomma, numeri diversi che restituiscono un quadro storico complesso dove orientarsi diventa esercizio difficile.

Un paio di anni fa nella nostra provincia comparvero degli striscioni fatti da un qualche gruppo neofascista riguardanti il tema delle foibe che riportava la frase: “Foibe: chiedetelo ai vostri professori”.

Premettendo che troviamo davvero singolare che siano proprio i figli e figliastri dell’ideologia fascista e del becero nazionalismo a chiedere conto delle conseguenze delle azioni dei loro padri, padrini e padroni che per più di un ventennio hanno gettato il seme dell’odio in quelle terre, vogliamo davvero rilanciare questa richiesta. Chiedetelo!

Vi diranno che questa storia non è cominciata l’8 settembre 1943 e nemmeno il 25 aprile del 1945 ma vi diranno che è il frutto di un processo lungo e difficile.

Chiedetelo ai professori, non ai politicanti, chiedetelo a chi la storia l’ha studiata, la approfondisce e la può vedere e non chi la utilizza, la mistifica per meri interessi politici.

E non si parla solo dei partiti o gruppi della galassia dell’estrema destra ma anche di chi rappresenta le istituzioni, come l’ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano, che in un suo intervento, in occasione della giornata del ricordo, aveva, usato termini come “furia sanguinaria”, “barbarie”, “pulizia etnica” e aveva parlato genericamente di “slavi”.

Senza entrare nel merito del discorso pronunciato, appare evidente che ci troviamo davanti ad una serie di preconcetti ed all’uso di una retorica scontata sui Balcani.

Una retorica che a parti invertite ha portato grandi polemiche da parte del governo croato e parallelamente alla celebrazione da parte del governo sloveno il 15 settembre del “ricongiungimento del Litorale alla madrepatria” rammentando le persecuzioni subite dagli sloveni nel Regno d’Italia.

Se da un lato condanniamo i ripetuti crimini italiani, la repressione titina tipica dei totalitarismi novecenteschi e dall’altro possiamo comprendere certi episodi di ritorsione, non possiamo non renderci conto di quanto sia comune la radice di questi mali che possiamo identificare con l’idea di nazione e delle politiche nazionaliste.

Queste istituzioni per mantenere le loro posizioni di potere devono professare l’odio e seminare le divisioni tra i popoli, diversamente le genti saprebbero veicolare la rabbia verso chi opprime davvero.

Le mistificazioni legate alla giornata del ricordo e alle vittime infoibate portano ad una sedimentazione dell’idea di identità nazionale porta a odiare il diverso, anche popoli che per lunghi periodi hanno saputo convivere pacificamente.

Il nazionalismo è come abbiamo già scritto un cancro, che cresce e si sviluppa ben protetto dalle istituzioni, a cui però possiamo mettere un argine. Lo possiamo fare non credendo a questa propaganda, coltivando il dubbio auspicando una vera pacificazione tra i popoli.

Ci chiediamo che senso possa avere commemorare la popolazione italiana vittima della vendetta degli jugoslavi o la popolazione jugoslava vittima dei massacri commessi dai militari italiani senza valutarne le cause e la radice comune.

Queste sono state immani tragedie ed alcuni, con evidente ipocrisia, ne ricordano solo l’ultimo atto, spesso falso!!!

Al prossimo articolo.

Valsabbin* Refrattar*

Il giorno del ricordo

mercoledì, Gennaio 8th, 2020

Prosegue in questo secondo articolo l’analisi dello stretto rapporto tra storia e memoria e le loro mistificazioni parlando in questo articolo della ricorrenza del giorno del ricordo.

Il Giorno del ricordo è una solennità civile nazionale italiana, celebrata il 10 febbraio di ogni anno. Inizialmente imbastita da Fini e Violante, tra mille polemiche legate alle critiche di numerosi storici nel 1998, è stata istituita ufficialmente il 30 marzo 2004 con legge n. 92 su pressione delle destre alleate all’allora governo Berlusconi II. Le prime firme al testo sono quelle dei principali esponenti di destra e si pone l’obbiettivo di: «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

La data del 10 febbraio non è casuale: il dieci febbraio del 1947 è il giorno in cui venne stipulato il trattato di pace di Parigi fra l’Italia e le potenze alleate che stabilirono l’assegnazione alla Jugoslavia dei territori dell’Istria, della regione di Zara e di buona parte della Venezia Giulia. Le potenze alleate non dimenticarono l’aggressione militare Italia fascista al fianco di nazisti e giapponesi e nemmeno le atrocità da questa commessa (anche se solo in sede di redazione del trattato la considerarono, nonostante l’intervento di De Gasperi, ritennero l’Italia responsabile nonostante il voltagabbana finale.

Premettendo che, in questa riflessione vogliamo dire che non c’è intenzione di non volere ricordare le persone morte nelle foibe o che hanno patito le sofferenze legate all’esodo dalle proprie abitazioni, vogliamo contestualizzare quei fatti, cercando di raccontare cosa sono stati i 20 anni di presenza fascista in quelle terre e le politiche di italianizzazione forzata e smascherando le reali intenzioni dietro a questa giornata.

Altra premessa necessaria riguarda il ricordo (gioco di parole) di un altro giorno, quello della Memoria, giorno internazionale che riguarda la memoria delle vittime del nazi fascismo, ricordati il 27 gennaio, data simbolica della liberazione del lager di Auschwitz da parte dei soldati dell’armata rossa.

La contrapposizione ideologica delle 2 giornate è evidente e strumentale alle politiche di chi ha promosso e voluto il giorno del ricordo, ma anche di chi negli anni l’ha propagandato, partendo da tutti i presidenti della repubblica italiana che dal 2004 si sono succeduti.

L’idea di contrapporre il giorno della Memoria, ricorrenza di carattere internazionale, che ricorda tutte le vittime delle ideologie naziste e fasciste e che hanno colpito chiunque non fosse omologato a quel tipo di società come tutti gli oppositori politici, gli “asociali”, gli omosessuali e le lesbiche, i malati di mente o i disabili, o chi è stato stigmatizzato come gli ebrei, gli zingari o i rom, o chi è stato liquidato perché considerato subumano come i prigionieri di guerra russi, con una giornata che ricorda una parte di morti, è davvero vergognosa.

Il tentativo è chiaro, mettere sullo stesso piano vittime e carnefici paragonando l’imparagonabile ossia un numero non certo di corpi rinvenuti nelle foibe (tra l’altro alcuni chiaramente fucilati dai nazifascisti e molti frutto di vendette personali) con i milioni di morti a seguito del metodico sistema di pulizia etnica e sociale, omicidi e indicibili esperimenti su cavie umane. Questo per riabilitare in maniera velata il fascismo,mostrando gli aguzzini come martiri di una guerra che “capitò”.

E questo ci fa dire che le uccisioni nelle foibe , che tratteremo nel dettaglio nel prossimo articolo, e l’esodo delle genti friulane e dalmate sono state una delle conseguenze delle politiche di italianizzazione forzata e di sfruttamento di quelle aree cominciate non con l’avvento del fascismo ma subito dopo l’annessione di quei territori dopo la prima guerra mondiale, e sono state la conseguenza delle politiche identitarie e nazionalistiche dei comunisti titini che hanno ripreso le modalità tipiche degli eserciti nazi fascisti.

La demonizzazione da parte dei promotori di questo giorno (ossia da parte dei figli e figliastri dei partiti fascisti), dei partigiani comunisti titini per avere fatto quello che hanno fatto, è davvero ipocrita e qualifica molto sulla vera finalità riguardante questa giornata; anzi sembra proprio che buona parte delle vendette private nei concitati e caotici momenti successivi alla fine della guerra, siano state fermate nel momento in cui presero il controllo del territorio..

La critica e la condanna che noi facciamo guardando a questi fatti e a questa ricorrenza istituzionale è il fatto di ridare dignità pubblica a ideologie basate sull’esaltazione della nazione, dei confini e delle frontiere, di popoli intesi come razza, del culto del più forte. Insomma di ideologie che già hanno dimostrato di cosa sono capaci. E questo sì, questo va ricordato!

Questo ci fa presupporre che una certa parte politica, dopo avere messo sullo stesso piano il giorno della memoria  ed il giorno del ricordo, voglia dare il via ad una equiparazione che porti poi ad una minimizzazione delle colpe e che ha come fine una ricostruzione storica falsata e decontestualizzata, che voglia portare una sorta di assoluzione perché loro stessi vittime delle politiche e della repressione comunista come se la loro morte violenta potesse cancellare ogni responsabilità nazi-fascista pregressa.

” se dici una menzogna enorme e continui a ripeterla, prima o poi il popolo ci crederà. La menzogna si può mantenere per il tempo in cui lo Stato riesce a schermare la gente dalle conseguenze politiche, economiche e militari della menzogna stessa. Diventa così di vitale importanza per lo Stato usare tutto il suo potere per reprimere il dissenso, perché la verità è il nemico mortale della menzogna e, di conseguenza, la verità è il più grande nemico dello Stato.” Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich

Senza una continua ricerca, senza lo studio, l’approfondimento e una capacità critica si rischia di fare passare i colpevoli per innocenti, si rischia di travisare chi davvero fu carnefice e causa di quei processi per cui oggi vengono ricordate le vittime.

Si rischia che vengano create le basi perché dei “nostri” morti siano più importanti di altri morti, primo passo e seme velenoso del nazionalismo, padre infetto delle peggiori malattie della nostra epoca.

Al prossimo articolo.

Valsabbin* Refrattar*

 

Nella foto: villaggio croato dato alle fiamme dai militari italiani durante la seconda guerra mondiale.

La difesa dei patrii confini

martedì, Gennaio 7th, 2020

È grazie alla grande abbuffata di retorica degli ultimi anni, in cui si è commemorato il centenario dell’inizio e fine della prima guerra mondiale che abbiamo cominciato a sviluppare alcune riflessioni sul rapporto stretto tra storia, memoria e loro mistificazioni.

Queste riflessioni e tanti fatti odierni di cronaca ci hanno portato, in occasione della ricorrenza lo scorso 1° settembre degli ottanta anni dall’inizio della seconda guerra mondiale, a mettere nero su bianco tutti questi pensieri.

E l’abbiamo fatto attraverso alcuni articoli che hanno l’intento di ristabilire una narrazione di quei fatti non dal punto di vista memonico o evocativo ma da quello storico, e perché no politico, cercando collegamenti con attualità con la presunzione o l’obbiettivo di mettere il semino del dubbio all’interno dei vostri pensieri.

Questi articoli tratteranno in serie la retorica legata ad alcuni slogan o frasi tipiche di una certa oratoria quali la difesa dei patrii confini, il concetto di patria e patrioti o italiani brava gente, ma tratteranno anche la giornata del ricordo e le foibe.

Partiamo quindi con il concetto di difesa dei patrii confini, frase tipica dei discorsi pubblici detti durante le commemorazioni dei caduti delle varie guerre fatti dalle varie forze d’arme e nostalgici vari ma anche della propaganda di tutti i partiti di destra che basano sul fondamento identitario la loro propaganda e le loro speculazioni politiche.

Ma vediamo quali confini l’Italia ha davvero difeso dal 17 marzo 1861 giorno in cui, con atto formale, il Regno di Sardegna e il suo re Vittorio Emanuele II sancì la nascita del Regno d’Italia.

Le prime guerre che l’allora regno italiano intraprese, oltre all’epopea garibaldina del 1866 che a fronte di tanti volontari idealisti vide l’invasione delle terre trentine o tirolesi che storicamente non possono essere considerate italiane, vanno inserite nel fenomeno tipicamente ottocentesco del colonialismo.

Nel 1869 ebbe inizio una lunga serie di guerre volte all’espansione coloniale italiana, con l’occupazione della baia di Assab in Eritrea, proseguendo nel 1889 con la Somalia definita poi colonia nel 1905, e con la ricerca del posto al sole in Libia all’epoca colonia ottomana, con la guerra italo-turca del 1911 e proseguita nel 1912 con la guerra per l’occupazione delle isole del mare Egeo.

La grande mistificazione è stata poi attuata con la prima guerra mondiale, quando a fronte di accordi ormai noti che avrebbero concesso Trento a Trieste in caso di dichiarazione di neutralità ha visto l’Italia entrare in guerra contro il suo finora alleato, l’impero austro ungherese.

Questo che in caso contrario sarebbe stato definito come tradimento, oggi sappiamo essere stato fortemente voluta dai poteri economici che vedevano nella guerra una grande occasione di aumentare i propri profitti e di direzionare le energie delle rivendicazioni sociali.

E i grandi discorsi retorici particolarmente presenti negli anni del centenario  ci hanno veramente nauseati perché abbiamo la presunzione di sapere bene quello che fosse il sentimento patriottico che animava le genti dei nostri paesi, ovvero inesistente; forse qualche borghese o commerciante che poteva vedere aumentati i guadagni non certo i contadini, che al tempo erano la maggior parte della popolazione paesi e che erano privi di un qualsiasi sentimento o di nozione concettuale di patria e che, erano ben consci del guadagno che avrebbero ottenuto dalla guerra.

Dopo il macello della prima guerra mondiale, l’instaurazione del fascismo ha dato il via ad una serie di politiche nazionaliste che meriterebbero tante riflessioni e alcuni articoli ad hoc, e che portarono ad una sequela di invasioni territoriali che descriviamo di seguito.

Verso la fine degli anni 20 venne completata la conquista della Libia e nel 1928 vennero fatte incursioni per la conquista dell’entroterra etiope. Nel 1936, venne poi inviato un contingente a sostegno delle truppe di Franco nella guerra civile spagnola e tra il 1939-40 le truppe italiane, seguirono le sorti della seconda guerra mondiale, occupando militarmente stati liberi come l’Albania nel 1939, o l’infamia della rappresentata dall’invasione delle Francia nel 1940, della Jugoslavia o della Grecia.

Altro aspetto molto importante per il coinvolgimento di valligiani e che un grande immaginario ci ha riconsegnato è rappresentato dall’invio del contingente italiano in Russia a fianco degli alleati germanici e rumeni, invio conseguente all’operazione Barbarossa, che tratteremo in modo più specifico negli altri articoli. Difficile pensare alla Russia come italico suolo.

Se da un lato possiamo inquadrare storicamente il fenomeno del colonialismo e dare il giusto giudizio politico al ventennio fascista, oggi non possiamo che dare un giudizio di condanna di quel fenomeno e dei presupposti su cui si fonda e pertanto non possiamo considerare “patrio” un territorio occupato per lo sfruttamento delle genti e delle risorse naturali e quindi possiamo certamente dire che nessuna di queste guerre sia stata condotta in difesa ma tutte in offesa.

Pertanto, quando l’Italia ha difeso i propri confini?

Possiamo certamente dire che siano stati difesi dai Partigiani sia prima che dopo l’8 settembre del 1943 durante l’occupazione nazista supportata dagli alleati fascisti dello stato fantoccio chiamato repubblica sociale italiana.

Possiamo dire che sia stata difesi dai disertori renitenti, sabotatori che forse nemmeno avevano il concetto di patria nelle proprie teste e che, con grande sacrificio, si opposero nei mezzi e nei modi alle guerre sopracitate.

E vogliamo aggiungere che ci furono altri che oggi sono italiani che una volta difesero i propri confini da truppe invasori. Furono le genti trentine triestine e tirolesi, che a seguito del tradimento italiano e della conseguente dichiarazione di guerra all’impero austro ungarico nel 1915, e già chiamati alle armi sui fronti galiziani e russi nel 1914, per effetto del Landlibell stipulato nel 1511 da Massimiliano I d’Asburgo furono richiamate a difendere i propri paesi, o forse meglio il proprio Heimat, fino alla fine della guerra. Popoli assoggettati poi al regno italiano con tutti i soprusi e le contraddizioni conseguenti. Ma questa forse è un’altra storia.

E come conclusione possiamo dire che la difesa dei patrii confini o forse meglio la difesa della propria libertà, storicamente è stata attuata verso quel cancro che divora e divide genti uguali fomentato l’odio basato su supposte diversità chiamato nazionalismo e le sue conseguenze e verso i poteri economici che da sempre hanno visto nella guerra e nella propaganda nazionalista un’occasione per aumentare i propri profitti.

E consci di ciò non possiamo che augurarci un mondo senza confini, patrie e frontiere dove nessuno è straniero.

Al prossimo articolo. Valsabbin* Refrattar*

Condanna e vendetta

giovedì, Ottobre 31st, 2019

Lo scorso 9 ottobre, la Corte dei Diritti Umani di Strasburgo ha bocciato il ricorso presentato dall’Italia contro la sentenza del 13 giugno che bocciava il regime dell’ergastolo ostativo, il cosiddetto “fine pena mai”.

La motivazione che la Corte ha addotto è che l’ergastolo ostativo si pone in contrasto con l’art. 3 della Convenzione che vieta la tortura, le punizioni degradanti e disumane, con ciò negando di fatto la possibilità per il detenuto di intraprendere un percorso rieducativo, in quanto “al soggetto detenuto non è possibile eliminare anche la speranza di un recupero sociale, ma a costui va riconosciuta la possibilità di pentirsi e di avere una possibilità di miglioramento delle proprie condizioni”.

Il ricorso presentato dall’Italia, sul tema di ergastolo ostativo di cui all’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario, aveva posto l’accento sulla pericolosità di certe condotte criminali, come quelle legate alle mafie e con ciò legittimando una reazione severa nei confronti di coloro che, aderendo ad una organizzazione mafiosa o terroristica, avessero come obiettivo quello di destabilizzare lo Stato.

Questa decisione, ricordiamo non vincolante per l’Italia, crea sicuramente un precedente importante che, oltre a mettere lo stato dinnanzi alle proprie responsabilità, potrebbe aprire la strada a numerosi altri ricorsi da parte di altrettanti detenuti che oggi versano appunto in condizioni disumane.

Questa sentenza ha avuto molto risalto sui media nazionali e ha scatenato tante reazioni, spesso rabbiose, tra le più comuni 2 domande, come si possa sconfiggere la mafia visto che la lotta si basi su queste pene e come chi è stato vittima possa avere davvero giustizia e vedere i colpevoli pagare per i propri crimini.

Pensare che una legislazione così possa sradicare un fenomeno sociale come è la mafia, nelle sue diverse denominazioni, che fonda le sue radici sulle ingiustizie sociali, è assolutamente folle; sono 30 anni che queste leggi sono attive e quei fenomeni non sono certo calati, anzi, e questo perché ne colpiscono solo i risultati e non certo le cause.

Per quanto riguarda la giustizia richiesta dalle vittime deve essere fatta una considerazione di premessa: i condannati all’ergastolo, possono usufruire di permessi “premio” dopo avere trascorso almeno 26 anni in prigione e questi possono essere accordati o meno. L’ergastolo ostativo, introdotto durante gli anni della legislazione di emergenza e di lotta alla mafia e terrorismo, nega di fatto la possibilità di usufruire di semilibertà o permessi e quindi in destino dell’ergastolano è quello di morire in carcere.

Queste persone devono trascorrere un periodo minimo di 26 anni in custodia dello stato che quindi avrebbe tutto il tempo avviare quei programmi di reinserimento, di recupero sociale che di fatto potrebbero portare in modo quasi naturale ad un cambiamento, all’ammissione e al pentimento. Ma le scelte finora adottate sono state quelle di definire queste persone eternamente colpevoli e quindi non meritevoli di alcun percorso o non meritevoli nemmeno della speranza.

Fatta questa premessa ci risulta davvero difficile comprendere come con questa vendetta rappresentata dal regime ostativo possa dare giustizia a chi è stato vittima e di come privando di qualsiasi legame con l’esterno, spesso anche sensoriale e sentimentale si possa pensare che un a persona possa “redimersi” o possa scegliere di collaborare con lo stato, in quella situazione con la veste di aguzzino. Il carcere duro fortifica gli animi e ne estremizza i tratti ed è fucina per nuovi e vecchi integralismi.

Questo concetto è stato ben espresso da Agnese Moro, che al di là della vicenda personale che l’ha coinvolta, ha saputo rendere l’idea di quale sia la reale intenzione di queste leggi o di chi con la bava alla bocca si augura di vedere marcire persone in una gabbia.

“Ci sono purtroppo tante vittime e il dolore terribile di chi resta che deve essere accolto e curato. E’ una responsabilità di tutti noi farlo. Ma, per esperienza, so che non si attenua e non passa perché il colpevole soffre; ma caso mai perché capisce le proprie responsabilità e cambia. Mi amareggia sempre vedere come, invece, il dolore delle vittime sia troppo spesso sfruttato come un’arma, da utilizzare contro provvedimenti che, se approvati o applicati, potrebbero far perdere qualche voto. Salvo poi dimenticare quelle stesse vittime quando chiedono piena applicazione delle leggi che le riguardano, l’apertura di archivi ancora inaccessibili e un po’ di ricordo e di affetto reale per quelli che furono e saranno sempre i loro cari.”

Scrivendo questo articolo non può che venirci in mente Mario Trudu, la cui storia è stata raccontata in questo articolo http://www.vallesabbianews.it/notizie-it/Morir%C3%B2-il-99/99/9999-50563.html e nell’articolo che trattava della presentazione della mostra che si è svolta a Salò dal 12 al 19 ottobre dei suoi libri e disegni.

Mario purtroppo non potrà vedere gli effetti di questa sentenza perché a seguito di alcune complicazioni successive all’operazione per un tumore, mal diagnosticato e non gestito per tempo, ha dovuto aspettare molti mesi per una tac, ci ha lasciati pochi giorni fa, dopo quasi 41 anni di carcere ininterrotto e senza potere vedere uno spiraglio di giustizia in tutta la sua vicenda.

Il nostro pensiero va a lui e a chi oggi, cerca giustizia, perché non è con le leggi o con la vendetta che si può sperare di vivere in un mondo giusto.

Valsabbin* Refrattar*