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Il tricolore dell’ipocrisia

giovedì, Dicembre 24th, 2020

In questo periodo di isteria collettiva nel vuoto delle nostre case stiamo assistendo, alla finestra non potendo uscire o peggio attaccati alla televisione, alla divisione dell’Italia in tre aree, a seconda dell’incisività di questa ondata pandemica.

A definire i criteri di questa ripartizione c’è un super logaritmo che raccoglie, analizza ed elabora molti dati tra cui i contagi, decessi, tamponi e posti letto occupati nelle terapie intensive.

Il potere decisionale demandato ad una tecnologia che chiaramente se da un lato rende fattuali le decisioni perché collegate e conseguenti a dei dati inconfutabili, che non possono in alcun modo essere messi in discussione, dall’altro rende evidente la precarietà su cui basa i fondamenti della raccolta delle informazioni, plasmati sulle necessità del momento.

Il quadro che ne esce è impietoso e allarmante, in questa conclamata sudditanza alla tecnologia e alle sue applicazioni la classe politica ha così l’alibi per prendere le decisioni più dure senza esserne direttamente responsabile e può così gettare la maschera per sperimentare in questa società le politiche securitarie e repressive verificandone le reazioni e constatando la lente e incessante assuefazione ad esse. Perché il loro desiderio è quello di sempre, avere una massa di schiavi obbedienti sopra cui prosperare.

E per facilitare la fruizione dei risultati di queste iper tecnologie e dei metadati correlati difficilissimi da comprendere e accettare, soprattutto per i sintomatici del dubbio, tra le varie modalità di comunicazioni hanno utilizzato quella non verbale, visiva nello specifico e per indicarci la terapia da seguire nelle nostre quotidianità hanno colorato la penisola con tre colori, il giallo, l’arancione e il rosso. Colori caldi che l’istinto animale che in noi ancora è presente ci ricorda essere collegati all’allerta e ai pericoli, non solo per il virus ma anche per questa nuova strategia della tensione.

Ed è da questa tavolozza tricromatica che vengono presi i colori per pennellare con dei decreti la nostra vita e le nostre libertà

Molti sono i paralleli tra questi colori e il loro significato atavico o collegato al periodo virulento, dal rosso colore del sangue all’arancione che brilla sulle divise degli operatori sanitari o sulle pettorine delle forze dell’ordine sempre più massicciamente per le strade, ma è sul giallo che si vuole proporre una riflessione.

Giallo, il colore dell’oro simbolo della ricchezza o della vergogna ma anche delle stelle che gli ebrei furono obbligati a portare cucite sul petto a causa delle leggi razziali. Le stesse che oggi molti politici e non solo vorrebbero applicare ai non vaccinati o ai presunti negazionisti, figura pseudo mitologica su cui si concentra la tensione della ricerca di un fantomatico utile idiota da esporre al pubblico ludibrio e da additare come untore. Indicare di negazionismo chi si pone degli interrogativi sulla gestione e propone una lettura diversa dei fatti e delle responsabilità sarà il nuovo simbolo del nemico che dovrà essere immediatamente riconoscibile con l’identico atteggiamento di pochi decenni fa, modus che non possiamo dimenticare o relegare al passato e che in questo presente non vogliamo ritorni.

E così la nostra vita, i nostri rapporti umani, famigliari o amicali, all’ora precisa dal lampeggiare del nuovo colore, sono soggetti alle disposizione della nuova tinta di turno e che sia gialla, arancione o rossa poco cambia, la direzione auspicata va verso l’acromatico nero del coprifuoco, dove si sa non esserci né colori né ombre.

E per completare questo arcobaleno ci viene chiesto di appendere l’italico tricolore ai nostri balconi, servirà per sconfiggere il virus, mostrare la nostra straordinaria umanità e rinsaldare la nostra identità nazionale.

D’altronde ce lo chiedono in tanti, anche chi nemmeno troppi anni fa lo utilizzava per pulirsi il culo, figuriamoci se non lo possono usare per pulire qualcos’altro.

Tipo le loro coscienze dai morti e da queste ipocrisie…

Pernice Nera

Gabbie animali e umane

venerdì, Dicembre 18th, 2020

Con questo terzo articolo prosegue l’analisi delle politiche emergenziali in corso e del parallelo tra la gestione degli animali da reddito e non e le regole a cui siamo soggetti.

Quando si parla di animali in gabbia si pensa immediatamente agli animali rinchiusi negli zoo o nei circhi, a quelli più o meno feroci catturati ed esposti al pubblico o a quelli stipati negli allevamenti intensivi; sono comunque tutti accomunati da una vita condotta all’interno di un sistema di costrizione fisica, di contenimento e immediato è il parallelo con l’analogo sistema umano, dove si vuole amministrata la giustizia per ordine dell’autorità competente, il carcere.

Lo scorso marzo, nelle prime fasi di questa pandemia, in numerose carceri sparse per tutto lo stivale, ci sono state delle rivolte spontanee causate dal panico da diffusione incontrollata e incontrollabile del virus. A Modena cinque reclusi sono morti durante la sommossa, quattro durante il trasferimento in altre carceri come Bologna e Terni e almeno altri quattro nelle settimane successive. Morti le cui cause non sono ancora certe, una strage di stato di proporzioni incredibili senza precedenti dal dopoguerra ad oggi.

Le rivolte sono immediatamente state indicate come etero dirette dalla mafia, da sovversivi o da fantomatiche forze occulte che tramano nell’ombra, chiaramente per gettare discredito sulle reali motivazioni del disagio che ha causato quel dissenso. La verità è che la gestione dell’emergenza se fuori è stata gestita col bastone della repressione, in carcere non è certo stata usata la carota, ma un bastone con ancora più nervo. Le condizione di sovraffollamento delle carceri italiane sono note da decenni e il timore riguardante la diffusione del covid in questi ambienti così precari è stata la scintilla che ha incendiato una polveriera colma, giunta all’esasperazione con la soppressione dei colloqui con i famigliari, uno dei pochi momenti di contatto con l’esterno e di socialità non controllata dei detenuti.

E se alle immagini delle rivolte sui giornali e tv è stato dato molto risalto, per questa strage solo in pochi ambienti se n’è sentito parlare, anzi solo in questi giorni a mesi di distanza, è stato depositato un esposto per far luce sui pestaggi e le violenze perpetrate dalle forze dell’ordine in quei giorni di marzo.

Parallelamente, lo scorso ottobre in trentino abbiamo assistito al corteo di protesta contro la detenzione, all’interno dell’area faunistica del Casteller nei pressi di Trento, degli orsi considerati troppo pericolosi per l’uomo e del danneggiamento fatto ad una delle recinzioni perimetrali. A questo analogo caso di costrizione forzata, che fortunatamente non ha causato vittime, è stato dato molto risalto.

E facendo un parallelo ci troviamo di fronte al paradosso che la cattura di un’orsa ha visto un corteo in trentino e un sabotaggio, azione ribadiamo assolutamente condivisibile, e la strage di Modena non ha visto una mobilitazione così per certi versi incisiva.

Sia ben chiaro, l’intento di questo confronto non vuole in alcun modo togliere supporto e sostegno alla lotta, azione e mobilitazione del Casteller, ma porre un interrogativo riguardo al rischio di avere sensibilità diverse di fronte ad un analogo sistema costrittivo.

Perché se da un lato nel precedente articolo abbiamo visto come gli animali siano assolutamente spendibili (nel loro caso sopprimibili) in nome del rischio sanitario, con questo silenzio o peggio disinteresse non vorremmo che anche quegli uomini lo siano, essendo già privati, oltre che della libertà del diritto alla salute e alla vita e sia ben chiaro non vissuta dietro le sbarre o comunque lo siano come esperimento di un sistema da allargare poi a tutta la popolazione in qualche modo non produttiva.

E se, secondo le autorità, l’istinto animale non si può modificare e quindi il contenimento diviene indispensabile, sarebbe forse meglio non utilizzare per scopi economici o turistici la natura ma questo è un altro discorso, dall’altro il falso mito della riabilitazione, rende la detenzione in carcere il fine unico. Carcerazione fatta in condizioni di disagio e di distacco dagli affetti e precaria da molti punti di vista, non ultimo quello sanitario.

E questa umanità e questi animali sono legati da un triste destino, definito da Mario Trudu, ergastolano scrittore che di fronte alla certezza di concludere i suoi giorni in gabbia chiese di essere giustiziato giudicando questa fine più degna e ottenendo una risposta negativa, pena di morte in vita. Lucida analisi che ben caratterizza l’atteggiamento spietato, sadico e cinico di chi pensa, pianifica e realizza questi sistemi costrittivi.

Sistemi che occorre distruggere con la massima urgenza, qualsiasi essi siano, virus o non virus.

Pernice Nera

Come visoni in gabbia

domenica, Dicembre 6th, 2020

Prosegue con questo secondo articolo l’analisi delle politiche emergenziali in corso e del parallelo tra la gestione degli allevamenti intensivi e le nuove regole a cui siamo soggetti.

A prima vista può apparire un confronto improprio ma se approfondiamo e analizziamo stiamo assistendo ad un perfetto allineamento delle due gestioni, che va dalle profilassi antibiotiche e vaccinali ormai strutturali e pianificate fin dai primi giorni di vita ai criteri di spendibilità e efficienza applicati a tutti gli strati sociali e che ci fanno rendere conto di come con la scusa del virus sia in corso una feroce stretta autoritaria.

La notizia che ci ha dato lo spunto per ampliare la riflessione riguarda l’abbattimento di centinaia di migliaia di visoni in Danimarca perché infetti da un nuovo ceppo del virus potenzialmente pericoloso per l’uomo. Questi animali da pelliccia sono stati abbattuti e sotterrati alla bell’e meglio in grandi fosse comuni. Stessa sorte è toccata anche ai 30000 capi di un allevamento italiano che in fretta e furia e nel silenzio generale, per ordine del ministro della sanità, sono stati eliminati. Premettendo che non crediamo sia solo il momento della morte l’elemento di una vita condotta in modo indegno, l’esistenza in gabbia è un abominio, vogliamo porre il focus sulla spendibilità di quelle vite paragonandole alle nostre.

Fortunatamente i limiti morali delle nostre società impediscono di farci fare la fine dei visoni, ma non la stessa vita in gabbia. L’isolamento sempre più massiccio a cui siamo sottoposti e sempre più pianificato da questa legislazione d’emergenza, dalla didattica a distanza alle limitazioni al movimento, al tele lavoro è dettato da esigenze meramente repressive.

Le sole attività concesse, considerate essenziali per decreto, sono quelle finalizzate alla produzione e al profitto. Non è un caso che i centri commerciali siano aperti totalmente o con pochissime restrizioni e i musei siano ancora chiusi. Musei che tra tutte le attività ricreative e culturali, per la tutela delle opere raccolte, sono già organizzati per contingentare gli ingressi. E non citiamo la scuola, altro luogo dove la socialità, l’interscambio e la critica anche ai metodi e ai contenuti dell’insegnamento creano le basi per la nascita di coscienze e teste pensanti, quindi di un sano dissenso.

Questi dpcm ci negano gli spazi e i momenti di socialità, le occasioni di confronto, quelli che definiscono assembramenti ma che in realtà sono spazi fondamentali del nostro essere animali sociali.

E correndo su questa ruota da criceti, continuamente sfruttati, non possiamo che avere le stesse reazioni istintive degli animali sottoposti alle stesse privazioni. Ai maiali nei primi giorni di vita vengono limati i canini per contenere la reazione più istintiva e naturale di una vita condotta oltre ogni stress immaginabile, il cannibalismo per difendere il loro metro quadrato di libertà e non potendosi neppure sfogare così sono soggetti a autolesionismo o a comportamenti assurdi, ossessivo compulsivi in attesa della morte.

Così ci possiamo scannare tra di noi additando come nemico e untore il vicino, il podista o chi sceglie liberamente e responsabilmente di opporsi a queste ordinanze, incoraggiati e protetti dalla politica che prospera nel vederci divisi e consapevole, vara in continuazione leggi poco chiare fatte ad hoc per questo scopo.

Leggi assolutamente non controllabili che alimentano una cultura del sospetto e una lacerazione sociale che da un lato potrebbero essere il cavallo di troia per l’instaurazione di uno stato di polizia, perché si renderà necessaria quella presenza massiccia per verificare che tutto sia a norma, e dall’altro portano sicuramente divisione nella popolazione che, già straniata dal periodo virulento, si accanisce sugli obbiettivi più deboli, facili o vicini, distogliendo completamente l’attenzione da chi con le proprie omissioni ha portato all’impossibilità di contenere questo virus. Ossia dalla classe politica predatoria che necessita delle nostre divisioni, del nostro autolesionismo o cannibalismo, per prosperare e che, troppo spesso, è lo specchio perfetto di questa società

Se per i visoni in gabbia non c’è stato nulla da fare avere coscienza che quella potrebbe essere la stessa fine, ci aiuterebbe a capire come il loro destino e le logiche che governando le loro esistenze sono le stesse ci che stanno imponendo.

Smontare le gabbie animali è un primo passo per riconoscere le gabbie in cui ci vogliono rinchiusi e una delle soluzioni per tornare a respirare liberi fuori dal metro quadrato di libertà che ci hanno concesso.

Pernice Nera

Il salto di specie

mercoledì, Dicembre 2nd, 2020

L’analisi del periodo pandemico che abbiamo svolto finora si è concentrata sulla situazione attuale e ha cercato di smascherare le ipocrisie dietro al discorso della responsabilità individuale o collettiva nella diffusione del virus, dietro gli slogan di regime o la neo lingua bellica adottata in tempo di pace pandemica. Abbiamo pensato con questo scritto di approfondire anche alcune delle cause che sono collegate alla proliferazione del virus e la prima a cui abbiamo pensato, forse la più evidente, è quella collegata con l’inquinamento a cui siamo quotidianamente soggetti.

E nello specifico non quello delle attività produttive, che nel bresciano è arcinoto, dal caso Caffaro alla concentrazione studiata nel mondo delle realtà industriali e artigianali o alle discariche che spuntano qua e là come funghi, ma a quello collegato all’allevamento intensivo.

La comparsa ciclica delle zoonosi, ossia di quelle malattie infettive che possono essere trasmesse dagli animali all’uomo, è aumentata esponenzialmente negli ultimi anni e una delle cause più conclamate è collegata con l’espansione degli allevamenti in aree ancora non antropizzate.

Che queste siano nella foresta amazzonica o nel cuore della Cina poco cambia, questa colonizzazione, con porcilaie a 6 piani o migliaia di ettari deforestati per la semina della soia o per il pascolo semi brado degli zebù, ha da un lato sottratto l’habitat agli animali autoctoni e dall’altro creato una pericolosa promiscuità tra specie che mai naturalmente si sarebbero incontrate. La stessa che spesso si trova sui banchi dei macellai.

Le condizioni di stress a cui questi animali sono soggetti sono simili perché in entrambe i casi sono costretti a vivere in aree troppo densamente popolate, e questo aspetto li rende molto più fragili e quindi più soggetti ad ammalarsi o ad essere vettori di malattie.

E se per gli animali selvatici la loro morte fattuale o la loro maggiore vulnerabilità da anni viene denunciata dai loro studiosi, per gli animali da reddito queste vengono fatte passare come uno scotto del progresso ma che non ci deve preoccupare perché gli animali vivono placidi garantiti dalle norme sul benessere animale.

Queste due parole di cui tanto si riempiono la bocca i grandi produttori o trasformatori di carne o le associazioni di categoria degli allevatori, coprono un sistema finalizzato ad avere animali super produttivi e non certo sani, per quello ci sono i farmaci.

A supporto di tale considerazione pensate che una vacca frisona da latte, che in condizioni di vita normali può arrivare a 18 anni, in pianura padana ne vive 5 di media.

O che un maiale da ingrasso, che in Italia viene macellato intorno ai 160 Kg, per il fantomatico benessere animale può tranquillamente trascorrere tutta la sua vita in 1m² di superficie, o un pollo in gabbia che può terminare il suo ciclo in poco più di un mese vivendo in uno spazio grande come un foglio a4 e mezzo (650-750 cm²). E in queste zone rosse l’uso di antibiotici è sistematico, sia per prevenire il diffondersi delle patologie sia perché, ed è un aspetto non ancora capito, questi hanno funzione auxinica, ossia stimolano la crescita. Tra le conseguenze di questa follia (per ovvie questioni in questo articolo non entriamo nel merito della violenza di questo sistema) nell’uomo constatiamo l’insorgere di forme di resistenza agli antibiotici che vanifica l’efficacia di molte cure in caso di malattia; l’importante è che un pollo diventi pollo in 40 giorni.

Ed è un tema che ci tocca molto da vicino, per molte ragioni anche perché queste realtà non sono solo distanti migliaia di chilometri da noi, sono comuni nella pianura bresciana.

Inquinamento e sfruttamento dell’ambiente, consumo di carne e uso di medicinali sono argomenti correlati con la diffusione del virus.

Per sostenere un sistema produttivo e di sviluppo in stato di malattia terminale, stanno cercando di proporre le dinamiche tipiche degli allevamenti intensivi anche all’uomo. Igienizzazioni forzate, isolamento dei malati o presunti tali e campagne medicali a tappeto.

O si cambia il sistema di allevamento-vita o saremo ciclicamente coinvolti in queste pandemie perché non è con un vaccino, che mette una pezza alle conseguenze, che si può pensare di risolvere il problema, ma è solo agendo sulle cause.

E lo possiamo fare in molti modi. Mettendo in discussione questa idea di sviluppo che ci vede come visoni in gabbia pronti a essere sacrificati per il profitto e che ci porta alla logica conclusione che la spesa è meglio farla nell’orto, non in farmacia.

Sta a noi scegliere.

Pernice Nera

 

Ma chi c’era?

sabato, Novembre 14th, 2020

Pochi giorni fa, esattamente il 4 novembre, anniversario dell’entrata in vigore dell’armistizio di Villa Giusti che mise fine al bagno di sangue della prima guerra mondiale, abbiamo potuto leggere la lettera destinata agli studenti delle Marche scritta di pugno da Marco Ugo Filisetti direttore generale dell’ufficio scolastico regionale. Il messaggio, riportato di seguito, vuole ricordare le vittime della Grande Guerra.

In questo giorno il reverente pensiero va a tutti i figli d’Italia che dettero la vita per la Patria, una gioventù che andò al fronte e la vi rimase. Una gioventù lontana dai prudenti, dai pavidi, coloro che scendono in strada a cose fatte per dire: “io c’ero”.

Giovani che vollero essere altro, non con le declamazioni, ma con le opere, con l’esempio consapevoli che Un uomo è vero uomo se è martire delle sue idee. Non solo le confessa e le professa, ma le attesta, le prova e le realizza’.

Combatterono per dare un senso alla vita, alla vita di tutti, comunque essi la pensino.

Per questo quello che siamo e saremo lo dobbiamo anche a Loro e per questo ricordando i loro nomi sentiamo rispondere, come nelle trincee della Grande Guerra all’appello serale del comandante: presente!”

Difficile scrivere cose peggiori in 11 righe scarse, una macedonia patriottica che al di là dei toni nostalgici e del termine “presente!”, tanto caro alle destre, concentra falsità e letture storiche virulente. Ma chi c’era?

Quello che oggi sappiamo, che abbiamo letto e studiato e che abbiamo potuto apprendere dalle cronache di allora sfuggite alla censura, riporta delle devastanti condizioni di vita nelle trincee, dell’abitudine alla morte che spesso portò a episodi di autolesionismo, dei soprusi e delle decimazioni e dei giovani figli d’Italia, tanto cari alla patria, mandati al massacro senza il minimo rispetto per la loro vita.

Parla di carriere militari e politiche fatte sui cadaveri.

Parla delle diserzioni di massa dei contadini del sud che tornati a casa per dei periodi di licenza si resero irreperibili rifiutandosi di tornare al fronte e che furono ripresi dai carabinieri armi in mano.

Parla di un sistema brutale e verticistico, militarista, di licenze sospese per una serie infinita futili motivi e di un sistema sanzionatorio pervasivo; si stima, ma purtroppo il dato non è ancora certo e definitivo, che ci furono almeno 350mila processi, 170mila condanne e oltre 4mila a morte.

Sì, loro c’erano davvero.

Parla anche dei cosiddetti patrioti redenti, dei volontari trentini che combatterono volontari con il regio esercito italiano nel Battaglione Volontari Trentini; un grandioso contingente di 800 uomini tra l’altro mai distintosi in nulla. Altro che eroi della quarta guerra risorgimentale.

E la retorica, racchiusa nelle 11 righe scarse lette sopra, mira a cancellare nella memoria tutte queste violenze, privazioni, soprusi e forse verità, e lo fa per un presunto bene superiore: l’unità nazionale.

E non è un caso che l’anniversario del 4 novembre sia stato istituzionalizzato nella “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”, a dettare l’assoluto e indissolubile binomio stato-gendarme. Senza uno l’altro non può esistere.

Lo stato che per sostenersi infiltra i propri gendarmi nelle scuole per imporre la cultura militarista e la sua agenda retorica.

È triste constatare come nei piani di studio delle scuole medie superiori il ‘900 venga già difficilmente trattato e quando viene approfondito sia spesso letto con gli occhi velati dalla congiuntivite politica. Possiamo ben immaginare come il disegno sia chiaro e volto a forgiare nuove generazioni di soldati ubbidienti, pronti a sacrificare la propria vita o la propria libertà per lo stato, che di nuovi figli pronti per il massacro ne ha sempre bisogno.

C’è chi di fronte alle parole di Filisetti chiede le sue dimissioni, chi si indigna, chi fa appelli.

Il sentimento di schifo, di rabbia e d’odio oggi come allora sono immutati, altro che eroismo viva i disertori, sabotatori, i renitenti, tutti quelli che la guerra e l’ignoranza l’hanno odiata e combattuta.

Loro sì che sentiamo presenti nelle nostre quotidianità.

Pernice Nera

25 Aprile 2020

sabato, Aprile 25th, 2020

La giornata del 25 Aprile è sempre stata un cardine e un punto di riferimento dell’attività di partecipazione attiva. Questo interesse si è tramutato in impegno che 2 anni fa è in parte confluito in progetto più ampio, la Rete 25 Aprile Sempre Garda e Valsabbia che seppur in divenire ha portato l’anno scorso ad organizzare 4 eventi sulla sponda del bresciana e trentina del lago di Garda, da Arco a Desenzano. Noi, come gruppo di amici e amiche dell’alta Valle sabbia e Valle del Chiese, abbiamo partecipato a quello di Toscolano e nel discorso che abbiamo preparato abbiamo voluto ricordare e parlare di chi, secondo noi, oggi porta avanti i valori di solidarietà, umanità e desiderio di libertà, gli stessi che hanno contraddistinto la Resistenza.

Abbiamo parlato di chi oggi con azioni dirette si oppone alla devastazione e al saccheggio dei nostri territori, contro le grandi opere o contro chi sta rubando il nostro futuro come la presenza delle forze armate che stanno inquinando la vita economica con l’industria della morte e ora anche le università, con la formazione dei loro quadri dirigenti. Abbiamo parlato di chi mette in pericolo la propria libertà aiutando delle persone ad attraversare quelle linee immaginarie chiamate confini, chi aiuta i migranti e attraversare la milky way e di chi ha messo e mette in pericolo la propria vita andando a sostenere le lotte di libertà di altri popoli.

E quel discorso terminava con un ricordo ai partigiani di oggi, con un estratto della toccante lettera testamento di Lorenzo Orsetti, partigiano, anarchico e internazionalista fiorentino ucciso dall’Isis in Siria.

E in perfetta continuità con quel discorso oggi il primo pensiero va a loro, ai compagni e alle compagne che in prima persona hanno sostenuto la causa curda. In un mondo per certi versi estremamente ingiusto nei confronti dell’ambiente, delle donne e delle minoranze qualsiasi esse siano, portare avanti la causa ambientalista, antisessista e con una visione per certi versi libertaria è davvero rivoluzionario. Ed oggi queste persone sono state oggetto dell’ennesimo provvedimento repressivo, la sorveglianza speciale. Provvedimento che, come la diffida, l’isolamento carcerario e il daspo urbano, viene direttamente dal codice Rocco approvato nel 1930, in pieno ventennio fascista e inserito perfettamente nell’assetto democratico delle istituzioni.

Il primo pensiero va a loro perché pensare che il processo di liberazione sia finito il 25 Aprile 1945 è davvero fuorviante e loro sono un esempio lampante di questa cosa.

In tempi di reclusione domestica stiamo provando cosa possa significare la privazione delle libertà più o meno garantite dalla costituzione ma senza volere soffermarsi su questo aspetto, questa situazione di reclusione ci fa capire come le dinamiche che regolano le nostre vite non siano più nazionali ma internazionali e come la solidarietà debba essere elemento fondante del nostro vivere comune e debba farci riscoprire un’identità più che mai ultra nazionale.

Sono due i sostantivi che voglio considerare come parole chiave di questa riflessione.

Solidarietà e internazionalità.

L’essere internazionali oggi significa ribaltare anche le dinamiche di lotta su quella dimensione. E l’esempio ci arriva anche dalla Resistenza. Il motto dei primi resistenti ai fascismi, ossia dei volontari internazionalisti in Spagna era “Oggi in Spagna, domani in Italia” a significare che la lotta per la liberazione già allora aveva assunto un respiro ampio che travalicava i confini nazionali e regionali.

E consapevoli che probabilmente questo ampio respiro internazionale fosse proprio solo di una parte piccola del grande ventaglio dei protagonisti della Resistenza italiana e chiaramente anche di quelli dei nostri paesi rende chiaro quanto oggi sia importante abbattere le barriere nazionali.

Oggi le dinamiche di lotta sono internazionali, dall’Egitto alla Turchia, dal Cile del popolo dei Mapuche alle rivendicazioni dei nativi e dei neri nordamericani, la solidarietà è il vero motore che ci deve aggregare e che da forza a quelle idee. Esempio sono le grandi opere che travalicano i confini nazionali e la loro nefasta ricaduta è presente in tutti i paesi che attraversano.

La solidarietà non ha confini e non ha colore nemmeno tricolori. Gli stessi come abbiamo visto spuntare come funghi negli ultimi tempi. Perché purtroppo anche il tricolore è simbolo divisivo, sotto l’idea dell’unità nazionale, della difesa dei confini e sono state compiute e vengono compiute le peggiori violenze e sopraffazioni (i lager in Libia del precedente governo e del ministro del’interno Minniti sono un esempio lampante) e conosciamo i risultati della solidarietà “parziale”, rivolta solo ad una parte precisa di popolazione.

La solidarietà del ventennio ce l’ha insegnato, prima era rivolta solo agli italiani, poi solo a quelli “amici” del regime, poi a quelli si omologavano e pian piano quella finta solidarietà si è trasformata in ciò che è: un cancro che divide le genti.

Forse oggi parlare di patria o di tricolore è ridurre di valore questa festa, perché oggi sappiamo che la liberazione c’è se è collettiva, non può più considerarsi continentale, nazionale, regionale, bresciana o trentina, c’è se è internazionale. O siamo liberi tutti o nessuno davvero lo è. E l’enfasi posta sul tricolore e sulla patria dalla retorica dei vari nazionalisti e sovranisti, siano essi di destra che di sinistra, oltre al fine riscrivere la storia è collegata anche con la visione parziale della solidarietà, che nel loro caso è funzionale al mantenimento dello status quo al comando.

E l’attacco che è in corso alla solidarietà è continuo e costante, l’abbiamo visto anche durante questi giorni di pandemia in cui le istituzioni hanno spesso favorito e incentivato la delazione rispetto a comportamenti il cui giudizio di pericolosità è stato privo di fondamento e chiaramente alimentato dal sospetto. Tipico atteggiamento volto a dividere le genti non a creare consapevolezza o corresponsabilità e nemmeno ad unirle.

Ma parallelamente, in questi giorni, abbiamo assistito ad un fiorire di solidarietà dal basso, attiva e diretta, verso chi, indipendentemente dal colore della pelle, religione, censo o dal luogo fisico in cui si trova, ha auto bisogno di aiuto. Perché, in fondo, il mondo è oggi come allora diviso tra oppressi e oppressori. Tra chi chiede pane e riceve piombo.

Solidarietà e internazionalità sono due elementi essenziali non ascrivibile a un sentimento nazionale ma di rivalsa dell’intera umanità e sono una strada per raggiungere l’utopia massima: la Libertà.

Strada che ha trovato un momento di svolta e di gioia il 25 Aprile di 75 anni fa e che la ritrova oggi, con la consapevolezza che quel sentiero lo dobbiamo percorrere e attraversare assieme e che quel sentiero sarà lungo e tortuoso, che va dalle montagne brulle del Curdistan, prosegue nelle praterie cilene, nei terreni agricoli devastati dal Tav, nei luoghi di lavoro, che entra nelle celle delle carceri ma che parte sempre dallo stesso luogo: dal nostro cuore.

Perché è dal quel luogo misterioso che nasce la nostra Libertà.

Dal libro 1984:

“Avrebbero potuto analizzare e mettere su carta, nei minimi particolari, tutto quello che s’era fatto, s’era detto e s’era pensato; ma l’intimità del cuore, il cui lavoro è in gran parte un mistero anche per chi lo possiede, restava imprendibile”.

Buona Festa della Liberazione.

Ti aspettavamo qui

martedì, Febbraio 11th, 2020

“Ti Aspettavamo qui” è il nome dell’iniziativa organizzata dalla Fondazione “Il Vittoriale degli italiani” che riguarda l’accoglienza, all’interno del mausoleo dove è sepolto il Gabriele d’Annunzio, dei resti mortali di Riccardo Gigante, tra i 10 compagni di guerra scelti dal vate per circondare la sua urna.

Per la verità non si tratta della salma ma della falange di un dito, identificata grazie al Dna di un discendente di Gigante.

Oltre al piacere feticcio della sacra reliquia che ipotizziamo verrà venerata, che nel migliore dei casi andrebbe psicanalizzata “da uno bravo”, non possiamo non spendere due parole su chi è stato Riccardo Gigante e sul senso di questo avanspettacolo.

Gigante, legionario della prima ora partecipò alla “impresa” di Fiume e ne fu prima sindaco poi podestà per 25 anni. Da sindaco di Fiume appoggiò tutte le politiche di italianizzazione forzata dell’area, e dal 1941, sostenne l’invasione della Jugoslavia.

Preso dalle truppe di liberazione della Jugoslavia il 3 maggio 1945 fu fucilato a Castua.

Ti aspettavamo qui.

Queste parole le hanno pronunciate che genti rimaste ad aspettare le centinaia di uomini, donne e bambine massacrate dalle conseguenze delle parole e dalle politiche Gigante che in quel caso hanno armato le dita che hanno premuto sui grilletti, che hanno infoibato la gente innocente uccise dai fasciste o che le hanno rinchiuse dentro dei campi di sterminio.

E visto che le parole sono importanti quanto la memoria e la storia dobbiamo gridare che questa iniziativa è vergognosa per la sua strafottenza, la sua partigianeria e la sua pochezza.

Un revisionismo che cancella le colpe e esalta le gesta di chi, come Giagante, ha gettato le basi, se non appaggiato, omicidi, stupri e violenze.a.

Crediamo forse che ad aspettare quel pezzo di corpo, ben schierato nelle foto, ci sia solo chi con evidente ipocrisia vuole imporre una narrazione storica falsata e che sa benissimo che ne potrà trarre in qualche modo profitto.

Noi nel frattempo non possiamo fare altro che aspettare la verità!