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Condanna e vendetta

giovedì, Ottobre 31st, 2019

Lo scorso 9 ottobre, la Corte dei Diritti Umani di Strasburgo ha bocciato il ricorso presentato dall’Italia contro la sentenza del 13 giugno che bocciava il regime dell’ergastolo ostativo, il cosiddetto “fine pena mai”.

La motivazione che la Corte ha addotto è che l’ergastolo ostativo si pone in contrasto con l’art. 3 della Convenzione che vieta la tortura, le punizioni degradanti e disumane, con ciò negando di fatto la possibilità per il detenuto di intraprendere un percorso rieducativo, in quanto “al soggetto detenuto non è possibile eliminare anche la speranza di un recupero sociale, ma a costui va riconosciuta la possibilità di pentirsi e di avere una possibilità di miglioramento delle proprie condizioni”.

Il ricorso presentato dall’Italia, sul tema di ergastolo ostativo di cui all’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario, aveva posto l’accento sulla pericolosità di certe condotte criminali, come quelle legate alle mafie e con ciò legittimando una reazione severa nei confronti di coloro che, aderendo ad una organizzazione mafiosa o terroristica, avessero come obiettivo quello di destabilizzare lo Stato.

Questa decisione, ricordiamo non vincolante per l’Italia, crea sicuramente un precedente importante che, oltre a mettere lo stato dinnanzi alle proprie responsabilità, potrebbe aprire la strada a numerosi altri ricorsi da parte di altrettanti detenuti che oggi versano appunto in condizioni disumane.

Questa sentenza ha avuto molto risalto sui media nazionali e ha scatenato tante reazioni, spesso rabbiose, tra le più comuni 2 domande, come si possa sconfiggere la mafia visto che la lotta si basi su queste pene e come chi è stato vittima possa avere davvero giustizia e vedere i colpevoli pagare per i propri crimini.

Pensare che una legislazione così possa sradicare un fenomeno sociale come è la mafia, nelle sue diverse denominazioni, che fonda le sue radici sulle ingiustizie sociali, è assolutamente folle; sono 30 anni che queste leggi sono attive e quei fenomeni non sono certo calati, anzi, e questo perché ne colpiscono solo i risultati e non certo le cause.

Per quanto riguarda la giustizia richiesta dalle vittime deve essere fatta una considerazione di premessa: i condannati all’ergastolo, possono usufruire di permessi “premio” dopo avere trascorso almeno 26 anni in prigione e questi possono essere accordati o meno. L’ergastolo ostativo, introdotto durante gli anni della legislazione di emergenza e di lotta alla mafia e terrorismo, nega di fatto la possibilità di usufruire di semilibertà o permessi e quindi in destino dell’ergastolano è quello di morire in carcere.

Queste persone devono trascorrere un periodo minimo di 26 anni in custodia dello stato che quindi avrebbe tutto il tempo avviare quei programmi di reinserimento, di recupero sociale che di fatto potrebbero portare in modo quasi naturale ad un cambiamento, all’ammissione e al pentimento. Ma le scelte finora adottate sono state quelle di definire queste persone eternamente colpevoli e quindi non meritevoli di alcun percorso o non meritevoli nemmeno della speranza.

Fatta questa premessa ci risulta davvero difficile comprendere come con questa vendetta rappresentata dal regime ostativo possa dare giustizia a chi è stato vittima e di come privando di qualsiasi legame con l’esterno, spesso anche sensoriale e sentimentale si possa pensare che un a persona possa “redimersi” o possa scegliere di collaborare con lo stato, in quella situazione con la veste di aguzzino. Il carcere duro fortifica gli animi e ne estremizza i tratti ed è fucina per nuovi e vecchi integralismi.

Questo concetto è stato ben espresso da Agnese Moro, che al di là della vicenda personale che l’ha coinvolta, ha saputo rendere l’idea di quale sia la reale intenzione di queste leggi o di chi con la bava alla bocca si augura di vedere marcire persone in una gabbia.

“Ci sono purtroppo tante vittime e il dolore terribile di chi resta che deve essere accolto e curato. E’ una responsabilità di tutti noi farlo. Ma, per esperienza, so che non si attenua e non passa perché il colpevole soffre; ma caso mai perché capisce le proprie responsabilità e cambia. Mi amareggia sempre vedere come, invece, il dolore delle vittime sia troppo spesso sfruttato come un’arma, da utilizzare contro provvedimenti che, se approvati o applicati, potrebbero far perdere qualche voto. Salvo poi dimenticare quelle stesse vittime quando chiedono piena applicazione delle leggi che le riguardano, l’apertura di archivi ancora inaccessibili e un po’ di ricordo e di affetto reale per quelli che furono e saranno sempre i loro cari.”

Scrivendo questo articolo non può che venirci in mente Mario Trudu, la cui storia è stata raccontata in questo articolo http://www.vallesabbianews.it/notizie-it/Morir%C3%B2-il-99/99/9999-50563.html e nell’articolo che trattava della presentazione della mostra che si è svolta a Salò dal 12 al 19 ottobre dei suoi libri e disegni.

Mario purtroppo non potrà vedere gli effetti di questa sentenza perché a seguito di alcune complicazioni successive all’operazione per un tumore, mal diagnosticato e non gestito per tempo, ha dovuto aspettare molti mesi per una tac, ci ha lasciati pochi giorni fa, dopo quasi 41 anni di carcere ininterrotto e senza potere vedere uno spiraglio di giustizia in tutta la sua vicenda.

Il nostro pensiero va a lui e a chi oggi, cerca giustizia, perché non è con le leggi o con la vendetta che si può sperare di vivere in un mondo giusto.

Valsabbin* Refrattar*

L’Italia sostiene la guerra

giovedì, Ottobre 31st, 2019

“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.”

L’Italia oggi, ha impiegato più di 6000 militari in 40 missioni militari, 24 di occupazione di stati liberi quali Libia, Somalia, Niger, Afganistan, Iraq e Libano, missioni causa delle migrazioni degli ultimi decenni.

Il costo annuo per le spese militari è pari a 27 miliardi di euro ovvero un obolo di 70 milioni al giorno, spese in costante aumento in questi ultimi anni. Una cifra astronomica, che equivale al costo di una manovra economica, pari a vari multipli del costo sostenuto per la manovra degli 80 euro, il cosiddetto reddito di cittadinanza o la quota 100.

Un costo anche sociale, che inquina l’economia e le imprese costringendole alla produzione di armamenti e bloccandole poi con la scusa del ricatto occupazionale, ci si informi sull’attività degli stabilimenti della Leonardo o della RWM in Sardegna e Ghedi, e sulle recenti mobilitazioni portuali a Genova, e che inquina anche la scuola, con le università che si trasformano in fucine finalizzate alla programmazione e progettazione dei più raffinati sistemi tecnologici di morte,

 

Basterebbe solo questo stillicidio di dati per farci rendere conto di quanto la costituzione venga puntualmente disattesa per degli interessi economici e l’articolo 11 non fa certo eccezione.

L’Italia promuove la vendita di armi e la fornitura di tecnologie militare a paesi in guerra e colpevoli di crimini contro l’umanità come l’Arabia Saudita impiegata in un terribile guerra in Yemen, e la Turchia, con la fornitura dei micidiali elicotteri A129 Mangusta, fiore all’occhiello della Leonardo, in grado di sparare più di 600 colpi al minuto e che proprio in questi giorni sta portando avanti un’offensiva contro le popolazioni del Rojava, il territorio curdo nel nord est della Siria.

Proprio la Turchia che grazie anche alle armi italiane sta attuando una pulizia etnica contro uno stato impotente e con l’ennesima minoranza, quella dei curdi.

Vittime come sempre, civili e bambini.

I curdi sono popolazione multietnica che negli anni recenti oltre ad aver combattuto e sconfitto daesh ha dato prova della capacità di costruire una società diversa, nella quale l’uguaglianza delle diversità è elemento fondante e la democrazia qualcosa di tangibile, tanto da mettere in vita molteplici progetti umanitari e ugualitari all’interno del confederalismo democratico.

L’Italia di fronte a questa ennesima guerra ha cercato di salvare la faccia dichiarando, successivamente ad altri stati europei, di avere sospeso la vendita forniture militari alla Turchia, embargo tardivo e ipocrita che ci fa davvero riflettere sulle responsabilità e sui reali interessi che muovono queste scelte.

Perché gli interessi economici impongono costante espansione, impongono avanzamento oltre ogni sentimento, umanità, senso, oltre ogni vita e la guerra è il modo migliore per fare avanzare sempre questa crescita.

Potrebbe essere per questo che sostenere la guerra turca contro uno stato impotente e soprattutto una minoranza pacifica, venga giustificato come chissà quale progetto politico internazionale o con la lotta a dei fantomatici terroristi, come vengono definiti i curdi dai turchi nonostante abbiamo contribuito a sconfiggere i veri terroristi dell’isis in quei territori.

Perché la ragion di stato, direzionata dalla ragione economica prevale su ogni senso di umanità, facendoci chiaramente comprendere la realtà, che l’Italia sostiene la guerra, l’ha sempre sostenuta e senza una chiara presa di posizione individuale la sosterrà, alla faccia di tutte le leggi, le morali e di tutti i pezzi di carta tra cui la costituzione…

Valsabbin* Refrattar*

 

Decreto insicurezza bis

giovedì, Agosto 15th, 2019

Con il presente scritto vogliamo proseguire l’analisi delle politiche securitarie approvate dal governo giallo verde in perfetta continuità con i precedenti governi, analisi trattata in questi quattro articoli pubblicati su questo giornale negli scorsi mesi.

Lo scorso cinque agosto il senato, con votazione compatta della maggioranza (movimento 5 stelle e lega) e voto contrario dell’opposizione, dato più da posizioni politiche che di reale opposizione nel merito, ha approvato il decreto sicurezza bis.
Lo stesso è stato immediatamente firmato dal presidente della repubblica Mattarella, che, subito dopo averlo firmato ne ha espresso particolari rilievi, chiedendo al parlamento di apportarvi alcune modifiche.
Analisi svolte da enti terzi hanno riscontrato evidenti violazioni della Costituzione e, come se non bastasse, hanno riscontrato violazioni anche di una decina di accordi e trattati internazionali, tra cui la Dichiarazione universale dei diritti umani (1948), la Convenzione europea sui diritti dell’uomo (1950), la Convenzione sullo Statuto dei rifugiati o Convenzione di Ginevra (1951), la Convenzione internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (1966), il Patto internazionale sui diritti civili e politici (1966), la Convenzione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo (1979), la Convenzione Onu sul diritto del mare (1982), la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (2000).
Il contenuto del decreto e le sue criticità erano ben note, la firma del presidente della repubblica poteva e doveva essere evitata, a maggior ragione quando queste politiche vanno a influire sulla vita o sulla morte di uomini e donne. La più alta carica dello stato questa attenzione la doveva avere.
Ma queste forse non sono valutazioni di nostra competenza quindi vediamo nel dettaglio cosa è il decreto sicurezza bis.
Il testo è composto da diciotto articoli che vanno a normare le due tematiche a cuore di questo governo, l’emigrazione e la repressione del dissenso nelle sue diverse forme di espressione.
Sul tema emigrazione sono state inasprite le sanzioni per chi offre solidarietà, con pene assolutamente sproporzionate.
E’ prevista una sanzione va da 150 mila euro fino a un milione per il comandante della nave “in caso di violazione del divieto di ingresso, transito o sosta in acque territoriali italiane” con l’aggiunta del sequestro della nave.
Non deve essere dimenticato che in gioco ci sia sempre la vita di qualche disperato.
Sono inoltre stati stanziati 500 mila euro per il 2019, un milione di euro per il 2020 e un milione e mezzo per il 2021 per il contrasto al reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per operazioni di polizia sotto copertura.
Ma la cosa forse più vergognosa è che questo decreto abbia dato proprio al ministro dell’Interno (con un piccolissimo conflitto di interessi) il potere di applicazione di queste norme; testualmente, il ministro dell’interno “può limitare o vietare l’ingresso il transito o la sosta di navi nel mare territoriale” per motivi di sicurezza, quando si pensa che sia stato violato il testo unico sull’immigrazione e sia stato compiuto il reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”.
I dati dello stesso ministero, dipartimento di pubblica sicurezza, pubblicati il quattordici agosto certificano che dal primo gennaio siano sbarcate in Italia 4269 persone.
Che questi decreti, queste politiche, siano fatti per puri interessi elettorali è alquanto palese.
Per quanto riguarda la repressione del dissenso sono state praticamente raddoppiate tutte le pene per chi, durante manifestazioni pubbliche, compie atti che potrebbero comportare un pericolo della sicurezza dei partecipanti come il travisamento, l’utilizzo di petardi o fuochi e ed è stata aggravata la posizione per i condannati per devastazione e saccheggio.
Devastazione sono le grandi opere come il tav o il disastro del ponte Morandi, e saccheggio è l’ilva di Taranto o le tangenti legate alle grandi opere.
Il decreto sicurezza bis ha inoltre introdotto l’obbligo di comunicare all’autorità di pubblica sicurezza entro le ventiquattro ore, le generalità delle persone ospitate negli alberghi o in altre strutture recettive. Un passo avanti verso il grande fratello.
Sul tema repressione vogliamo ricordare che è dai fatti di Genova del 2001, dove lo stato italiano è stato condannato dai tribunali internazionali per tortura per i fatti della scuola Diaz o della caserma di Bolzaneto che si è più volte chiesto, oltre ad un’assunzione di responsabilità, una legge che la rendesse illegale e parallelamente è da molto che si chiede che le forze dell’ordine siano dotate dei numeri identificativi, come tra l’altra accade in quasi tutti i paesi europei.
Ma la risposta è che la sicurezza è un fatto unidirezionale.
Significativa è la storia di Paolo Scaroni che nel 2005 è stato macellato dalle fdo in stazione a Verona dopo la partita Verona Brescia e reso invalido al cento per cento e che, dopo quattordici anni non abbia visto alcuna condanna per i suoi carnefici. A luglio sono stati assolti per insufficienza di prove ed ha avuto un risarcimento di più di un milione di euro.

Lo stato che si assolve e che è pronto a pagare un rimborso, perché la vita delle persone, siano esse migranti, solidali o vittime di soprusi per lo stato è una mera questione economica.

La solidarietà espressa e praticata da chi lotta per un futuro migliore, non può essere monetizzata, troppo alti sono quei sentimenti di libertà e solidarietà, troppa è l’umanità per questa classe politica ben rappresentata da chi, con la bava alla bocca, brama sicurezza trovando sempre nel più povero il nemico da combattere.

Un pensiero per tante e tante riflessioni.

Valsabbin* Refrattar*

Morirò il 99/99/9999

venerdì, Agosto 2nd, 2019

Ciao, sono Mario Trudu, sono nato l’undici marzo del 1950 ad Arzana in Sardegna ed ho poche cose certe nella vita, tranne una: morirò il 99/99/9999.

Mario non è un profeta, non lo era nemmeno Andrea Pazienza, che aveva previsto la sua morte il 6 gennaio 1984 ma che ci ha lasciati nel 1988, Mario, assieme ad un migliaio di altre persone, molto più semplicemente è un ergastolano condannato all’ergastolo ostativo.

Il codice penale prevede due forme di ergastolo, quello “normale” che dopo 26 anni di pena espiata, dà la possibilità di accedere alle varie forme di libertà condizionali e quello ostativo, il fine pena mai o il fine pena il 99/99/9999 che esclude qualsiasi forma di beneficio.

Mario non lo abbiamo mai incontrato e purtroppo non lo incontreremo mai, ma Mario da qualche tempo è sempre con Noi.

L’abbiamo conosciuto attraverso i suoi disegni e i suoi racconti che stanno girando con una splendida mostra per il Trentino e per il nord Italia, ma anche attraverso i libri che ha scritto e che raccontano la sua vita e la sua storia.

La storia di un pastore sardo che, figlio dei suoi anni e della legislazione di emergenza è stato condannato, prima per un fatto di cui si è sempre dichiarato innocente e poi per essersi preso la responsabilità di un sequestro terminato purtroppo con la morte dell’ostaggio durante le concitate fasi della liberazione e di non avere rivelato i nomi dei suoi complici, pagando a caro prezzo, ossia col regime ostativo, quella scelta.

La sua storia l’abbiamo vissuta attraverso i disegni, fatti con la penna scura, nera, perché il tempera matite per questioni di sicurezza in regime ostativo è vietato, ricordano il suo bel paesello, gli attrezzi che venivano usati dai contadini di allora, le persone, i nomi e i soprannomi in sardo, definiti con un dettaglio memonico incredibile, ma trattano anche dell’esperienza carceraria, della lontananza dagli affetti e dell’isolamento dal mondo che il carcere porta.

Una memoria che dopo 40 anni viene meno; Mario racconta che durante il permesso per il funerale del cognato, permesso di un paio d’ore, 120 minuti in una vita, la memoria faceva scambiare i nipoti per gli zii, le figlie per le madri, e che indica quanto un regime carcerario così porti solo a svilire l’essere umano.

Vederli e sentire le sue vive parole ha toccato tasti che non ci potevano lasciare indifferenti.

In maggio Mario ha compiuto 40 anni di carcerazione e tolto una breve latitanza di 6 mesi e pochi di permessi di qualche ora, ha trascorso tutti questi anni rinchiuso in vari carceri continentali e solo nel 2017, per gravi problemi di salute e a seguito di molte richieste, è potuto tornare in Sardegna, sempre in carcere ma almeno vicino alla sua famiglia.

Le condizioni di vita da murato vivo, hanno portato allo sviluppo di alcune patologie, una fibrosi polmonare conclamata (endemica nelle carceri) e recentemente gli è stato diagnosticato un tumore alla prostata. Il primo agosto il suo avvocato ha denunciato che da più di due mesi Mario sta aspettando una Tac per potere capire la gravità del tumore e più di un anno fa, considerate le precarie condizioni di salute, incompatibili con la vita carceraria, ha richiesto che Mario potesse scontare la pena a casa della sorella, ma Mario deve ancora pagare caro il suo silenzio, e dalla domanda non ha avuto alcuna risposta.

Di fronte alla possibilità di trascorrere tutto questo tempo in carcere ha chiesto allo stato che la sua pena detentiva si potesse tramutare in pena di morte, ma lo stato italiano non la prevede, preferisce farti morire giorno per giorno isolato in una cella.

La pena di morte creerebbe molto più clamore e scandalo, come in passato è successo (basti pensare a Sacco e Vanzetti), il fine di questa detenzione è annullare le persone ma anche il loro ricordo.

Ma Mario, come Carmelo Musumeci (per chi non lo conoscesse l’unico ergastolano a cui è stato tolto il regime ostativo, divenuto recentemente noto scrittore) e tanti altri e tante altre, ai tentativi di annullamento di qualsiasi impulso umano insiti nel sistema carcerario hanno voluto reagire, gridando al mondo cosa sia realmente la situazione detentiva fatta di soprusi, abusi e di domandine per qualsiasi cosa, anche per le necessità essenziali di una persona; un sistema che nemmeno lontanamente mira ad una qualsiasi forma di riabilitazione ma soltanto al contenimento fisico e psicologico.

Loro questa vita la stanno vivendo dentro e con piena consapevolezza delle privazioni che quella situazione porta. Per meglio cogliere quanto la vita vissuta “dentro” debba farci riflettere, riportiamo le parole di Carmelo Musumeci che alla notizia della carcerazione prima e della scarcerazione poi di uno dei pochissimi colletti bianchi finiti dentro, nello specifico Formigoni, ha reagito con un semplice:” bene, visto il sovraffollamento uno in meno, qualcuno starà più comodo”.

Mario non morirà il 99/99/9999, il suo corpo, come tutti, lascerà questo mondo terreno prima, ma le sue opere e le sue parole una volta incontrate non ci lasceranno mai e il suo sentimento di libertà e la sua integrità nemmeno.

Indipendentemente dal motivo che porta alla carcerazione, l’ergastolo ostativo rappresenta l’ennesimo buco nero di un sistema carcerario finalizzato solo alla detenzione e costrizione, rappresentato perfettamente da chi vuole vedere uomini o donne marcire in carcere quando di fronte alle proprie responsabilità risulta vile e servile nei confronti dei suoi padroni, risultando macchietta al cospetto di chi non ha nulla se non la propria dignità.

E di fronte a tanta mediocrità, col cuore colmo d’amore, non possiamo che essere i megafoni della loro libertà.

Valsabbin* Refrattar*

Per chi volesse approfondire:

Tutta la verità. Totu sa beridadi. Storia di un sequestro Mario Trudu 2015

Cent’anni di memoria. Elogio dei miei vecchi Mario Trudu 2016

Emigrazione: tra percezione e realtà

martedì, Maggio 14th, 2019

Alcuni dati statistici che definiscono un chiaro trend, ci hanno spinti a scrivere questo articolo che ha la sola pretesa di raccontare dal nostro punto di vista la situazione migratoria italiana

I primi dati considerati sono quelli elaborati dal centro studi Idos (organizzazione indipendente sponsorizzata tra gli altri da Unar, Caritas e Chiesa Valdese) che, nel 2017, ci dicono che se ne sono andati dall’Italia circa 285 mila cittadini.

È una cifra enorme e che si avvicina al record di emigrazione del dopoguerra, quello degli anni ‘50, quando a lasciare il Paese erano in media 294 mila Italiani l’anno.

L’altro dato è stato riportato dal direttore generale per gli Italiani all’Estero della Farnesina Luigi Maria Vignali, presentando il nuovo romanzo di Chiara Ingrao “Migrante per sempre”:

«Negli ultimi cinque o sei anni abbiamo registrato un aumento di oltre un milione di italiani negli schedari consolari», ha detto Vignali, ricordando che all’ISTAT «parlano di 115-120mila partenze all’anno».

E ha commentato: «Gli italiani che partono e che sono all’estero sono molti di più di quello che le cifre ufficiali non dicano».

Grazie ai vergognosi accordi stipulati dal governo italiano nella persona dell’ex ministro degli interni Minniti (Pd) e i vari Ras libici, che hanno portato alla creazione di veri e propri lager, gli “sbarchi” negli ultimi 2 anni sono crollati, attestandosi nel 2019 a 335 persone sbarcate al 15 marzo scorso (dati ministero degli interni).

Stime parlano di 700 mila o un milione di uomini e donne bloccati in Libia, in condizione inumane.

Una situazione che non può che metterci davanti alla realtà africana ma anche a quella italiana, di un paese che emigra e che, incapace di affrontare i propri problemi, preferisce cadere nella facile illusione che il problema sia sempre qualcun altro, sia esso l’Europa o gli altri emigranti.

Un paese che pian piano sta cadendo nella trappola della paura.

La paura che fa odiare il diverso, chi puzza come noi di fame, perché è facile e comodo prendersela con una famiglia Rom, come sta accadendo vergognosamente a Roma ed è facile seguire le campagne elettorali basate sul nulla ma condite dall’odio del diverso, che prendersela con chi queste situazione le crea se non favorisce.

E i fascisti di oggi e di allora sanno come cavalcare la paura del più debole, nella loro mediocrità sanno chi li protegge e contro chi possono andare.

Certo è molto più difficile prendersela con chi nella quotidianità sfrutta il nostro tempo chiedendoci di lavorare gratis con stage o tirocini o con stipendi da fame, chi ci fa morire sul lavoro o ci fa ammalare per risparmiare o meglio guadagnare di più, chi alla prima rata che salta ci sfratta e chi con i comportamenti clientelari e corrotti ci nega un futuro dignitoso e ci sta obbligando ad emigrare.

 

Non dimenticate che i vari fascisti o i leghisti quando vi trovate in queste situazioni di difficoltà non li troverete mai al vostro fianco.

Vi vogliamo invitare a chiedere a chi se n’è andato dall’Italia quali siano state le motivazioni che li hanno spinti a partire.

Noi l’abbiamo fatto e vi assicuriamo che tra le prime motivazioni, non c’è la paura del diverso, perché sanno benissimo che uscendo dai nostri paesi sono diventati loro stessi “diversi”.

Dei diversi con un grande potenziale umano da sviluppare e forse molto meno diversi di quanto una persona si possa sentire diversa qui da noi.

Chiedetelo e abbiate il coraggio di ammettere quanta mediocrità ci sia in certe scelte, scelte spesso fatte di compromessi, fatte di soldi in nero, di favori dati o ricevuti, di maggiore sicurezza a scapito della libertà e fatta di paura.

La paura che spinge a chiedere di essere protetti rafforzando i controlli delle frontiere respingendo barconi di disperati in mezzo al Mediterraneo o costruendo muri.

Perché non è alzando muri o inasprendo i controlli ai confini che si possono interrompere i flussi migratori, la gente non si è mai fermata e mai si fermerà.

Queste linee immaginarie tracciate su dei pezzi di carta chiamate confini non servono ad impedire all’umanità migrante di muoversi.

La “democratica” Ungheria di Orban ci deve essere di monito: appena è stata terminata la barriera che separa l’Ungheria dalla Serbia il parlamento ha approvato una legge speciale per innalzare le ore annue di straordinari obbligatorie da 250 a 400.

Dobbiamo davvero chiederci se quel muro, quella lunghissima rete, sia fatta per rendere impossibile l’entrata o l’uscita dall’Ungheria.

Pezzi delle nostre vite, dei nostri affetti e del nostro presente se ne stanno andando alla ricerca di un futuro fatto di dignità, uguaglianza e libertà e tanti altri pezzi di altre vite stanno arrivando intrecciando le nostre.

E noi tra questa umanità migrante e chi cade nella trappola della paura, sappiamo davvero da che parte stare.

 

Con Rabbia Valsabbin* Refrattar*

Decreto insicurezza: Pronti via!

giovedì, Febbraio 28th, 2019

Neanche il tempo di terminare le riflessioni sul tema e sono subito arrivati i primi effetti nefasti del decreto n°113 il cosiddetto “decreto sicurezza” approvato lo scorso 5 ottobre e analizzato in 3 articoli su questo giornale.

Due i fatti che abbiamo voluto collegare in questo articolo, la rivolta dei pastori sardi e il recente arresto di 2 imprenditori bresciani accusati di caporalato.

In questi giorni abbiamo assistito alle manifestazioni dei pastori sardi che si sono mobilitati e hanno bloccato l’intera isola, articolate attraverso pratiche diverse sempre non violente, che hanno visto blocchi stradali, blocchi dei tir carichi di merci estere e le eclatanti scene del latte gettato in strada.

Nell’immaginario più romantico il pastore è la raffigurazione della sacra tradizione ancestrale, del sacrificio, del lavoro, della famiglia. Ma attenzione. Un insieme di valori su cui è facile edificare l’ “italianità”. A pensarci bene non si tratta di valori italiani, ma di valori universali, riconducibili a donne e uomini di qualsiasi colore o provenienza, accomunati dal solo desiderio di provvedere al futuro dei propri figli e della propria casa, radicati nella propria terra (fino a quando non gli viene espropriata). Non credete?

Lavoro e sacrificio. Se non ci sono bandiere, ci si sente solidali con chi si rivolta in preda alla disperazione di non arrivare a fine mese.

Purtroppo, questo vale maggiormente se chi si rivolta è bianco ed è un lavoratore. Come è valso per i gillet gialli in francia (tutt’ora proseguono le manifestazioni), la cui protesta è dal primo momento parsa legittima al giudizio dell’opinione pubblica che ormai si misura facilmente sui social. E’ iniziata con il pretesto del prezzo della benzina, ma ha visto estendere le proprie rivendicazioni in termini di salari, tasse e diritti assistenziali ed è fortemente intenzionata a far cadere il governo Macron.

Ebbene, da noi la sommossa riguarda i pastori sardi e le proteste sono scoppiate per la richiesta dei pastori di reddito e dignità, chiedendo un prezzo del latte in linea con una vita dignitosa e un blocco dell’importazione di alimenti esteri che, costando meno, provocano il crollo dell’economia dell’isola.

Protesta cavalcata da chi è sempre in prima linea e a cavallo dell’opinione pubblica, ed è bravo a prendersi la parte. “Nessun manganello contro ai sardi”.

In realtà quella che si sta compiendo è una trattativa economica sui prezzi basata su vendita-acquisto. E’ bene non farsi prendere troppo dall’immagine bucolica del contadino contro i poteri politici (in questo caso, cosa mai dovrebbe rappresentare chi ha vinto le elezioni?). Si tratta di uno scontro legato a problemi di mercato, che vede i pastori come l’ultimo anello della catena di produzione per cui producono solamente la materia prima.

Questo trae origine dal fenomeno di colonnizazione della Sardegna, quando le industrie del nord italia operarono una privatizzazione crescente del territorio distruggendo quell’economia di sussistenza che integrava diverse attività agro-pastorali in un sistema comunitario.

Insomma erano sì poveri ma, si può dire, autosufficienti.

Si è poi affermata o meglio dire imposta, la produzione del pecorino romano la quale è destinata per la maggior parte a coprire i grossi consumi americani e che rende l’economia della Sardegna in stato di dipendenza.
Questo fenomeno è per intenderci lo stesso per cui in Africa le multinazionali impongono monocolture di cacao soppiantando foreste, boschi, villaggi, famiglie. E’ una tra le principali cause dell’emigrazione e quindi dell’impossibilità di sviluppo indipendente di paesi economicamente sottomessi. (Si digiti “land grabbling” per approfondire).


Le motivazioni di questa protesta non possono essere limitate alle seppur giuste rivendicazioni economiche; dietro a queste proteste c’è anche la forte critica all’occupazione militare della Sardegna, occupazione che vede i pastori dovere chiedere permesso ai militari per pascolare le greggi in terreni inquinati dal materiale bellico e che non possono neppure denunciare gli effetti catastrofici di questo inquinamento in primis agli animali e poi ai pastori stessi per non rischiare di vedere il prezzo di latte, formaggi e agnelli crollare. Alla faccia dei padroni a casa nostra.

La protesta dei pastori sardi ha suscitato sentimenti di empatia e solidarietà certamente anche da parte di noi valsabbin*.

 

Ma arriviamo al punto. Grazie al decreto Sicurezza, finito il clamore della protesta e passato il gran circo mediatico delle elezioni sono immediatamente scattate le denuncie per blocco stradale, reato depenalizzato nel 1999, ripristinato col decreto sicurezza e che prevede pene fino ad un massimo di 12 anni.
Effetto esattamente contrario di chi a parole mette prima la sicurezza o prima gli italiani e nella realtà è sempre stato dalla parte di chi mette prima il guadagno alla dignità.

Di chi non usa i manganelli sui sardi ma passa direttamente alle manette.

 

Veniamo ora all’altra notizia, proprio fresca fresca di questi giorni, che è l’arresto di 2 imprenditori brescianissimi accusati di caporalato.

Senza voler essere giustizialisti con la bava alla bocca, pare che i 2 titolari della società Demetra, supportati da novelli capò indiani, reclutassero operai da impiegare nelle imprese agricole conniventi tra la franciacorta e la bassa bresciana. Imprese agricole ovviamente italianissime.

La notizia di per sé non ci stupisce molto, la stagionalità e la durezza di certi lavori agricoli è stata spesso terreno fertile per queste forme di sfruttamento anche se il fenomeno è sempre stato più diffuso al sud che al nord.

Quello che ci deve fare riflettere è che, i luoghi di reclutamento di questi nuovi schiavi sono diventati i centri di accoglienza, e questi nuovi schiavi sono diventati questi emigranti che, peggio di prima, col taglio della formazione, dell’inserimento lavorativo e la trasformazione di permessi di soggiorno umanitari in lavorativi si trovano in balia del padronato sfruttatore.

Lavoratori privi di qualsiasi forma di sostegno e sostentamento costretti a lavorare per meno di 5€ all’ora in lavori stagionali, quindi concentrati in pochi giorni o poche settimane  che non garantisce la possibilità di avere un alloggio e che successivamente li costringe ad andare in mezzo ad una strada aumentando così la percezione dell’insicurezza.

Per capire quanto possano essere pagati, pensate che nella piana di Rosarno dove vengono sfruttati gli immigrati, un kg di arance destinate alla produzione delle lattine di aranciata viene acquistato dalla Coca Cola a meno di 7 cent.

Due eventi diversi tra di loro ma legati dalla volontà dello stato che, con la scusa della sicurezza, reprime qualsiasi manifestazione di dissenso, anche quelle mosse dal desiderio di una vita dignitosa e

della difesa del “made in Italy”,repressione che ha come fine la restaurazione di vecchie e nuove forme di schiavitù sempre a favore del potere economico.

Una vergogna verso cui non abbassiamo la guardia!

Alla prossima.

Valsabbin* Refrattar*

Decreto insicurezza: la questione migrante

martedì, Febbraio 5th, 2019

Con questo articolo continuiamo l’analisi delle norme contenute nel decreto sicurezza, approvato lo scorso dicembre, soffermandoci su quell’aspetto di “lotta all’immigrazione” in esso contenuto.

Le norme prese in considerazione in questo articolo sono quelle contenute nel titolo I: “Disposizioni in materia di rilascio di speciali permessi di soggiorno temporanei”.  Questa sezione si sviluppa in una ventina di capitoli, con l’intento di normare l’accesso, il concentramento, la selezione, e la messa a lavoro della manodopera migrante sul territorio nazionale.

L’analisi è assai complessa e richiederebbe molto spazio, cercheremo quindi di analizzare le situazioni dove è più evidente la contraddizione tra la propaganda con cui è ammantato questo decreto e la realtà normativa e sociale.

Lo facciamo partendo dall’articolo 2 “Prolungamento della durata massima del trattenimento dello straniero nei centri di permanenza per il rimpatrio e disposizioni per la realizzazione dei medesimi centri” dove vengono definite le modalità per la costruzione di quelli che possono essere definiti campi di concentramento, non meno brutali di quelli costruiti in Libia conseguenti agli accordi tra l’allora ministro degli esteri Minniti (Pd) e i vari clan libici.

 

In questi campi verranno rinchiusi i migranti al fine di selezionarli come forza-lavoro, o di espellerli incrementando così anche i profitti della macchina delle espulsioni. Citiamo testualmente: “Al fine di assicurare la tempestiva esecuzione dei lavori per la costruzione, il completamento, l’adeguamento e la ristrutturazione dei centri (…), per un periodo non superiore a tre anni (…) è autorizzato il ricorso alla procedura negoziata senza previa pubblicazione del bando di gara”.

La solita Italia del malaffare dell’emergenza utile solo per fare profitto.

Viene inoltre prolungata la detenzione delle persone in attesa di espulsione, da 90 a 180 giorni, gran bel regalo per le cooperative ed i consorzi che si sono o che si aggiudicheranno gli appalti, ed ennesima menzogna di chi millanta di volere espellere tutti gli “irregolari” in tempi brevissimi.

Continuiamo poi con l’articolo 6, che tratta l’incremento dei fondi per finanziare il giro d’affari dei rimpatri. Anche qui citiamo testualmente: “Al fine di potenziare le misure di rimpatrio, il Fondo (…) è incrementato di 500000 euro per il 2018, di 1500000 euro per il 2019, e di 1500000 euro per il 2020”.

Senza entrare nel merito del concetto di rimpatrio ricordiamo solo che chi con una mano utilizza soldi pubblici per rimpatriare persone è lo stesso che con l’altra si è intascato 49 milioni di euro illecitamente e non si è nemmeno costituito parte civile nel processo ai ladroni, rendendosi così corresponsabile del furto. Quantomeno dubbia la sua posizione.

Da bambini ci hanno insegnato che è ladro chi ruba o tiene il sacco aperto ma anche chi si gira dall’altra parte per non vedere.

Se analizziamo l’affare che sta dietro al meccanismo delle espulsioni, i rimpatri prevedono costi e procedure onerosi il cui costo medio si aggira attorno ai 6000 euro a persona e rileviamo che, nel 2017, lo Stato ha realizzato 7000 rimpatri a fronte dei 32000 previsti. Dopo il “decreto sicurezza”, 40000 persone verranno espulse dai centri di “accoglienza” senza essere rimpatriati e senza documenti per lavorare entrando di fatto in una situazione di “clandestinità” (cifra che sarà destinata ad aumentare con il ridimensionamento della “seconda accoglienza”). Ci rendiamo così conto di quanta ipocrisia ci sia dietro ai discorsi della propaganda ufficiale e di come i problemi non vengano risolti e di come queste norme andranno solo ad aumentare il disagio sociale.

A partire dal capitolo 18, vengono articolati i nuovi permessi di soggiorno, con l’introduzione di cinque nuovi tipi: per protezione speciale, per calamità, per cure mediche, per atti di particolare valore civile e per casi speciali.

Tutti questi permessi sono caratterizzati dalla revoca di alcune misere tutele che erano garantite in precedenza, come l’impossibilità di accedere al servizio sanitario o alla difesa legale gratuita, fino ad arrivare alla riduzione del tempo di permanenza sul territorio nazionale.

L’intento è quello di trasformare il “profugo umanitario” in un migrante economico e come tale sfruttabile, con permessi di soggiorno sempre più precari e con tempistiche di permanenza legate alle esigenze dell’economia nazionale.

I cosiddetti “centri di seconda accoglienza” (SPRAR) ora potranno “accogliere” o solo minori non accompagnati (quindi le famiglie saranno deportate nei CPR centri di permanenza per il rimpatrio) o chi ha già ricevuto una delle tipologie di permesso di soggiorno temporaneo.

I cosiddetti “richiedenti asilo” verranno concentrati nei vecchi e nei nuovi CPR diffusi su tutto il territorio nazionale, un vero e proprio arcipelago di lager dove concentrare manodopera a disposizione di Stato ed imprenditori che lucrano sull’accoglienza, togliendoli dalla vista. Lo stato spenderà quindi soldi per la loro detezione anziché investirli in progetti di inserimento in cui lavorerebbe la gioventù formata italiana.

Alla faccia dei modelli virtuosi di accoglienza diffusa.

Ciò che è sicuro e che balza immediatamente all’occhio, è il regalo ulteriore fatto agli imprenditori italiani per avere a disposizione subito una grande massa di potenziali schiavi iper-ricattabili e che si dibattono in condizioni di sopravvivenza disumane. La classe imprenditoriale e terra tenente ricava profitto dallo sfruttamento della manodopera “clandestina” una media di 12,7 miliardi all’anno; nel mezzogiorno d’Italia “clandestino” è un lavoratore straniero su tre.

 

Negli ultimi anni, a causa degli accordi stipulati dall’UE con i governi di paesi che si affacciano sul Mediterraneo (Libia, Tunisia, Marocco, Egitto e Algeria e paesi di transito come il Niger), oltre che attraverso protocolli d’intesa tra le polizie, il controllo delle frontiere esterne funziona sempre meglio, con un calo degli sbarchi pari a -87,12% rispetto al 2016 e -80,42% rispetto al 2017 (dati del ministero dell’interno dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2018 al 31/12/2018).

Guardando alla stretta sull’accoglienza, vediamo la diminuzione del finanziamento pro capite che passa dal tetto massimo dei 35€ a cifre che vanno dai 19 ai 26 € (il coupon giornaliero che arriva al migrante è di 2,50€, quando le cooperative rispettano le regole) e che comporta sempre meno servizi formativi ai migranti.

Con le nuove regole di accesso alle strutture d’accoglienza, si prediligeranno i grossi centri (Cas centri accoglienza straordinaria e Cara centri accoglienza per i richiedenti asilo) con una rimessa in discussione del (comunque poco utilizzato) sistema Sprar.

Vediamo come sia chiaro l’intento di non mettere “in sicurezza” la questione immigrazione ma anzi l’intento è quello di sregolare la gestione creando un migrante non istruito, a cui non viene insegnata una lingua, che non viene inserito in alcun percorso lavorativo, sempre più precario, insicuro e ricattabile. Spinto a delinquere per sopravvivere tornerà così utile al gioco politico messo in piedi

Abbiamo voluto chiamare questo articolo “questione migrante” con un chiaro riferimento alla tristemente nota questione ebraica.

Allora gli ebrei furono additati come anti patrioti, ladri e accusati di qualsiasi problema; per loro la propaganda portò all’approvazione delle norme che dapprima li isolarono e poi li eliminarono, norme speciali che furono pensate anche per le altre fasce o segmenti della società come per gli asociali, gli oppositori politici, i portatori di handicap, gli omosessuali insomma a tutti i “diversi“.

Oggi sappiamo come è andata, sappiamo quanta sofferenza c’è stata e sappiamo chi è stato sconfitto e come è stato sconfitto.

Sappiamo quanto disprezzo prova il potere per i poveri e come se ne serve per dividere la società potendo prosperare e fare affari impunemente.

Oggi le nostre armi vogliono essere una penna, una tastiera e un cervello pensante.

Non spegnete il cervello, non fatevi fregare dalla sicurezza, perché la storia ci insegna che le prime vittime della sicurezza sono i poveri e le nostre libertà.

 

Valsabbin* Refrattar*

Decreto insicurezza: caccia al povero

mercoledì, Gennaio 30th, 2019

Con questo secondo articolo continuiamo l’analisi delle norme contenute nel decreto sicurezza, approvato lo scorso dicembre, soffermandoci su quell’aspetto propagandistico di “lotta alla povertà” con cui si giustificano alcune di esse, e smascherando quella che nella realtà rappresenta un’ulteriore percossa ai poveri e alle loro manifestazioni di dissenso.

Parte di queste norme sono contenute nel Titolo III: “Disposizioni in materia di occupazione di immobili”, che verranno analizzate nel dettaglio; altre ne troviamo nella struttura con cui è stato pensato questo decreto, scritto nel solco di quelli approvati dagli ultimi governi.

Altro che “eliminazione della povertà”. Con il decreto Sicurezza e le modifiche che questo impone in materia di controllo sociale e gestione migranti quello che si profila è a tutti gli effetti ciò che senza imbarazzi possiamo definire una guerra dichiarata ai subalterni, volta a peggiorare le condizioni e le opportunità di vita dei meno abbienti – italiani e stranieri allo stesso modo – e a colpire chiunque alzi la testa.

Evitando fraintendimenti del tipo “e allora il PD?” precisiamo che l’acclamato decreto si va ad inserire in perfetta continuità con le politiche dei governi precedenti, condito solamente da una propaganda di diverso colore.

Dietro le quinte continua la costante riduzione dei diritti dei lavoratori e le manovre penali che vanno a colpire, come abbiamo visto nel primo articolo, le forme che si sono date maggiormente le lotte sociali nell’ultimo decennio, dal blocco stradale al corteo spontaneo, dal picchetto all’occupazione di immobili per far fronte all’emergenza abitativa.

 

A tal proposito il “Piano casa” del governo Renzi nel 2014 introdusse “Norme specifiche per la lotta all’occupazione abusiva di immobili”, bloccando la possibilità di richiedere la residenza e l’allacciamento a pubblici servizi di luce, acqua e gas a chi occupava una casa abusivamente.

Oggi col decreto viene colpita la possibilità di avere un alloggio per i poveri, aumentando considerevolmente le pene per gli occupanti, e prevede dei censimenti (di cui se ne occupano anche aziende a partecipazione privata) sulle occupazioni di immobili e dei piani provinciali per meglio eseguire i provvedimenti di sgombero.

Facile immaginare che al posto di ottimizzare, migliorare e meglio gestire le pubbliche assegnazioni di un alloggio, vengono sempre più colpite le lotte sociali.

Come abbiamo visto anche nel primo articolo, il disegno è chiaro ed è diretto a penalizzare pesantemente tutte le forme di dissenso.

 

Insomma, con il decreto Sicurezza il governo intensifica il controllo sociale e lascia sempre meno spazio di libertà e opposizione. Incappare in contravvenzioni o peggio in sanzioni penali è molto più facile per chi non ha niente dal momento in cui nessun diritto è garantito e il costo sempre più alto della quotidianità impone la necessità perlomeno di un lavoro stabile. Il prezzo della “sicurezza”, è accettare la precarietà.

 

A proposito di precarietà, sempre in linea con i governi precedenti, vogliamo aprire una parentesi sul reddito di cittadinanza, introdotto come una svolta sul piano sociale, ma che possiamo considerare come parte di un sistema di sfruttamento.

Basti pensare che per mantenere l’assegno è necessario accettare lavori proposti sempre più lontano dalla propria residenza accettando quindi la prima proposta dell’agenzia interinale di turno.

Questo inoltre, data la maggior incidenza della povertà nel Sud Italia, vede in maggior ragione la necessità di migrare al Nord, dove il costo di vita ha una soglia più alta rispetto alla somma erogata, inizialmente prospettata ad un massimo di 780 euro e ritoccata al ribasso con gli ultimi sviluppi.

Reddito di “cittadinanza” (che ricordiamo non è concesso agli stranieri con meno di dieci anni di residenza) che non concede, casomai fosse possibile, la possibilità di accumulo (risparmio mensile) ma deve essere interamente consumato.

 

Col decreto sicurezza la precarizzazione e la ricattabilità la troviamo applicata anche ai migranti che dopo il lungo iter hanno acquisito il permesso di soggiorno e per i “casi speciali” di rilascio del permesso di soggiorno che sono vincolati ad un contratto a tempo indeterminato per mantenerlo; cosa che ha una sua logica ma che ovviamente li rende soggetti a qualsiasi tipo di intimidazione, per la felicità di cooperative e consorzi che si aggiudicano i grossi appalti e lucrano sullo sfruttamento utilizzando il ricatto come arma contrattuale.

 

Veri e propri regali alle imprese che da parte loro ricevono invece finanziamenti dallo stato e quelle che sembrano norme anti-divano sono in realtà una spinta verso le grinfie delle agenzie per l’impiego e un affarone per i soliti noti.

 

Poveri italiani e poveri migranti che condividono lo stesso destino fatto di precarietà e sfruttamento, alla faccia di chi utilizza slogan come “prima gli italiani”. Ci si dovrebbe chiedere quali…

 

La propaganda a cui siamo abituati e sulla quale innegabilmente l’attuale governo ha costruito la propria politica non può che precipitare di fronte ai fatti: la sicurezza che vogliamo è fatta di casa, sanità, lavoro e dignità e la lotta di cui necessita è quella allo sfruttamento e alla precarietà che ci vogliono imporre.

Non di leggi che si accaniscono sul migrante, di polizia e telecamere, pistole

elettriche e sanzioni per chi manifesta un’idea diversa o chiede diritti.

Invitiamo a riflettere su come queste mosse di governo stiano fortificando un sistema di gerarchizzazione e sorveglianza, riducendo la possibilità di esprimere dissenso. E a pensare, perché un giorno potreste trovarvi a dissentire e scoprirete che sarà troppo tardi.

 

Arrivederci al prossimo articolo

 

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Decreto insicurezza

giovedì, Gennaio 24th, 2019

Il 5 ottobre 2018 è entrato in vigore il decreto di legge n. 113 il cosiddetto decreto sicurezza, incluso tra i punti del “contratto di governo” stipulato dal Movimento 5 Stelle (che per semplicità nell’articolo abbrevieremo in m5s) e dalla Lega successivamente alla formazione del governo.
Il decreto, che incorpora misure sull’immigrazione, cosa alquanto strana e che già di per sé rende evidente l’intento propagandistico legando la sicurezza all’immigrazione, pone tra la sicurezza come punto fondamentale, con una serie di norme liberticide.
Questo è il primo articolo di tre che vogliono avere la presunzione di analizzare e criticare nella sostanza questo decreto, smontando pezzo pezzo l’alone propagandistico che lo circonda parlando nel dettaglio delle norme in esso contenute.
I 3 articoli tratteranno in ordine della lotta alla repressione e al dissenso, della non gestione della questione migrante e della lotta che da anni continua contro i poveri e non certo contro la povertà.
In questo primo articolo affronteremo quindi le norme che riguardano la lotta alla repressione e al dissenso contenute nel Titolo II del decreto, che riporta l’altisonante nome “disposizioni in materia di sicurezza pubblica, prevenzione e contrasto al terrorismo e alla criminalità mafiosa”.
Lo vogliamo fare partendo dalle norme repressive che estendono il campo di applicazione del daspo anche alle persone semplicemente indagate.
Il daspo (acronimo di Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive) per chi non lo sapesse, è un provvedimento adottato per contenere e limitare l’accesso alle manifestazioni sportive degli ultras ed è stato esteso nel 2017 a molte categorie, categorie considerate socialmente pericolose come spacciatori o parcheggiatori abusivi ma anche a chi partecipa a manifestazioni pubbliche.
Con l’articolo 20 del decreto sicurezza si estende l’ambito di applicazione del divieto ai luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive, fiere, mercati, spettacoli pubblici, e forse anche presidi sanitari anche a chi è solo indagato e considerando che il daspo è un provvedimento poliziesco emanato dal questore, dal sindaco o dal prefetto senza passare dal potere giudiziario, ci deve fare riflettere sull’intento che muove il suo utilizzo.
Fatto degli ultimi giorni è l’approvazione da parte del consiglio comunale di Lonato del daspo urbano a 13 persone che hanno avuto solo la colpa di presentarsi muniti di uno striscione ad un’assemblea indetta dalla Coldiretti sul tema della Tav.
In questo link trovate le motivazioni che hanno spinto il consiglio comunale ad approvare il daspo. Se questa non è repressione di una forma pacifica del dissenso non sappiamo cosa sia.
https://www.comune.lonato.bs.it/comunicato_stampa/applicato-il-%E2%80%9Cdaspo-urbano%E2%80%9D-ai-disturbatori-del-convegno-coldiretti
Il primo daspo urbano in provincia di Brescia è stato dato proprio nella nostra valle ad uno spacciatore di Idro. Riscontriamo che il suo temporaneo allontanamento non ha certo risolto il problema della droga in valle, ma questo aspetto forse ci fa balzare agli occhi che la repressione senza prevenzione non potrà mai risolvere un problema così, ma forse questo è un altro discorso
Continuiamo parlando delle norme che autorizzano la sperimentazione del taser per i comuni con più di 100000 abitanti. Il taser è una pistola che lancia una scossa elettrica che vogliono far passare come strumento contenitivo. In realtà è un’arma offensiva a tutti gli effetti e questo aspetto lo riscontriamo nelle ricerche effettuate nei paesi che già lo utilizzano. Negli stati uniti d’America si contano più di 1000 morti dalla sua introduzione e il 90% delle persone uccise con questa arma risultavano disarmate (dati Amnesty international). Al di là della sua mortalità, chi lo utilizza è consapevole e formato sulla sua pericolosità? Non ci è dato sapere.
Assurdo è poi l’innalzamento delle pene da 2 ad un massimo di 12 anni per chi effettua un blocco stradale, blocco stradale che è tra i principali metodi di manifestazione pacifica del dissenso.
Fa veramente ridere ed è dimostrazione di una pochezza politica che rasenta la malfidenza, la proposta del m5s che, per voce di Di Maio, elogia e offre la piattaforma Rousseau ai gilet gialli francesi che hanno fatto dei blocchi stradali fondamento della loro protesta. Protesta tra l’altro iniziata per l’aumento del prezzo dei carburanti, argomento trattato in campagna elettorale sia dalla lega che dal m5s e che una volta saliti al potere non ha avuto alcun seguito.
O come l’aumento dello stanziamento per più di 49 milioni di euro all’anno dal 2019 al 2025 per le forze di polizia e dei vigili del fuoco, aumento non giustificabile vista la diminuzione dei reati su scala nazionale.
Nel 2018 il dossier del Viminale sulla criminalità conferma il trend in negativo dei reati quali furti, rapine e omicidi (tranne gli omicidi di genere i cosiddetti femminicidi) quindi ci chiediamo, a cosa serva questo inasprirsi delle pene e questo aumento dei fondi agli organi di controllo e repressione?.
Sicuramente una stretta autoritaria è in atto e storicamente le restrizioni delle libertà personali sono state anticipatorie delle peggiori dittature.
Concludiamo questo articolo con questa frase di Benjamin Franklin, scienziato e politico americano vissuto nel 1700 ” Chi rinuncia alla libertà per raggiungere la sicurezza, non merita né la libertà né la sicurezza.”
Il disprezzo della classe politica, di chi possiede o vuole possedere il potere, oggi come allora risulta evidente e deve essere compito nostro fiutare gli imbrogli e opporci con qualsiasi mezzo a questi continui soprusi.
Arrivederci al prossimo articolo.

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